Il trip psichedelico di Alice nel paese delle meraviglie

di Maura Gancitano

 

«Conosciuto il volo, camminerete a terra guardando il cielo,

perché lassù siete stati e lassù desidererete tornare»

Leonardo Da Vinci

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«Alice si stava veramente stufando di stare lì seduta sulla riva accanto a sua sorella senza niente da fare; aveva dato qualche sbirciatina al libro che sua sorella stava leggendo, ma non aveva trovato illustrazioni e nemmeno conversazioni e “A cosa potrà mai servire – pensò Alice – un libro senza figure e senza dialoghi?” E così stava soppesando tra sé e sé (per come poteva, perché la calura della giornata la rendeva sonnolenta e istupidita) se valesse la pena, per il piacere di intrecciare una coroncina di margherite, di tirarsi su e raccogliere i fiori, quand’ecco che improvvisamente le sfrecciò accanto un Coniglio Bianco dagli occhietti rosa». [1]

È l’inizio di Alice nel Paese delle Meraviglie [2] (1865), il racconto ironico e visionario di Lewis Carroll assurto ormai a mito moderno. Alice è una bimba che pensa, ragiona, immagina, inventa e, soprattutto, si annoia. Uno dei suoi pomeriggi monotoni viene però interrotto dall’entrata in scena di un coniglio che corre in preda alla fregola e, mentre corre, dice continuamente tra sé «Oh cielo! Oh cielo! Arriverò troppo tardi!», estraendo un orologio dal taschino del panciotto per controllare l’ora. La bimba non può resistere, e decide di inseguirlo, arrivando persino a calarsi in un cunicolo scavato sotto una siepe. Qui Alice inizia a cadere come in un profondissimo pozzo («Probabilmente mi sto avvicinando al centro della Terra») e, quando finalmente arriva davanti alla porta d’ingresso che il Coniglio Bianco ha appena attraversato, la trova chiusa a chiave. L’unico modo per entrare è bere da una bottiglietta su cui è scritto bevimi. «Non c’era niente di male a dire “Bevimi”, ma la saggia piccola Alice non intendeva farlo con troppo slancio. “No, prima guardo – disse – e controllo se è descritto come veleno oppure no”, perché aveva letto parecchie storielline di bimbi che erano rimasti bruciati, divorati da una belva e altre vicende sgradevoli». [3]

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Una volta che diventa della grandezza giusta per poter entrare dalla porta, però, Alice si accorge di aver dimenticato sul tavolo la chiave per aprire la serratura. Davanti a lei compare allora un pasticcino su cui è scritto mangiami, e ne mangia uno, e diventa altissima. A quel punto, la bimba non sa più dire chi è. Usare la logica – tanto cara a Carroll – diventa sempre più difficile, e Alice dubita di essere ancora se stessa. Per tutto il racconto ripete a memoria le filastrocche e le poesie che in genere ricorda così bene, e ogni volta le storpia senza pietà. «“Mamma mia, mamma mia! Oggi tutto è così strano! E ieri era tutto come al solito. Mi chiedo se sono stata scambiata nella notte. Lasciatemi pensare: stamattina quando mi sono alzata ero proprio la stessa? Quasi quasi mi pare di ricordare di essermi sentita un po’ diversa. Ma se non sono la stessa, la domanda successiva è: ‘Chi cavolo sono? Ah, questo è il gran mistero!’” E incominciò a passare mentalmente in rassegna tutte le bambine della sua età che conosceva per vedere se si fosse trasformata in una di loro». [4]

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A quel punto inizia a piangere, e le sue lacrime pesano così tanto e sono così abbondanti che, quando riesce a rimpicciolirsi di nuovo, si ritrova in un mare in cui rischia di affogare. Riesce a salvarsi insieme ad altri animali (un Topo, un Dodo, un’Anatra, un Lori e un Aquilotto) e con loro raggiunge la riva. Qui capisce che il posto in cui si trova risponde a delle leggi totalmente diverse da quelle del “mondo di sopra”, e i personaggi che incontra – irascibili e decisamente matti – non riescono a fare niente di logico. Alice si ritrova in una foresta di simboli, un luogo fantastico in cui è lei a essere il mostro, la creatura insolita. L’unica a riflettere, a ponderare e a darsi ottimi consigli (che poi molto raramente segue), l’unica a sgridarsi tanto aspramente da farsi venire le lacrime agli occhi. L’unica a cambiare continuamente dimensione, allargandosi e rimpicciolendosi grazie a pasticcini, bevande e funghi che trova lungo la strada.

