Traduzione di Michele Trionfera

Illustrazione di Tim O’Brien

 

Devo ammettere che ciò che è accaduto a Capitol Hill mi ha profondamente avvilito e sbigottito, ma la cosa più triste è che non mi ha sorpreso più di tanto. L’unica cosa che mi ha veramente spiazzato è che gli eventi non hanno preso una piega ancora peggiore. Magari è dipeso dalla natura di questa improvvisa, vulcanica esplosione sociale: ciò che bolle in pentola a un certo punto fa saltare il coperchio. Ma dopo la scintilla iniziale, a meno che non ci sia un piano o una guida, l’innesto perde potenza e si spegne: ciò che bolle in pentola tracima e spegne il fuoco… Mi è venuta in mente una cosa che dice Joker nel film Il cavaliere oscuro, quando si paragona a un cane che insegue una macchina e cerca di raggiungerla. Se ci riuscisse, dice Joker, non saprebbe cosa farsene. Se si osservano attentamente i volti dei patriot che hanno preso d’assalto il Campidoglio, da una parte sembrano dei turisti meravigliati che non sanno cosa guardare, dall’altra degli sciacalli che non capiscono cosa portarsi via, o degli “iconoclasti” che non hanno contezza di quale statua distruggere. Potremmo quasi dire che si tratta di persone che trafficano con la magia e che poi, quando effettivamente funziona, dicono a loro stessi: “Porca puttana! Allora è vero?”. L’unica nota positiva è che tra di loro non ci fosse qualcuno in grado di pianificare una sorta di “Occupy Capitol Hill”, del tipo di “Occupy Wall Street”.

Guardando qui a Londra i servizi giornalistici dagli Stati Uniti, mi sono venute in mente molte cose. Sono americano, ma vivo nel Regno Unito da ormai venticinque anni; esattamente venticinque anni fa, il dieci gennaio, mi sono traferito qui. Nel corso del tempo ho assistito a cambiamenti straordinari – anche nel Regno Unito – ma se qualcosa ha segnato il passo rispetto al passato è stato ciò che ho visto mercoledì sera sulla «bbc». Molti hanno affermato che il Ventesimo secolo è stato il secolo americano. Bene, il Ventunesimo secolo non lo è. La fine del Ventesimo secolo è stata probabilmente l’Undici settembre, come la fine del Diciannovesimo è stata la Prima guerra mondiale. Direi che la conferma di questa tesi è stata l’elezione di Trump – e gli anni dell’amministrazione Obama hanno rappresentato solo una soluzione temporanea a un processo irreversibile. Il colpo di grazia è stata proprio l’irruzione dei “patrioti” nel Campidoglio. Ovvero l’Attacco al potere,[i] ma non voglio attirare l’attenzione su un film di basso livello. C’è da sperare che questi “patrioti” non riconoscano la necessità di organizzarsi. Hanno visto che si può fare. Nell’eventualità di una seconda possibilità, potrebbero farsi trovare più determinati.

meme trump pepe

La negazione della sconfitta elettorale mi ha fatto capire che Trump corrisponde perfettamente al tipo psicologico che nel mio libro La stella nera ho definito Right Man. Ho preso in prestito questa idea dal lavoro di Colin Wilson, che a sua volta si rifaceva allo scrittore di fantascienza A. E. van Voigt. In parole povere il Right Man è colui che non ammetterà mai di aver sbagliato e che pur di ottenere ciò che vuole non si fermerà davanti a nulla, anche se ciò dovesse implicare il ricorso alla violenza. Per questo motivo van Voigt lo chiamava pure Violent Man. Non si tratta di un esempio della cosiddetta “mascolinità tossica”, perché esistono anche le Right Women. Tutto ciò riguarda l’incapacità di Trump di accettare una “realtà” che non si confà ai suoi obiettivi. Tutto il programma politico trumpiano è stato modellato sulla “creazione” di una realtà personale. E non si può dire che non abbia raggiunto il risultato, visto che settanta milioni di americani l’hanno trovata di proprio piacimento, e molti di loro sono scesi in piazza pur di difenderla.

