Anatomia dell’Hater – Perché odiamo così tanto?

Perché così tante persone passano così tanto tempo a esprimere il proprio odio per un personaggio più o meno noto? Perché esistono gli hater? Cosa ci spinge a fare dell’odio un vero e proprio mestiere non retribuito?

Uno studio condotto da Justin Hepler sul Journal of Personality and Social Psychology ha dimostrato che gli hater sono tendenzialmente più infelici degli altri. Tendono a essere meno soddisfatti di sé e quindi meno appagati dal mondo circostante. Chi si pone esclusivamente contro, ha evidenziato lo studio, è incapace di reagire alle novità ed è costretto a odiare tutto ciò che non rientra tra quanto conosce. Il suo passato è la griglia attraverso cui seleziona il futuro, e in questo modo tutto ciò che dal futuro eccede il passato, tutto quel che non rientra nella griglia del già conosciuto, va soppresso. Così, se il focus dell’individuo è su quel che non funziona, sarà molto più propenso a perdersi la bellezza di ciò che non rientra nella propria esperienza.

La capacità di odiare non è di per sé negativa: è piuttosto la dimostrazione dell’essere vivi, di avere energie, ma al contempo testimonia l’incapacità di dirigerle in maniera consapevole. Chi odia è più vivo di chi non prova emozioni, ma non sa ancora che farsene della vita. L’odio è, in questo senso, un amore ignorante.

Poco prima di morire, il filosofo danese Søren Kierkegaard ha scritto: «Mostrando di non rispettarmi, e avendo cura che io sappia che non mi rispettano, non fanno altro che denotare dipendenza da me. Mi mostrano rispetto proprio perché hanno il bisogno di farmi vedere che non mi rispettano».

Gli hater scelgono di esistere in funzione all’obiettivo del proprio odio molto più di quanto faccia il fan ordinario. Il fan è felice se il proprio oggetto di attenzione è felice e desidera che l’oggetto del proprio interesse sia realizzato. Richiede la sua attenzione così da poter veicolare il proprio bagaglio emotivo e gioisce per un’eventuale risposta (una stretta di mano, un mi piace, un selfie). Come il fan, anche l’hater richiede l’attenzione del personaggio: pretende che non dimentichi mai di essere odiato. L’hater ha a cuore l’infelicità dell’odiato, impiega il proprio tempo e disperde la propria felicità affinché l’altro diventi infelice. E la costanza è la caratteristica principale dell’hater. Costanza con cui, distruggendo, si autodistrugge.

Non si tratta semplicemente di invidia: è, come scrive Kierkegaard, una questione di dipendenza, di incapacità di bastare a sé stessi. Essere hater è una forma di religione in cui il funesto demiurgo, il dio cattivo e degno d’odio, è un personaggio dello spettacolo, dello sport, della cultura. L’hater è fondamentalmente uno gnostico disimpegnato la cui insoddisfazione è, di fondo, un’energia prodotta dalla consapevolezza di quanto il mondo non sia all’altezza delle proprie possibilità, e che sia doveroso renderlo migliore, più bello, più giusto. Questo pensiero, però, non diventa azione di miglioramento – né di sé né del mondo – ma fastidio, odio, critica sterile. Insomma: l’hater è potenzialmente un attore consapevole del cambiamento che sceglie di impedire al mondo di cambiare.

Molto vicine a quelle di Kirkegaard sono le parole di Kundera, infatti, quando dice che 

la trappola dell’odio

è che ci lega troppo strettamente

all’avversario.

di Andrea Colamedici

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