Richard Linklater – L’uomo che ha sceneggiato il sognare

Intervista fatta da Cynthia Fuchs pubblicata su Popmatter il 19 ottobre 2001.       

Traduzione a cura di Alessio Angelo Aveta.

Come ti è venuta in mente l’idea per questo film? 

Come qualsiasi cosa che faccio, dalla vita reale. Credeteci o no, un film così irreale prende tutti i suoi spunti da esperienze personali. Mi è veramente accaduto, è stato davvero un sogno lucido formativo, come nel film, una serie di falsi risvegli. Sembrava che andasse avanti per settimane e settimane, e diventava sempre più inquietante con l’avvicinarsi alla fine. La sua struttura narrativa è qualcosa al di fuori dalla mia esperienza personale. Ci ho pensato sopra per anni e anni, come avrebbe potuto funzionare come film, domandandomi “funzionerebbe veramente come un film?” Non mi è venuto in mente finché non ho visto alcuni video di Tommy Pallotta e Bob Sabiston, miei amici, e allora mi sono detto “Oh, quella storia a cui avevo pensato non funziona, questa è la forma che dovrebbe avere.” Ha preso tutto da quel livello necessario. È realistico, ma è anche costruito immaginariamente, una contraddizione. Al che ho pensato, “Oh, è quello che fa la tua mente, nel sogno e nella memoria.” Non c’è niente di esatto; è tutta una ricostruzione, costantemente. Se il film può’ essere percepito su quel piano, allora è il piano necessario per quella storia. Molto di ciò è stato istintivo, cercando un modo per comprendere le contraddizioni, come essere sveglio in un sogno. I film assomigliano così tanto ai sogni da non farmi pensare a film riguardo i sogni, quindi questo doveva essere diverso. Per me, è stato come diventare lucido in sogno. E così anche il film in un certo senso diventava più vivido con l’andare avanti. Tutte queste cose erano sugli stessi piani paralleli: tutto ciò che pensavi allo stesso tempo lo guardavi, il protagonista – Wiley – diventando consapevole della storia, e il pubblico diventando consapevole della stessa narrazione al suo stesso tempo, ti balza addosso e prende il sopravvento sull’intero film, in qualche modo. Ma non è una narrazione imposta, è una presa di coscienza di qualcosa che è sempre stato li. Quindi la narrazione diventa consapevole di se stessa. E allora il film (ride) è realmente consapevole di se stesso come narrazione,  storia,  film.  Ed ecco lo scherzo di Soderbergh alla fine, il film diventa consapevole della sua entità economica.

Molti film ti danno una storia, ti chiedono di identificarti con un personaggio, e ti trascinano verso un finale diverso, mentre qui, tu chiedi ti pensare al processo di identificazione, perché non è così regolare.

Sì, avere un personaggio principale che realizza di non sapere neanche il suo nome, per una parte del film. Sei senza timone, ma sei dentro la sua posizione, hai una prospettiva. È come, “Okay, non so il mio nome”, ma cosa puoi farci? Il film è lineare, muovendosi attraverso un proiettore ad una certa velocità. Il tempo si sta muovendo che tu lo sappia o meno. Ti sta dicendo che non hai veramente bisogno di quei appigli, non hai bisogno di un personaggio con cui entrare in empatia. Vedi così tanti film che ti danno ragioni ridicole per preoccuparti del personaggio, come il suo cane che muore. Ma tutto ciò è costruito. Puoi renderti conto di altre cose.

Inoltre chiede allo spettatore di essere responsabile della sua risposta.

mm-mmh. È veramente un film che ti fa partecipare, perché è raffigurando quella consapevolezza di starlo sognando in modo definito che ti porta ad un livello consapevole. Guardi un film in modo passivo, e tutte le tue cose personali, idealmente, vanno via e hai questa grande esperienza di due ore di un altro mondo, e allora, la luce riprende e ritorni al mondo reale:”Oh dio, ho un appuntamento tra quindici minuti.” È una bella esperienza. Mi piace l’idea che hai bisogno di essere consapevole di quello che stai facendo nel mentre lo stai facendo, e ancora, in modo analogo, a essere sveglio nel tuo sogno. Il film comanda che tu stia attento ad esso. Credo che sia li ad aiutarti nel tuo processo di consapevolezza, con tutti i personaggi che sono li per aiutare Wiley nel suo processo di consapevolezza (ride).

La maggior parte dei film presume che tutti gli spettatori abbiano la solita esperienza – nonostante, ovviamente, non sia vero. Questo invece è in anticipo riguardo al fatto che tutti avranno un’esperienza diversa.

Sì, riguarda completamente la tua esperienza soggettiva. Come la vita, tutto è come una sorta di costruzione visuale, ma credo che tutti noi siamo reciprocamente d’accordo sulla realtà. Alcune persone vanno fuori e dicono che non esiste nessuna realtà, ma ciò sembra veramente egoistico, pensare di creare la tua realtà, da solo. Io penso che la creiamo tutti insieme, solo percependola in modi leggermente diversi. La realtà è concreta, è reale, ma la vediamo individualmente.

