Estratto da un’intervista a Umberto Curi per Tv2000.

Cosa hanno in comune, se hanno qualcosa in comune, un filosofo e un monaco?

Forse la dedizione esclusiva a qualcosa che non si esaurisce nell’esperienza umana limitata ma che allude a un piano, a un livello non necessariamente attinto ma certamente cercato. Cercato dal monaco, cercato da un filosofo che non si accontenti di fare il burocrate della storia del pensiero.

Lei si sente più un filosofo o uno studioso di filosofia?

Cerco da molti anni di essere un filosofo, anche se devo avere l’umiltà di riconoscere che questo è più un obiettivo che una meta già raggiunta.

Lei stava dicendo prima che, secondo le proprie competenze e possibilità, dovrebbe essere un obiettivo antropologico per tutti. È questo forse il motivo per cui vale la pena studiare filosofia, nonostante le statistiche sociologiche ci dicono che non si trova lavoro e non è più il caso e non serve?

I miei allievi non hanno questo problema. Sono perlopiù giovani usciti dalla scuola secondaria con provenienze diverse. Soltanto meno della metà provengono dal liceo classico poi un’altra quota viene dal liceo scientifico, ma c’è una quota non trascurabile di studenti che si iscrivono a filosofia senza aver mai studiato nella scuola secondaria filosofia. Sanno perfettamente due cose, che la laurea in filosofia non consentirà di trovare un’occupazione e sanno poi quello che si dice abitualmente della filosofia, cioè che la filosofia è inutile, salvo che è proprio questa inutilità che fa la peculiarità della filosofia. Quando mi trovo alle prime lezioni con gli studenti sottolineo loro che è proprio vero, la filosofia non serve a nulla. Non è serva, questo vuol dire che non serve a nulla. Ambisce ad avere un valore, un significato, una funzione di per se stessa, e non in rapporto ad altro.

Molti che studiano filosofia si discostano da questo pregiudizio.

Dicevo che non hanno quel problema di prestabilire cosa faranno dopo, perché, secondo me, come segnale di maturità questi giovani hanno perfettamente capito che da tempo si è rotto il rapporto lineare tra studio e lavoro, nel senso che non esistono più quei percorsi rettilinei che consentivano, ad esempio a quelli della mia generazione, di sapere che intraprendendo un certo tipo di percorso di studi si poteva poi raggiungere qualche obiettivo occupazionale, questa linearità non c’è più e allora tanto vale, questo mi dicevano i giovani, impiegare i tre o i cinque anni del percorso di studio universitario per studiare ciò che interessa, ciò che appassiona, ciò che si ritiene importante per sé.

Bisogna trovare anche qualcuno che faccia appassionare, nella sua ultima lezione accademica nella facoltà di Padova c’è stata un’ovazione di colleghi, ex-colleghi, ex-allievi, allievi. Lei si sente un maestro?

Ho fatto quanto era in me nella mia vita per poterlo diventare.

Chi è un maestro?

Il maestro è colui che ha ancora la disposizione a imparare nonostante abbia fatto tante esperienze, tanti studi, tante ricerche; ma maestro è chi ritiene che, in particolare nel rapporto dialogico con gli altri, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare o c’è sempre qualcosa che si può approfondire maggiormente.

Sotto il video completo.