L’interpretazione corrente vorrebbe leggere quello di Alice semplicemente come un viaggio nell’inconscio, popolato da creature straordinarie e talvolta demoniache che non sarebbero altro che parti di se stessa. La ricerca evolutiva di massa, infatti, è riuscita in pochi decenni a elevare a dogma l’idea che tutto ciò che ci accade nella vita sia il puro prodotto del nostro inconscio, lo specchio dei nostri limiti e delle nostre parti in ombra. Indubitabile, non c’è che dire, e ringraziamo tutti quelli che si sono impegnati per divulgare a un pubblico così ampio delle verità che fino a poco tempo fa erano ancora esoteriche. Ridurre tutto a un contenuto interiore, però, rischia appunto di ridurre e nascondere la realtà esistente. Gli esseri che incontra nel suo viaggio – e lo stesso luogo in cui il viaggio avviene, il Paese delle Meraviglie che va a visitare – sono davvero solo parti di Alice?

A questo proposito ci viene in soccorso il buon Jung: «Anche le figure dell’inconscio sono prive di informazione e hanno bisogno dell’uomo o del contatto con la coscienza per raggiungere la conoscenza. Quando cominciai a lavorare con l’inconscio le figure fantastiche di Salomè o di Elia ebbero una parte di primo piano. Poi scomparvero nell’ombra per riapparire circa due anni dopo. Con mia enorme sorpresa non erano mutate affatto: parlavano e agivano come se nel frattempo non fosse accaduto nulla. In realtà, nella mia vita avevano avuto luogo le cose più incredibili. Dovetti, per così dire, cominciare di nuovo dal principio, e raccontare tutto ciò che era accaduto, e spiegarglielo. Allora questo fatto mi sorprese. Solo più tardi capii che cosa era accaduto: nel frattempo i due erano sprofondati nell’inconscio e in se stessi, potrei ugualmente dire: fuori del tempo. Erano rimasti privi di contatto con l’Io e con le sue mutevoli vicende, e perciò erano all’oscuro di ciò che era accaduto nel mondo della coscienza». [5]

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Le creature che Alice incontra nel suo viaggio vivono in un altro mondo, in cui tutto si ripete senza logica ma ciclicamente, in cui non c’è crescita, ma solo ripetizione. Se non arrivasse qualcuno da fuori queste creature continuerebbero a prendere il tè in continuazione senza riuscire a fermarsi, a correre indaffarate senza un vero concetto del tempo, a perdere le staffe per un nonnulla, semplicemente perché quello è il loro schema. Solo il Bruco sembra fare eccezione, non fosse che per la domanda che le pone insistentemente: «E tu chi sei?» La risposta di Alice è: «Veramente… veramente non so, signore, in questo momento; so solo chi ero stamattina quando mi sono alzata ma credo di aver subito molte trasformazioni dopo d’allora». Quando Alice decide di allontanarsi, il Bruco la richiama per dirle qualcosa d’importante. «”Trattieni l’ira” disse il Bruco. “Tutto qui?” disse Alice, inghiottendo la rabbia alla meglio. “No” disse il Bruco. Alice pensò che, non avendo altro da fare, poteva anche aspettare, dopotutto avrebbe potuto dirle qualcosa di valido. Per alcuni minuti continuò a soffiare il fumo senza parlare, ma alla fine allargò le braccia, si tolse il narghilè dalla bocca e disse: “E così ti credi cambiata, eh?”» [6] Le sue domande non sono davvero cariche di verità, sono solo un flatus vocis, qualcosa di simile alla voce dell’Emissario del Sogno di cui parla Castaneda. Occupano uno spazio vuoto.

Accade qualcosa di simile durante molti dei viaggi indotti dalle sostanze psicotrope: si entra in un mondo nuovo e si fa conoscenza con esseri particolari – in verità, è raro che siano così caratteristici – entità che assumono un volto diverso a seconda dell’inconscio soggettivo di chi si dispone ad ospitarle. Talvolta, è la stessa sostanza psicotropa a parlare a chi ha deciso di assumerla, o ad accogliere la persona nel suo mondo. Durante questo genere di avventure, però, si è portati a credere che questi esseri siano semplicemente raffigurazioni simboliche del proprio inconscio personale o – se proprio hanno una vita esterna alla nostra – che si tratti di entità superiori a noi. In realtà, il fatto che queste creature siano inorganiche, che non abbiano un corpo non implica una loro superiorità di coscienza.

