“Certe cose non avvennero mai ma sono sempre”, ha scritto il filosofo Salustio in Gli dei e il mondo

Questa è “forse la più bella, certamente la più concisa definizione del mito”, chiosò a proposito Roberto Calasso. Il mito, infatti, riesce a descrivere e a spiegare la vita meglio di come accadrebbe se la vita stessa venisse semplicemente descritta. Il mito – che oggi è veicolato soprattutto dai film d’animazione e dalle serie tv – è la descrizione di quel che ci accade, attraverso qualcosa che non è mai accaduto davvero. È uno strumento essenziale per osservare e capire quello che non riusciamo a guardare direttamente, e per il quale abbiamo bisogno di una bugia fatta bene: perché, come spiegava il filosofo armeno G. I. Gurdjieff, “la verità si può dire solo sotto forma di bugia”. 

In questo senso Soul, l’ultimo film della Disney Pixar uscito il 25 dicembre su Disney+, è un mito contemporaneo sulla vita dell’anima che affonda nella filosofia antica, passa dalla psicologia archetipica e arriva al Jazz, “musica della venuta, musica che crea”, per dirla con Amiri Baraka. Ed è proprio sulla venuta che si concentra il film diretto da Pete Docter, già regista di Inside Out, Up e Monsters & co.

Una parte filosoficamente cruciale del film si svolge, infatti, nell’Ante Mondo (nell’originale Great Before), regno intermedio posto tra l’Aldilà (l’Altro Mondo nel film, in inglese Great Beyond) e la vita sulla Terra (New York, nello specifico). Si tratta di un piano della realtà in cui le anime si allenano per incarnarsi in una vita umana, e vengono guidate da una serie di mentori – ossia persone che hanno saputo vivere – allo scopo di elaborare una personalità e trovare la propria scintilla. Due sono i protagonisti del film: da una parte Joe Gardner, professore di musica che sogna senza successo di diventare un grande pianista jazz; dall’altra 22, un’anima che da troppo tempo non riesce a trovare la propria scintilla, malgrado i tanti mentori illustri che hanno provato inutilmente ad aiutarla – da Gandhi a Jung, passando per Madre Teresa di Calcutta e Abraham Lincoln. 

Il film di Docter, a differenza del precedente, mette al centro della scena l’alterità. In Inside Out tutto dipendeva dalle emozioni primarie (Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto) che occupavano in esclusiva la sala di controllo dentro la piccola Riley. Non c’era una chiamata, uno scopo superiore, un senso: ogni scelta dipendeva esclusivamente dalle emozioni. In quel caso Disney si era affidata agli studi di Dacher Keltner e di Paul Ekman, psicologi esperti delle emozioni e delle espressioni facciali. In Soul i riferimenti teorici sono molto diversi: di fondo c’è il tessuto spirituale della psicologia archetipica che mette al centro della scena la chiamata, il senso profondo della vita.

Nel film, infatti, oltre alla personalità dell’anima che si va formando (“smettiamola di mandarne così tante in quel padiglione”, dirà a proposito dell’Egocentrismo Jerry, guida cruciale dell’Ante Mondo), c’è anche qualcosa che supera il piano ordinario: è il fuoco dell’esistenza, il senso della vita che si accende soltanto grazie a una Scintilla (in inglese Spark) e permette di meritarsi la discesa sulla Terra

È palese l’ispirazione tratta dal Mito di Er, contenuto nella Repubblica di Platone, dove “prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine, un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti”. Platone nel mito descrive un mondo intermedio in cui le anime, dopo aver ottenuto un responso sulla vita passata, scelgono la vita futura in cui incarnarsi. La responsabilità è personale: “Non ha padroni la virtù; quanto più ciascuno di voi l’onora tanto più ne avrà; quanto meno l’onora, tanto meno ne avrà. Il dio non ne ha colpa”.