Come altri demagoghi, Trump è stato abile nel proiettare parte della sua apparentemente inesauribile sicurezza di sé sui suoi seguaci, tratto che appartiene a tutti i demagoghi e, aggiungerei, a tutti i guru. Ne La stella nera parlo di un’inclinazione che collega maghi, guru e demagoghi. Ognuna di queste figure agisce in modo simile: la differenza sta nell’ampiezza del pubblico cui si rivolgono. Il mago incanta una persona, il guru controlla un culto, il demagogo ipnotizza una nazione intera (certo, ci sono maghi e guru buoni, ma io parlo di quelli cattivi. Non penso possa esserci un demagogo buono, non sarebbe altro che un dittatore benevolo). Quando sotto l’influenza del guru o del demagogo, l’individuo riesce a elevarsi sopra se stesso, diventa qualcosa di “più grande”, gonfio del potere del guru o della missione assegnatagli dal demagogo (l’individuo non riesce a generare questa cosa da solo, per questo ha bisogno di qualcuno che sia in grado di farlo. Altrimenti, queste figure non avrebbero motivo di esistere). Chiaramente molte delle persone che hanno sostenuto Trump provenivano da ambienti dell’estrema destra o erano interessate a questa ideologia. Ma molte altre lo hanno seguito, nel bene e nel male, perché è riuscito a dare un senso alla loro vita, un senso che non c’era.

Si tratta di qualcosa che i critici progressisti non sono riusciti a concretizzare. Gran parte delle persone che hanno votato per Trump non erano per forza di cose amanti delle armi o redneck imbevuti di razzismo. Erano più che altro individui cui mancava un senso della vita che andasse al di là dell’avere una casa e qualcosa da mangiare, il che è importante, ma non è sufficiente. Uomini e donne, lo sappiamo, non vivono di solo pane – se posso permettermi di citare le Sacre Scritture parlando del diavolo… Nel bene e nel male, Trump ha dato loro uno scopo, un obiettivo. Sbagliato, fuorviante, ma sebbene distorto è stato comunque un ideale. Come scrivo nel libro, è ciò che hanno fatto sia Hitler che Mussolini. Questo tipo di appetito caratterizza l’essere umano come quello per il cibo, e può essere soddisfatto con un cibo salutare o con lo junk food. I progressisti non riescono a capirlo, perché questa cosa per loro puzza di religione o misticismo – e, com’è risaputo, si tratta “dell’oppio dei popoli”. Ma purtroppo le persone hanno bisogno di un certo tipo di oppio, nel senso che hanno bisogno di sognare, e l’oppio (o sostanze equivalenti) glielo permettono. Oserei dire che ciò di cui l’essere umano ha bisogno è trovare un modo per procurarsi un senso, un sogno, senza fare ricorso alle droghe. E che ha bisogno di sogni migliori.

 

assalto capitol hill

 

Un altro aspetto che affronto nel libro è come nel corso degli anni della presidenza Trump si sia spostata la “barriera dell’accettabilità”. Mi riferisco a quello che, nella teoria della Finestra di Overton, è definito “discorso accettabile”. Potremmo dire che rappresenta un po’ l’unità di misura del “farla franca” (nel mondo dell’arte è da anni che la gente continua a “farla franca”; questo trend si è spostato ora nel mondo della politica?). L’Alt-Right, che per un periodo ha esercitato un certo fascino – dove sono finiti adesso? Richard Spencer ha dato il suo supporto e il suo voto a Joe Biden! – ha alzato notevolmente quella finestra, e Trump vi ha buttato contro un mattone. I barbari (e penso al tizio con le corna) che hanno fatto irruzione dentro il Campidoglio ne hanno approfittato. Da quanto ho potuto vedere, sembra che abbiano rotto anche qualche finestra vera e propria.

In qualche modo le immagini dei “patrioti” con strani costumi e vestiti bizzarri mi hanno ricordato due rivolte di sinistra degli anni Sessanta: la manifestazione contro la guerra del Vietnam svoltasi a Washington nell’ottobre del 1967, e il maggio francese a Parigi. Se vogliamo affermare che quanto successo al Campidoglio è espressione delle “politiche occulte” che hanno circondato l’amministrazione Trump – e io ritengo sia così – allora l’antecedente è da ritrovare in ciò che è accaduto nel ’67 e nel ’68. Nel 1967, Abbie Hoffman provò a far levitare il Pentagono, mentre il regista Kenneth Anger, seguace di Aleister Crowley, tentò di esorcizzarlo. Tutto il maggio ’68 ruotò attorno all’idea di “creare la propria realtà”. “Siate realisti: prendete per realtà i vostri desideri” e “l’immaginazione al potere!” sono solo due degli slogan che paralizzarono la città di Parigi. Trump ha sempre preso i suoi desideri per realtà e per decenni si è cimentato nel portare l’immaginazione al potere, da grande seguace del “pensiero positivo” qual è. L’immaginazione è una forza straordinaria, tenuta sotto controllo dalla ragione, ma quando viene scatenata e lasciata libera di sfrecciare, diventa difficile da controllare e non ha alcuna appartenenza politica. Che gli imbucati del Campidoglio fossero seguaci di QAnon rafforza ancora di più il collegamento con la politica occulta degli anni Sessanta: ironia della sorte, molti di quelli che si sarebbero ritrovati tra gli hippie oggi condividono una “realtà alternativa” a fianco a quei sostenitori di estrema destra che i figli dei fiori avrebbero detestato.[ii]