Per crescere, come sosteneva Jung, queste creature hanno bisogno di un nutrimento che da sole non possono darsi, la nostra esperienza umana. In Alice nel Paese delle Meraviglie, infatti, solo la protagonista fa esperienza, solo lei può cambiare dimensione, sebbene per farlo usi gli strumenti magici che trova in quel mondo. Mangiando il cibo del Paese delle Meraviglie, Alice stessa si offre come cibo, e in cambio riceve la possibilità di vivere una serie di avventure che le danno la prova che qualcosa di diverso esiste, che esistono altri stati di coscienza, altre qualità della materia.

D’altra parte, il racconto di Carroll ha sempre portato con sé l’idea di un inatteso cambiamento di realtà e di coscienza. In Cosmo e Psiche, infatti, Richard Tarnas osserva come pressoché ogni edizione del libro e ogni trasposizione cinematografica e televisiva siano venute alla luce durante alcuni aspetti precisi tra Urano e Nettuno. Questo mito moderno, infatti, rappresenta l’espressione paradigmatica del complesso archetipico formato da questi due pianeti: se da un lato Urano sconvolge l’esistenza degli esseri umani, dall’altro Nettuno porta a vivere stati alterati di coscienza. Se la versione realizzata da Walt Disney nel 1951 modifica e talvolta stravolge il racconto di Carroll («non si può espungere la filosofia dell’assurdo di Carroll e, insieme, conservarne l’impianto narrativo bislacco che soltanto quella filosofia avrebbe potuto giustificare» ha scritto Oreste De Fornari), e il recente Alice in Wonderland di Tim Burton (2010) è la sostanziale riscrittura del mito carroliano secondo le linee guida – ormai più che scontate – del viaggio dell’eroe made in Hollywood, la visione originale di Lewis Carroll contiene qualcosa che questi sogni successivi non sono riusciti ad afferrare.

from ALICE'S ADVENTURES IN WONDERLAND, by Lewis Carroll, with illustrations by John Tenniel. Macmillan and Co, London, 1898.

from ALICE’S ADVENTURES IN WONDERLAND, by Lewis Carroll, with illustrations by John Tenniel. Macmillan and Co, London, 1898.

Parlare con gli abitanti del Paese delle Meraviglie aiuta Alice a prendere le distanze dalla propria necessità di valutare tutto secondo la logica, ma non la porta a rifiutarla in toto. Il suo viaggio, piuttosto, rappresenta il tentativo di armonizzare il talento matematico – che la realtà ordinaria rischia di appiattire (da qui la noia) – con la spinta prorompente verso il miracoloso, l’ignoto, il fantastico. Gli esseri che incontra possono aiutarla – con la loro stessa esistenza – a ragionare in un altro modo, a creare una nuova sintassi, una matematica creativa, fornendole uno shock che dovrà poi riportare con sé, nella realtà ordinaria.

Che l’assunzione di sostanze psicotrope comporti una serie di conseguenze che spesso non vengono prese in considerazione è stata messa in luce dallo stesso Albert Hoffman, padre dell’lsd: «Sento l’urgenza di affrontare un problema fondamentale: non potrebbe l’uso di questo tipo di droghe, le quali esercitano un’azione così profonda sulla nostra coscienza, rappresentare una violazione di limiti? Finquando si utilizzano strumenti o metodi che aggiungono alla nostra esistenza nuovi aspetti della realtà, non c’è senza dubbio nulla da obiettare nel loro uso; al contrario, l’esperienza e la conoscenza di ulteriori sfaccettature della realtà si traduce in una maggiore ricchezza di questa realtà. Il problema rimane comunque qualora si affronti la natura stessa delle sostanze qui discusse: essa è tale cioè da provocare solo l’apertura di una finestra aggiuntiva ai nostri sensi e percezioni, oppure tale da produrre alterazioni del soggetto stesso, nel nucleo del suo essere? La seconda ipotesi renderebbe palese che qualche cosa è stato modificato, un qualcosa che, secondo me, dovrebbe sempre rimanere inalterato. Quello che mi chiedo a questo punto è se la parte più profonda del nostro essere sia veramente inattaccabile e non possa subire danneggiamenti, qualunque cosa accada nel suo involucro naturale, fisico-chimico e biologico-psichico – oppure se la materia, sotto forma di queste droghe, manifesti una potenza tale da attaccare il centro spirituale della personalità, il Sé. […] È quindi possibile che, in seguito ad alterazioni nel metabolismo, si venga a formare, al posto del neuroormone naturale, un composto simile all’lsd o alla psilocibina, determinando e modificando il carattere dell’individuo, la sua visione del mondo e il suo comportamento. Tracce di una sostanza, sulla cui produzione o non la nostra volontà non esercita alcun controllo, hanno il potere di plasmare il nostro destino». [7]

