Intervista a Stefan Merrill Block di Marilia Piccone 20 giugno 2008.

26 anni, un libro pubblicato: se Le chiedo quando ha iniziato a scrivere, mi risponderà che ha iniziato da bambino? E come ha fatto a trovare chi le pubblicasse il libro, in questi tempi difficili in cui ci sono tanti aspiranti scrittori?

È proprio così, ho iniziato a scrivere quando ero bambino. Per me scrivere è sempre stato un impulso irresistibile; mi sembra di perdere tempo se non scrivo, anzi qualunque cosa faccia mi sembra una perdita di tempo al confronto dello scrivere. Forse ha a che fare con il fatto che ho studiato a casa e non ho frequentato una scuola. Non avevo un programma preciso, era mia madre – che è un’insegnante – che seguiva i miei studi e assecondava i miei interessi o cercava di stimolarli. E io leggevo e scrivevo sempre.

Come mai la sua famiglia ha fatto questa scelta per Lei?

Mia madre pensava che la scuola pubblica non fosse abbastanza creativa per me, facevano fare un sacco di lavoro scritto, e poi avevo un’insegnante che usava le punizioni corporali sugli studenti – so che dopo fu anche incriminata per quello. Studiare a casa per me volle dire godere un tempo libero disciplinato. In casa mia si poteva iniziare, per esempio, a colazione, con unaconversazione sull’impressionismo francese. Il mio rapporto con l’imparare è un rapporto di passione. E poi sapevamo che ad un certo punto sarei tornato a scuola: ho studiato a casa dagli otto ai quindici anni. Come dicevo prima, fin da piccolo volevo scrivere – passavo molto tempo da solo e pensavo a che cosa avrei scritto.

La seconda parte della prima domanda era su come abbia fatto a trovare chi pubblicasse il suo librio: come ha fatto?

Sono stato fortunato anche senza rendermene conto. Avevo lavorato come cameraman in India, poi sono tornato e ho scritto per un anno  e mezzo, vivendo alle spalle della mia ragazza che ad un certo punto si è stufata di mantenermi. Ho cercato un agente online, ho scritto ad un nome che pareva essere piuttosto famoso, lui ha letto la mia mail – ne riceve chissà quante ma sembra che le legga tutte prima di cestinarle. Non so che cosa lo abbia colpito nella mia, fatto sta che gli ho mandato il manoscritto: era un venerdì, il lunedì seguente mi ha contattato. Gli sono molto grato: è stato un lettore appassionato del mio libro ed è stato anche un grande aiuto.

Ci sono tante cose insolite nel suo romanzo: l’argomento, prima di tutto. È un libro sulla memoria e sulla dimenticanza, sull’Alzheimer e – come scrive Lei stesso – sulle soffitte colme di ricordi. Che cosa l’interessava di più? Il ricordo o la dimenticanza?

Immagino che mi interessasse l’interazione delle due, memoria e dimenticanza. Le storie che ci diciamo sono fatte sia da quello che ricordiamo sia da quello che dimentichiamo. Le storie che ci raccontiamo per vivere hanno un senso non solo per quello che ricordiamo ma anche per quello che dimentichiamo. Nel mio libro c’è questo fascino del raccontare storie, cose che ricordo della mia infanzia; molte di queste cose sono sulla malattia di Alzheimer che ha perseguitato la mia famiglia per generazioni. Andavo ancora a scuola quando mia nonna è morta di Alzheimer, o, se non di quello, era comunque ammalata di Alzheimer. E so che l’argomento del mio libro è una scelta inusuale, ma c’è tanto nel libro che è analogo alla mia esperienza durante l’infanzia, e poi c’è il Texas – sono nato e cresciuto in Texas – e i problemi dell’adolescenza: anche io – come Seth – mi sono sentito rifiutato dalle ragazze…

Allora c’è qualcosa di Lei nel personaggio di Seth?

C’è molto di più di qualcosa. La biografia di Seth è come la mia, tante cose che racconto di lui sono di me, tranne la scena in cui si guarda nudo nello specchio. Ai giovani scrittori si dice sempre che devono scrivere di quello che sanno. Per me non è vero, devi scrivere di quello che ti importa di più. E non potrei scrivere un romanzo biografico perché un biografo deve attenersi alla verità, mentre io parto dalla mia esperienza ma trasformo in una sorta di mito tutto quello che racconto. Seth è me stesso trasformato in finzione narrativa, perché mi sentivo limitato dalla verità. Essere un narratore significa tessere menzogne.

Oltre all’argomento, anche i personaggi del romanzo sono insoliti: il vecchio che aveva un gemello e il ragazzo. Aveva bisogno di due estremi per fissare quello che voleva dire sulla memoria?

Sono spesso i lettori che pensano che uno scrittore abbia messo di proposito qualcosa nei suoi libri… Le voci di Abel e di Seth sono emerse in me in maniera del tutto inconsapevole, sapevo che erano necessari ma non ne sapevo il perché. Le mie storie si svolgono in luoghi che hanno qualcosa di mitico, do ai miei personaggi nomi presi dalla Bibbia, attribuisco loro caratteristiche estreme, come la gobba di Abel, perché tutto questo comunica il senso del mito e contribuisce a creare l’atmosfera.