È un modo nuovo per rispondere al relativismo accademico, o alcune versioni del decostruzionismo.

Sì, Waking Life in qualche modo rifiuta tutto ciò, l’idea che tutte le soggettività e società siano illusioni, allora dove sei tu? Voglio riunire, far riemergere un’altra, più tangibile soggettività e responsabilità. É interessante passarci attraverso, ed è importante confrontare. Ma se pensi riguardo a ciò politicamente, e su tutti gli altri livelli, la devo rifiutare. Come i personaggi che sembrano professori, gli insegnanti, dicono all’inizio del film, sono tutte scuse, una volta che vedi te stesso solo come un prodotto di tutte queste forze. Mi sento molto più connesso di così. Tutti quanti sono sul loro cammino personale. Ricado sempre indietro a Ralph Waldo Emerson e Thoreau, tipi veramente fiduciosi, come quelli della beat generation. Sono attratto da loro.

Mi stavo domandando riguardo al tipo in prigione, che segue la scena di Ethan Hawke e Julie Delpy.

Non volevo che il film operasse su qualsiasi livello; volevo che fosse brillante e oscuro, positivo e negativo, per lo più positivo e non cinico, ma mi piaceva che ci fossero entrambi. Per me, era qualcosa di spaventoso. Sono cresciuto in una città con la prigione, in Huntsville, texas, e l’idea di persone dietro a delle sbarre mi assillava, marcendo nelle loro soggettività. La sua rabbia è così feroce, ma anche molto idealizzata alla stesso tempo. È così che aumenta, quando metti delle persone dentro a delle gabbie, per cose per cui forse non dovrebbero neanche stare li, perché ci sono altri modi di trattare con loro, stai creando un sacco di energia super-negativa che ti tornerà indietro in qualche modo.

Come la pensi riguardo la connessione tra memorie e identità, non intesa  necessariamente come “esperienze”?

È una cosa che mi ha sempre affascinato. Questo film che dovrò far uscire il mese prossimo, Tape, è tutto riguardo ciò, di come un evento di dieci anni fa leghi tre persone nel presente, e di come lo ricordino in modo differente. La nozione di memoria, e l’idea che le nostre menti stiano costruendo il passato, non esiste niente riguardo a questo. Il tuo cervello non è un registratore, è una riproduzione teatrale, e tu stai indossando i set, cambiando costume, cambiando enfasi. Cambia tutte le volte. Nessuno va in giro per il mondo pensando di essere cattivo. Questo film, Tape, coinvolge qualcuno ad essere forzato a perdonare per qualcosa che è successo dieci anni fa. Ti chiede cosa significa dire mi dispiace.

E certamente, ha a che fare con chi immagini di essere nel presente, basandoti su eventi che non ricordi bene.

Bhe, le nazioni non ricordano bene le loro storie, per qualunque scopo. E noi facciamo lo stesso, assegnandoci la parte della vittima o dell’eroe. È pericoloso, scrivere la tua storia. Non è un modo molto sano di stare al mondo, pensare che il modo in cui sei stato trattato dalla tua famiglia definisca chi sei. Devi pensare a ciò che ti gira per la testa, qual è il tuo interesse nel mantenere quella storia? Su cosa ti stai focalizzando nella tua vita adesso, perché è molto più importante di ciò che è accaduto 25 o 30 anni fa, se vuoi essere veramente responsabile di ciò. Ma la maggior parte delle persone non lo fa (ride). Ma sono incoraggiati a non farlo, perché così hai una società piena di persone danneggiate, che non hanno  il pieno controllo, anzichè totalmente politicizzate.

Questo film agirà in modo diverso per chi ha visto i tuoi lavori passati, e sarà così anche per chi non li ha visti. Quindi agirà come una “memoria” per entrambi gli spettatori.

Giusto, febbre da sogno! Personalmente, l’ho appena realizzato, e riguarda la storia del film, anche.  Ho appena visto le mie creazioni tornare indietro, con qualcosa da offrire a questo film. Julie e Ethan, da Prima dell’alba – quello che dicono è incredibilmente rilevante per Waking Life, sono alcuni dei pensieri chiave del film. Ma non significano niente letteralmente, e non hai bisogno di conoscerli per sapere cosa succede nel film. Non sono stato troppo prezioso al riguardo.

Quali sono i tuoi pensieri riguardo lo stile ondulatorio dell’animazioni?

Bhe, è il modo in cui il computer interpola i colpi di mezzo. Lo fai con 12 frame al secondo, e quel respiro è una sua qualità. Mi piace come appare, sembra attivo verso di me, l’abbiamo filmato anche con una telecamera portatile, così ha uno strato in più. Non ho mai visto un film animato girato a mano, tanto meno uno che ha quasi 30 differenti stili di animazione. Quindi, come gli attori sono differenti, così lo sono anche gli artisti, e questo crea un effetto  scivolata tra gli status individuali di questi personaggi, un’altra nozione contraddittoria in questo film pieno di contraddizioni. Era più reale in questo modo.