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Sembrerebbe la descrizione di un virus. Alice si trasforma continuamente nel corso della storia e, benché alla fine riesca a tornare della sua misura normale, non potrà mai essere la stessa bambina che era all’inizio del viaggio. Entrare in contatto con un altro mondo, con un’altra gente, e mangiare il cibo di quella terra, di quel “mondo di sotto” l’ha inevitabilmente cambiata, come una giovane Proserpina. Ma quanto l’ha cambiata? Come ha reagito il suo organismo a quel tipo di sostanze – in grado di modificarne completamente l’aspetto in un istante – e fino a quale livello si sono spinte le sue componenti? Le sostanze psicotrope sono, etimologicamente, in grado di modificare l’attività psicologica e mentale di un individuo, ma fino a dove arriva la loro attività? Dov’è il loro limite? Se dietro una sostanza vive un mondo che ha bisogno di cibo, fino a dove può essere disposto a insinuarsi perché l’essere umano continui a fargli visita, disponendosi a un’alleanza con lui? Il farmaco (φαρμακός), infatti, è allo stesso tempo un rimedio e un veleno, qualcosa che deve inserirsi nell’organismo per permettere l’eliminazione di qualcos’altro. E per farlo spesso usa dei trucchi, delle trovate che gli permettano di dominare il corpo dell’individuo malato.

Tutto il viaggio di Alice, infatti, è in sostanza la preparazione al processo finale che si terrà nel castello della Regina di Cuori, al quale tutti i personaggi parteciperanno. La Regina è totalmente preda delle emozioni, e ogni volta che perde le staffe (il che accade in continuazione) ordina ai suoi soldati – delle carte da gioco – di tagliare la testa al malcapitato. Tutti evitano, quindi, di farla arrabbiare, e la stessa Alice fa attenzione a non mancarle mai di rispetto. Ma si tratta di un gioco, tutti lo sanno, tranne la bambina. «Il Grifone si mise a sedere e si strofinò gli occhi, poi seguì la Regina con lo sguardo finché non fu scomparsa e infine ridacchiò. “Che ridere!” disse il Grifone in parte tra sé, in parte ad Alice. “Cosa c’è da ridere?” chiese Alice. “Ma lei – disse il Grifone. – È tutta una sua fantasia: non viene mai decapitato nessuno, sai». [8]

Si tratta semplicemente di un gioco ma, mentre tutti i personaggi vivono nel proprio mondo e conoscono solo quelle regole illogiche, Alice rischia di non poter più tornare indietro. Quello non è il suo mondo, e lì può solo modificare le sue dimensioni, ma per crescere davvero deve tornare a casa. Il Paese delle Meraviglie, però, vuole che lei rimanga lì, e che inizi a credere che quella sia l’unica realtà possibile. Nella versione Disney, Alice fugge dal Paese delle Meraviglie, inseguita dalla Regina di Cuori che vuole decapitarla e dalla Lepre Marzolina e dal Cappellaio che vogliono trattenerla per l’ennesimo tè. La bambina è nel panico, continua a correre, e a un certo punto incontra il Bruco, che continua a farle una sola insistente domanda: “Cosa esser tu?” È forse la sua incapacità di rispondergli a metterla in pericolo? Alla fine, Alice trova la porta d’uscita, ancora una volta chiusa a chiave. La porta le dice che, in realtà, lei è già fuori, allora la bambina si china sulla serratura e vede se stessa dormire sotto un albero. Mentre la Regina di Cuori e tutti gli altri personaggi l’hanno quasi raggiunta, Alice prigioniera del Paese delle Meraviglie chiede all’Alice che sta dormendo di svegliarsi. Lei non appartiene a quel mondo, e solo ricordando di essere già fuori può uscirne.

[1] L. Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie, Stampa Alternativa 2008, p. 17.

[2] Il titolo originale era Alice’s Adventures Underground.

[3] L. Carroll, op. cit., p. 22-23.

[4] L. Carroll, op. cit., p. 28-29.

[5] C. G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, BUR 1998, p. 362.

[6] L. Carroll, op. cit., p. 60.

[7] A. Hofmann, I miei incontri con Huxley, Junger, Leary, Vogt, Stampa Alternativa 1995, p. 34-36.

[8] L. Carroll, op. cit., p. 118.

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