Questa fu una colossale reinvenzione del mito classico operata da Platone, che toglieva la sorte degli umani dalle mani del caso o degli dei, dove era sempre stata, e la metteva in quelle di ciascuno di noiNegli anni Novanta lo psicologo americano James Hillman ha recuperato questa antica idea platonica (e prima ancora orfico-pitagorica), e ha sviluppato la cosiddetta teoria della ghianda, secondo la quale siamo tutti venuti al mondo con un’immagine scelta prima di nascere, che ci definisce: “ognuno di noi percepisce che la propria vita – scrive Hillman nel suo libro più noto, Il Codice dell’Anima – contiene molte più cose di quante le mille teorie fin qui formulate riusciranno mai a definire. Chi non ha mai avuto, almeno una volta nella vita, una sorta di illuminazione che ci ha condotto dove siamo. Questo qualcosa ci ha colpiti come un fulmine. Dopo la ‘fulminazione’ avevamo chiaro in mente ciò che dovevamo fare e lo abbiamo fatto. Improvvisamente abbiamo avuto una maggiore coscienza di noi”.

La fulminazione di cui parla Hillman è esattamente la scintilla al centro del film: il talento, la passione, quell’ambito dell’esistenza che riempie tutto di senso, che fa stare bene e fa sentire vivi per un motivo. In Soul tutto ruota attorno a questo innesco, alla domanda “ma io qui che ci sto a fare?”, ma il film non è una sorta di manuale di self-help che indica la strada da compiere per esprimere il proprio potenziale e diventare “la migliore versione di se stessi”, né si limita a ricalcare le teorie di Hillman e Platone: arriva oltre, mettendo in luce un punto fondamentale: che la scintilla non è lo scopo.

Che il Talento non è la Vocazione, come ripetiamo spesso nei nostri libri e nei nostri incontri. Che quello che sai fare bene – suonare il piano, fare i calcoli, giocare a calcio – non è necessariamente quello che ti farà stare bene. Che siamo sulla Terra con un motivo, e non per un motivo. E non c’è nessuna missione preassegnata che bisogna disperatamente trovare e a cui poi bisogna assolvere. C’è sì una scintilla per tutti, ma il senso della vita è altrove

Lo spiega magistralmente Jerry a Joe, quando il professore di musica usa scopo e scintilla come se fossero sinonimi. La risposta del consulente delle anime è magistrale: “Non assegnamo scopi, come ti è venuto in mente? La scintilla non è lo scopo di una persona. Oh, voi mentori e le vostre passioni, i vostri scopi. Il senso della vita! Così basici…”

Questo passaggio significa: occhio, spettatore, a tutte le volte in cui rischi di confonderti e di illuderti che l’espressione del tuo talento corrisponda al senso della tua vita. Soprattutto se hai un grande talento, come nel caso dei mentori celebri che sono un tutt’uno con la propria passione. 

Ma, come dirà Spargivento (nell’originale Moonwind), un personaggio fricchettone che solca i mari della mistica su un vascello fosforescente, “Quando la gioia diventa ossessione, avviene il distacco dalla vita”. Spargivento è un maestro dello stato di flusso (il flow, la zone), quella condizione provata da musicisti, sportivi, artisti, scienziati quando mente e corpo, assorbiti totalmente in una data azione, entrano in una condizione di concentrazione armonica. Quello stato è l’espressione massima del talento, rara e meravigliosa, ma va usata con consapevolezza: quando il talento si fa troppo ingombrante (perché troppo presente o troppo assente) finisce con l’oscurare il senso dell’esistenza, che è invece paradossale, sterminato, incoglibile se non per approssimazioni. L’invito è a non fossilizzarsi nella ricerca di un senso donato da un talento, perché questo approccio si rivela alla lunga sterile, oltre che troppo semplicistico. Vivere per conoscere la vita. Sarà lo stesso Joe a spiegarlo a 22: “Il tuo scopo non è la tua scintilla. L’ultima casella (la scintilla) si riempie solo quando sei pronta a vivere”. La vita come mezzo della conoscenza – con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere”, come scrisse Nietzsche ne La Gaia Scienza.

 

di Andrea Colamedici