Per i primi minuti, sei disorientato, guardandolo, e poi ti stabilisci all’interno.

Sì, i tuoi occhi accettano lo stimolo visivo molto facilmente. Non credo che l’orecchio ne sia capace. Dico sempre a chi produce film, che se hanno un badget basso, la mente si adatta a qualsiasi cosa, bianco e nero, film granulosi, come se fossi in uno stato di sogno. Se quello è il modo in cui appare bene, allora vai con quello. Se c’è una cattiva colonna sonora, o non riesci ad ascoltare i dialoghi, è molto più fastidioso. All’inizio del film, c’è una immagine abbastanza radicale, quando Wiley sta camminando attraverso la stazione centrale e  ci sono dei lampadari e un sacco di piani differenti, e alcune signore dietro di me hanno detto, “Oh cazzo! Tutto il film sarà così? Non ho preso la mia Dramamine (medicinale per la nausea).” Penso che anche la voce sia importante, è specifica, hai bisogno di quel piccolo tocco umano. (…) E in questo film, non è solo la voce, sono anche i suoni d’atmosfera. Abbiamo l’autobus che passa, come i rumori tipici di un documentario. La maggior parte dei film animati sono così puliti, che ha senso, perché sono fatti in studio, ambienti controllati. Non vuoi un autobus nel mezzo di Shrek! In realtà, mi piacerebbe vedere autobus per tutte le strade di Shrek.

Parlando di autobus, possiamo parlare un po’ di viaggi, come mostrano la maggior parte dei tuoi film?

I viaggi e la ricerca appaiono nei miei film, ma non ci penso così tanto. Credo che quando stai viaggiando hai un sacco di quei momenti commoventi. Tutto è più intenso, è penso che sia per questo che esiste una dipendenza dal viaggio. Sei molto più consapevole della cultura e di te stesso. È un posto interessante in cui stare nella tua testa, le cose spesso prendono una risonanza più poetica, e se sei in cerca di qualcosa, ti mantiene più sensibile. Puoi farlo e non lasciare mai la stanza: è un approccio operativo per alcune persone. L’intero film è come un viaggio, sta viaggiando nella sua mente, e tutto ciò che incontra lo aiuta a diventare consapevole. Se sei umano, non hai nessun’altra scelta. Stai su finché non vai giù.

C’è un’altra domanda: scelta.

È un altro di quei argomenti in cui più scavi e  più diventa affascinante. Qualcosa di casuale come uno di quegli origami che ci infili le dita dentro e lo muovi, non ricordo il nome, e sembra che tu possa avere un destino che dipende dal numero e dal colore che scegli. Ma se dice “7” invece di “15”, allora che succede? Questa è una cosa veramente fondamentale che ti chiedi fin da giovane, ma a cui non rispondi mai veramente e ancora ci giri intorno. Libero arbitrio, buona questa, sta lassù insieme a Dio. Dipende dalla tua visione religiosa e allora questa domanda va di pari passo. Adoro gli atleti che ringraziano Dio. È come se fai un fuori campo, e Dio sta dalla tua parte ma non con il lanciatore. Mi piacerebbe che qualcuno dicesse, nessun grazie a Dio, a parte per aver creato l’universo. Ma oltre a questo, sappiamo che non hai fatto un cazzo per circa 15 miliardi di anni! (ride). Sembra così scontato, per un aspetto così importante della nostra vita. Dire grazie a “Dio” è la risposta Big Mac, così generica. C’è un sacco da scoprire al riguardo, ma per scoprire davvero un’area, devi scavare profondamente, ed è buio, e ci sono posti pericolosi. Quindi è facile non farlo.

E non è tutta questione di narrazione, comunque, creare un senso per ciò che ti accade?

Certo. È quello che fa il nostro cervello, siamo molto comprensivi, cercatori di modelli, creature narrative. Prendiamo dati limitati e creiamo senso da cose che fondamentalmente non ce l’hanno. Ma è il nostro modo in cui riusciamo ad andare avanti e capire qualsiasi cosa nel mondo fisico, penso, siamo capaci di attribuire un sacco di significato a qualcosa che forse non ne ha. Oppure devi soltanto comprendere, quando stai cercando un significato, che non c’è, sono completamente una serie di coincidenze, biologicamente parlando. Ma comunque ti prende, per continuare ad andare avanti. Narrare, ecco perché siamo qui. È comunicazione, un modo per condividere le nostre esperienze. L’arte è la punta di un iceberg in termini di come possiamo comprenderci a vicenda. È il modo in cui le tribù escono fuori e condividono la cultura, è qualcosa di incredibile. E questo è il punto, i film sono il modo più incredibile per comunicare, ed è così nuovo. È così importante. Credo che stiamo continuando ad afferrarlo solo con quella possibilità, che puoi guadagnare milioni. Forse solo Titanic l’ha fatto. Ecco perché penso che non ha senso quando i registi dicono, “l’ho fatto solo per me stesso e i miei amici.” Se sei nel campo cinematografico, devi, in qualche modo, sperare per una comunicazione più grande.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *