Intervista a Giuseppe Ungaretti

Intervista trasmessa su Rai a Giuseppe Ungaretti del 1961 a cura di Ettore della Giovanna.

La mia vita è stata dura, ho fatto il poeta nei ritagli di tempo avendo avuto sempre un secondo mestiere, ho fatto il giornalista e sono fiero di averlo esercitato per lunghi anni, ho fatto il professore che è un altro nobile mestiere e ora sono sul punto di abbandonarlo per sempre. Essere a contatto con i giovani è una delle esperienze più belle e vere che un uomo possa fare ,e anche un poeta. L’umanità si conosce meglio nei giovani perché sono sinceri e non hanno ancora vissuto troppo la vita, si abbandonano e quindi si scoprono nella loro autenticità umana. Vorrei ricordare com’è nata al pubblico la mia poesia, e non in me, perché quella è una cosa che non saprei spiegare, sono quasi cinquant’anni che è nata e oggi si celebrerebbero qui le mie nozze d’oro con la poesia. Iniziò tutto a Parigi in un café dove ci si riuniva tutti i martedì e li incontrai Soffici, Palazzeschi, Marinetti e Papini, che erano arrivati a Parigi in occasione della fondazione del Soir de Paris di Apollinaire verso il 1912. Mi dissero che ero un poeta e mi chiesero delle poesie, io ne avevo ma non pensavo di pubblicarle. Quelle furono le miei prime poesie uscite sulla rivista Lacerba

Ungaretti è il maestro di tutta una generazione di poeti, è la generazione dei poeti ermetici. Che cosa ha insegnato Ungaretti alla mia generazione? Ungaretti ci ha fatto vedere i pericoli e i vizi più grossi della poesia. Il vizio della retorica, del sentimentalismo e del futurismo. Ci ha fatto vedere come nemici D’Annunzio, i crepuscolari e Marinetti, questo è stato il suo grande insegnamento. Noi abbiamo avuto lui come maestro, e io vorrei chiedergli: chi si scelse lui come guida e come maestro quando iniziò, più di cinquant’anni fa, le sue prime poesie?

I poeti che mi attrassero subito sono due. Un poeta italiano che è Leopardi, e un poeta francese che è Mallarmé. È curioso. Io ho conosciuto Mallarmé che ero ancora ragazzo, uno scolaro, e mi battevo con i miei compagni perché lo consideravano un poeta oscuro, come lo è difatti. Non lo capivo neanche io. Ma c’era qualche cosa in mallarmè che mi attraeva, sentivo che in quella poesia intensa c’era un segreto e che la poesia è tale quando porta in sé un segreto. Se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non lo è più. Anche la poesia che pare semplice è una poesia che contiene un segreto, non ha bisogno di contenere il segreto con quelle difficoltà da letterato che vi metteva Mallarmè. Leopardi aveva capito benissimo che la poesia doveva contenere un segreto. Si prenda per esempio la primavera, di solito viene considerata neoclassica ma non lo è affatto. Si prenda il titolo. Il titolo dice: Della primavera, ovvero delle favole meridiane, delle favole antiche. E quando si va a vedere nelle note di Leopardi si trova per la parola antiche una spiegazione straordinaria. Si trova che antiche è il contrario di postiche, cioè, è un punto cardinale, antiche vuol dire meridiane. Allora nel dire antiche, Leopardi vuol dire, che sono di un tempo lontano e nello stesso tempo vuol dire che sono del tempo del mezzogiorno, che ci è lontano. In questa parola, antiche, parola ambivalente, Leopardi vuole dare questo senso di durata, dal tempo del calore, il tempo antico quando l’uomo era vicino alla natura, al nostro tempo istituito dall’intelligenza. È tutto pieno di queste parole difficili a capirsi, soprattutto nella primavera dove in modo particolare il Leopardi ha esercitato la sue eleganza.

 

Siccome Ungaretti ha ricordato l’inizio della sua vita letteraria a Parigi e c’è un poeta che è stato importante per tutti, è stato un mito, ma per Ungaretti è stato qualcosa di più, un capitolo della sua vita. Si tratta di Apollinaire. Credo che lei abbia avuto dei rapporti con lui come un poeta può avere con un altro poeta. Può riportare qualcosa di questa sua amicizia?

I contatti con Apollinaire sono stati frequenti fin dal primo momento, dall’occasione in cui conobbi i poeti che mi indussero a pubblicare per la prima volta poesie mie. L’incontro che mi rimane più impresso del mio rapporto con Apollinaire è quello ultimo. Ero in zona di guerra nella champagne, e al momento dell’armistizio, alla fine della guerra, fui inviato a Parigi per la redazione di un giornale destinato ai soldati che si chiamava Il sempre avanti. Apollinaire mi aveva chiesto se tornando a parigini gli portassi dei toscani. Quando tornai a Parigi andai subito ad incontrare Apollinaire e il giorno dell’armistizio, 3 novembre del ’18, credo,  la città era rumorosa, la gente urlava. Vado a casa di Apollinaire, entro in camera e lui era disteso, coperto da un velo nero. Era morto. Stava li con il quadro che gli aveva dato per le nozze Picasso di fronte al letto. Questo è il ricordo che conservo di Apollinaire più terribile.

Lei ha parlato del segreto della poesia in modo illuminante,e si tratta del segreto alto, esoterico della poesia. Cosa ha da dire riguardo il segreto spicciolo, il meccanismo della poesia? È il fatto musicale che primeggia in lei o il fatto concettuale, o è qualche cosa che la tormenta all’improvviso e si chiude dentro a se stesso e anche dentro ad una stanza, prigioniero in un faro, come diceva Boudelaire, oppure in mezzo ad altri uomini, in un tram? 

Chi fa poesia lo fa di certo senza pensarci, perché occorre farla. Ho scritto il primo libro di poesie, Il porto sepolto, e poi parte de L’allegria in trincea su pezzi di carta che mi capitava di avere, pezzi di cartone, cartoline, in mezzo al pericolo.

E nella vita normale?

Ma.. non si sa. Tra un momento e un altro arriva un’idea e poi questa idea ti tormenta e scrivi qualche cosa, e poi ritorna e continui a scrivere. Certe volte è un lavoro lungo, altre volte lo si fa in pochi momenti. L’isola, per esempio, è una poesia lunga ed elaborata del sentimento del tempo ed è nata in una notte, altre poesie richiedono sei mesi di lavoro, non tornano mai a posto, si seguono con l’orecchio e non si sa cosa sia poi questo orecchio perché va dietro al significato, al suono, a tante cose. Insomma, tutto deve finire col combinare e col dare la sensazione che sia espressa davvero. Anche se non si esprime mai veramente, si è sempre scontenti, si vorrebbe che fosse detto diversamente. Ma la parola è impotente e non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi, ma lo avvicina.

Sotto la prima parte dell’intervista.

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