Trump ha contribuito a indebolire anche un’altra cosa: la capacità di distinguere la realtà dalla fantasia, il vero dal falso. Ciò non riguarda solo la destra del panorama politico. Credo che questo abbia condotto a quella che chiamo “guerra di tutti contro tutti”: una situazione in cui non esiste più un terreno comune, una realtà di base condivisa, ma solo una continua battaglia su ogni fronte tra cause concorrenti; un po’ come se si trovasse in uno di quei reality show i cui protagonisti non fanno altro che litigare su un’isola deserta.

In un recente saggio intitolato Trickle Down Metaphysics: From Nietzsche to Trump,[iii] ho provato a mostrare come Trump abbia approfittato dell’erosione della nostra fede in una verità o realtà stabile, “oggettiva”, in atto dalla fine del Diciannovesimo secolo e diventata poi di rigore, almeno nelle università americane, con la comparsa di mode intellettuali come il decostruzionismo e il postmodernismo. Di certo Trump non ne ha mai sentito parlare – sia decostruzionismo che postmodernismo sono decisamente di sinistra – ma ciononostante è riuscito a sfruttare l’atmosfera di incertezza epistemologica che si è venuta a creare (strano come una moda intellettuale, sviluppatasi tra “uomini di sinistra” abbia aiutato un “uomo di destra” a salire al potere; è troppo vederci una sorta di Rivoluzione francese intellettuale seguita da un Napoleone da reality show?).

Il postmodernismo è perfettamente in linea con il sostegno di Trump al “pensiero positivo”. Anche quest’ultima dottrina infatti rifiuta o ignora l’idea che ci sia una realtà “non malleabile”. Il postmodernismo aveva a che fare con la “post-verità” e con i “fatti alternativi” ben prima che Trump iniziasse la sua campagna elettorale. Norman Vincent Peale, l’autore di The Power of Positive Thinking, e mentore di Trump, gli ha inculcato l’idea secondo la quale i «fatti non contano. Ciò che fa la differenza è il modo in cui affrontiamo i fatti». E questa è una posizione condivisa anche dalla chaos magick. Molto probabilmente Trump non ha mai sentito parlare neanche della chaos magick ma, come affermo nel mio libro, sembra avere una sorta di dote naturale e, se mai fosse servito un esempio, direi che quanto successo a Capitol Hill può essere visto come un episodio di scatenamento della chaos magick. È stato un grande transfer di ciò che accade online nel mondo “reale”; si potrebbe quasi dire che i tweet si sono fatti carne. E non è altro che ciò che si ritiene lo abbia fatto arrivare fino alla Casa Bianca, quel “sincromisticismo” in cui erano impegnati i seguaci di Kek e Pepe the Frog.

Anche il periodo passato da Trump come conduttore di un reality show ha contribuito a dare forma allo strano milieu ontologico in cui viviamo, caratterizzato ancora una volta dalla mancanza di una linea di separazione netta e chiara tra “realtà” e “fantasia”. Le immagini dell’orda che entra nel Campidoglio riprese dalle telecamere di sorveglianza mi hanno ricordato quelle dei concorrenti del Grande Fratello o di Love Island. Tuttavia, forse l’espressione più drammatica di quest’apparente incapacità di distinguere il vero dal falso è la sconvolgente crescita della “coscienza complottista”, risultato diretto “dell’assalto alla verità”. Nel saggio che ho citato prima, ho scritto:

Nel preciso istante il cui la festa postmodernista si stava trasformando in un “mattino dopo” deprimente, un clima di diffidenza generale si è impadronito del pensiero comune. Si è insediata “un’ermeneutica del sospetto”, come l’aveva chiamata il filosofo Paul Ricoeur, un cinismo che, nella sua voglia di non farsi afferrare, metteva tutto in dubbio. Tuttavia, il pensiero comune aveva anche assecondato un certo fatalismo insoddisfatto, basato sull’idea che l’individuo sia in balia di forze che sfuggono al suo controllo, sia nel mondo che dentro se stesso, una cosa che sia il postmodernismo che il decostruzionismo avevano più volte sottolineato. L’individuo in quanto tale non esisteva più; non era altro che uno spazio vuoto in cui operavano “forze sociali” indistinte ma onnipotenti. Ironia della sorte, questo sospetto verso fonti un tempo ritenute fidate si è unito a una mentalità così aperta a un gran numero di “teorie del complotto” da essere pronta ingoiare qualsiasi “racconto” alternativo, purché contraddica quello “ufficiale”.[iv]

Il che significa che è un’epoca in cui tutto è plausibile e niente è definitivo.