Quali dei due personaggi ha amato di più? E di quale dei due ha trovato più facile scrivere?

Ho trovato più facile amare Abel, ero ossessionato dalla sua voce. Perché Seth è troppo vicino a me, c’è troppo che Seth condivide con me. È come quando ti innamori di qualcuno e lo puoi amare totalmente subito perché non lo conosci ancora. Così è stato per me e Abel: mi è stato più facile scrivere come Abel. Tanto facile che continuo a sentire la voce di Abel: anche nel secondo libro mi è difficile mettere Abel da parte…

Perché il ragazzo Seth si riferisce a se stesso come al ‘Maestro del Nulla’?

Perché è un poco quello che è successo a me: nel libro c’è il tema della dimenticanza, sia biologica sia volontaria; all’epoca in cui andavo a scuola io volevo solo scomparire, finire in un luogo in cui non potevo essere visto. È quello che mi piacerebbe, essere Maestro del Nulla – essere presente solo per osservare senza essere coinvolto, vorrei non essere imbarazzato dalla mia vita. Essere Maestro del Nulla è tutto questo…

Anche la struttura del libro è insolita, specialmente le due narrative a fianco di quelle principali, in un diverso registro: quello pseudo-scientifico e quello mitologico. È la terza opposizione di estremi che troviamo nel romanzo: è stata una sfida per Lei scrivere in questi stili diversi?

No, non l’ho vissuto come una sfida. Anche la professoressa che avevo all’università, a cui ho mandato il libro, ha osservato che è un libro di estremi, che questi estremi, una sorta di punto e contrappunto, si trovano dappertutto nel mio romanzo, anche nel linguaggio. E in effetti, ci sono due Jamie, due fratelli, anche la famiglia che arriva dall’Inghilterra viene rispecchiata da Seth e dalla madre: è come se la mia maniera di dire storie richiedesse questo gioco di giustapposizione. Forse il fatto che la mia generazione sia cresciuta con Internet ha una relazione con questo. Io ho ricevuto molta istruzione online; se, ad esempio, studiavo Van Gogh, facevo ricerche su Wikipedia e poi su un altro sito…Quello che so di Van Gogh viene da parti diverse e così la mia storia si basa su fonti diverse. Direi che la parte più facile è stata scrivere con voci diverse, quella difficile è stata far funzionare tutto insieme.

Dapprima ho pensato che il tipo di Alzheimer che descrive fosse veramente provato, poi ho letto nella sua nota che non lo è: aveva bisogno per la trama di questo tipo di Alzheimer ereditario?

In parte tutto quello che scrivo su questa forma di Alzheimer è vero. Come ho già detto, c’è molto di autobiografico nel romanzo. E ci sono tre forme di Alzheimer: una forma normale che si manifesta tra i 70 e gli 80 anni e ha una leggera componente genetica; una seconda forma che si manifesta prima, tra i 60 e i 70 anni ed è dovuta ad un amalgama di geni; e infine la terza forma, estremamente precoce, perché si manifesta tra i 30 e i  40 anni, ed è ereditaria, del tutto genetica. Quello che volevo esprimere nel libro era la mia esperienza del terrore, del dolore causato, quando ero bambino, dalla perdita della nonna. Era stata ammalata per tre anni ed è morta cadendo delle scale, quando era in stato confusionale, un po’ come succede a Jamie nel libro. Il libro è disseminato di elementi che derivano dalla mia infanzia, che sono penetrati dentro di me e ne escono trasformati: quasi in ogni pagina c’è qualcosa che mi è successo, ma trasformato. È una forma narrativa di realismo. Mio fratello mi ha detto di essersi commosso nel leggere delle scene che riflettevano quelle che avevamo vissuto, anche se io, mentre scrivevo, non ero del tutto consapevole di quello che stava filtrando attraverso la mia memoria.

Isidora: qual è il ruolo del regno di Isidora?

Isidora è il mio tentativo di cercare di capire dove vadano gli ammalati di Alzheimer. Voglio dire, dove vada la loro mente. Forse vanno ad Isidora: è la mia speranza, pensarlo mi dà pace, come deve darla a loro. In realtà avevo già scritto la storia della terra di Isidora tanto tempo fa, quando ero più giovane, sotto l’influenza delle Città Invisibili di Calvino, soprattutto, e di Borges.

Sta già lavorando ad un secondo romanzo? Forse l’ha già anche terminato?

Uno l’ho già finito e l’ho cacciato subito via. E ora ne sto scrivendo un altro. Ogni volta che inizio a scrivere qualcosa, dapprima è sempre una storia che ha del fantastico, del liberatorio, come una fuga. Poi la vicenda diventa sempre più buia. Avevo bisogno, dopo “Io non ricordo”, di una storia che mi facesse fuggire con la mente, ed è quella che ho cacciato via, ora sto scrivendo un romanzo su mio nonno, ricoverato in un ospedale per malattie mentali: era afflitto da depressione bipolare. È un romanzo per metà finzione letteraria e per metà libro di memorie, perché cerco di ricreare i diari che scrisse mentre era in ospedale e che mia nonna ha bruciato, insieme a tante altre cose di lui. Che, peraltro, morì in una maniera che, a mio parere, significa che si è suicidato.