Questa predisposizione al complotto è, in qualche modo, un buon segno, nel senso in cui Jung riteneva la nevrosi il segno che il paziente stava cercando di affrontare il suo problema. Non era un modo efficace, certo, ma rappresentava perlomeno un tentativo. Mi sentirei di dire che le teorie del complotto sono una nevrosi collettiva. In questo senso: di fronte a un mondo che sembra sempre più fuori controllo, postulano e propongono una sorta di controllo, un’intelligenza, seppur ingannevole, dietro lo scorrere delle cose. In altre parole, postulano e propongono un qualche significato in ciò che altrimenti apparirebbe un caos autentico e reale. È l’espressione di quel desiderio ardente di significato di cui ho parlato prima. In passato questo ruolo era svolto dalla religione, ma ce ne siamo liberati senza acquisire qualcosa che ne prendesse il posto (è la sfida che ci siamo trovati di fronte negli ultimi due secoli). Nel vuoto che si è venuto a creare, prende piede qualsiasi idea potente che riesce ad avvincere l’individuo. Sfortunatamente per molti, nel caso di Trump, il vuoto è stato riempito da un altro vuoto.

Purtroppo, non penso che siamo arrivati alla fine di Trump o del trumpismo. A novembre, dopo le elezioni, mi ritrovai a pensare: “Bastava questo? Un’elezione?”. Faticavo a credere che lo show di Trump fosse stato cancellato. E non penso sia così. Ritengo che, così come la Brexit è stata interpretata pari a una sorta di preludio alla presidenza Trump, ciò che è accaduto al Campidoglio possa essere il debutto di qualcos’altro. Di cosa? Non saprei. Ma sono state infrante alcune barriere. «Tutto sarà possibile», disse Ivanka Trump presentando il padre alla convention nazionale dei repubblicani nel 2016. Quelle immagini, diventate subito meme e gifs, lo dicono. Per chi saranno di ispirazione? A dirla tutta non voglio veramente saperlo. Non voglio sembrare allarmista, ma ha ragione Nancy Pelosi a voler fare in modo che Trump non abbia accesso ai codici nucleari. Mi chiedo se qualcuno abbia la facoltà o la possibilità di farlo. Perché dico questo? Una delle cose che ho imparato facendo le ricerche per il mio libro è che Trump è guidato dal bisogno di fare qualcosa di più grande o migliore di ciò che è stato già fatto o, più precisamente, di fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima. È affetto da quella che si chiama “mania di grandezza”, dal bisogno di costruire strutture enormi – come le Trump Towers, il tentativo (fallito) di mettere in piedi il più grande casinò di Atlantic City, e altre megastrutture varie. È un’afflizione che condivide con Hitler e Mussolini, entrambi ossessionati dal creare monumenti giganteschi per il loro potere. Una delle prime cose che fece Trump da presidente fu sganciare la “madre di tutte le bombe”, l’ordigno non nucleare più potente dell’arsenale militare americano, contro l’isis in Afghanistan.[v] Può continuare a scalciare, a urlare, a dire le sue fake news fino alla fine, ma dal momento che ha esordito con il botto, qualcuno dovrebbe davvero assicurarsi che non lo riusi anche per uscire di scena.

 

 

Gary Lachman è autore di La stella nera. Magia e potere nell’era di Trump, edito da Edizioni Tlon

 

 

 

 

[i] Olympus has fallen è il titolo originale del film di Antoine Fuqua in cui la Casa Bianca viene attaccata da terroristi nordcoreani. [NdT]

[ii] https://www.yogajournal.com/lifestyle/yoga-wellness-and-qanon-conspiracy-theories/

[iii] https://garylachman.co.uk/2020/09/01/trickle-down-metaphysics/

[iv] Ibid.

[v] https://www.newyorker.com/news/news-desk/trump-drops-the-mother-of-all-bombs-on-afghanistan