Intervista del 1999 di Nina Fürstenberg al filosofo Peter Sloterdijk.

 

Che rapporto c’è tra il programma di “Sfere ” e il suo precedente lavoro, “Critica della ragione cinica”?

La “Critica della ragion cinica” è un punto di partenza relativamente remoto, risale ormai a quindici anni fa. In questo periodo il mio lavoro si è distanziato sempre più da un simile progetto di “filosofia della contestazione” ed è andato verso una sorta di teoria fondamentale di carattere storico e antropologico. Il progetto di “Sfere” è il tentativo di partire da una teoria dello spazio su basi psicanalitiche, o meglio da una teoria dello spazio interiore, per approdare a una concezione generale del mondo e della storia umana. In “Sfere” cerco di dimostrare che gli uomini sono esseri che derivano dall’interno. È un destino che condividiamo con gli altri mammiferi. Per questo mi rifaccio innanzi tutto alla costituzione dell’essere all’interno nella madre.

E dove porta questo rifarsi alla madre?

A differenza degli animali che vengono al mondo in un nido, i mammiferi approfittano del mecenatismo biologico che il corpo della madre offre alla propria prole. Per come è strutturata la memoria umana, noi rimaniamo legati a quell’utopia biologica che va sotto il termine di ‘madre’ e pretendiamo quindi che anche al di fuori del corpo della madre ci venga dato un certo comfort: è per questo che gli esseri umani sono creature naturalmente portate al lusso. Parte di questo lusso congenito è rappresentato dal linguaggio umano, che è sempre più che semplice ricordo, dalla sessualità umana, che è sempre più che semplice riproduzione, dall’arte che è sempre più che semplice affermazione di comunicazione e ritualità.

 E che cosa a che fare questo con le “Sfere”?

“Sfere” è il tentativo di raccontare la storia umana a partire di lì, da questo “di più’”. L’opera è stata concepita come una trilogia: i primi due volumi sono stati realizzati, il primo ha il sottotitolo “Bolle” e tratta la teoria dell’intimità, il secondo ha il sottotitolo “Globi” e tratta l’età della metafisica dal punto di vista della filosofia europea classica (vale a dire Hegel ed il suo tentativo di ricostruire il mondo a partire dall’intimità). Il terzo volume avrà come sottotitolo “Schiuma” e in esso descriverò un mondo in cui si sono esaurite le possibilità di interpretare il tutto a partire dall’intimità.

 Perché sono finite le condizioni della metafisica classica? Che cosa è cambiato con la modernità?

Il mondo moderno è un mondo in cui l’assoluta esteriorità e l’estraneità più inquietante hanno preso il sopravvento sulla famigliarità, la vicinanza e l’illusione dell’abitabilità, l’illusione di essere presso se stessi. Nell’era post-metafisica gli uomini non possono più costruire il tutto a partire dalla propria posizione nel mondo, dalla propria esigenza di intimità. Nella modernità bisogna fare i conti col fatto che da qualsiasi parte ci voltiamo ci viene incontro l’estraneo. A differenza di quel che pensava Hegel, non c’è alcuna strada sicura che ci riporti a casa da questa estraneità.

Quindi l’uomo contemporaneo, quello della modernità attuale, ha, diciamo così, delle carenze affettive?

Le rispondo dicendo che “Sfere” è anche una teoria della coppia; contiene infatti il tentativo di un’antropologia e di una psicologia per la diade (gemello), a proposito della quale io affermo che essa è costitutiva dalla psiche umana, sebbene debba venir sviluppata in triade (madre) o quaternità (padre o altri sconosciuti interni) o cinquità (sconosciuti esterni). Trovo la diade già nella Genesi, attraverso una interpretazione piuttosto eterodossa. All’inizio del racconto della creazione ci viene ricordato che tra Adamo, l’uomo d’argilla, e Dio si era venuto a creare un rapporto molto particolare, che si potrebbe definire con il termine di “legame edenico”, rappresentato bene anche dal fiato divino, dal respiro che dà vita. Quel legame si può leggere anche come coppia, come mitologia fondativa del rapporto a due.

Salvador Dalì – Galatea of the Spheres

E tutto questo che cosa ci dice della coppia contemporanea?

La coppia di oggi è immersa in una società individualistica, dove l’individualismo è, ai miei occhi, nient’altro che un modo di occultare la diade attraverso un corto circuito narcisistico: gli uomini nell’età dello specchio e dei media possono costituire una coppia con se stessi. L’individuo tipicamente moderno ai miei occhi è un soggetto costituito in modo da fare coppia da solo, illudendosi così di integrare se stesso senza ricorrere all’altro.

Lei si considera un postmodernista?

Lo sono naturalmente, se per postmodernista intendiamo la posizione di chi combatte contro il latente totalitarismo della metafisica classica. Se il postmoderno è in primo luogo pluralismo, allora credo di essere dalla parte del post-moderno. Si tratta di riconoscere il dato di fatto che ci sono molte diverse modernità, che le diverse culture hanno elaborato diverse vie d’accesso alla modernità, diversi linguaggi, per cui è impossibile costruire una piattaforma sulla quale incontrarsi tutti assieme. Occorre invece che da questa eterogeneità cresca una cultura del dialogo e del rispetto della diversità.

Il suo progetto consiste nella elaborazione di una nuova ideologia?

Ideologia è un termine screditato per sempre. Ideologia è cattiva coscienza. Non si può costruire della cattiva coscienza intenzionalmente. L’età del cinismo consiste nel fatto che gli uomini conoscono le proprie bugie e tuttavia continuano a praticarle, ma in realtà si tratta di immoralismo e di un atteggiamento mentale semi-criminale con cui il pensiero filosofico non può avanzare di un passo. Direi piuttosto che il tratto caratteristico del mio lavoro è psicanalitico, ovvero che l’intero movimento filosofico della modernità è permeato da quella che io chiamo analisi del mito e tra i miti che nascono dalle esigenze originarie di “comfort” del mammifero umano c’è quello dell’Illuminismo.

 Ma lei si colloca dentro o fuori della tradizione illuministica?

Ora, l’Illuminismo è quel movimento che realizza il primato dell’analisi sull’esistente. Fino a che l’umanità non ha sminuzzato il mondo nelle sue particelle più elementari, addentrandosi nei più nascosti segreti della materia, quel mito-analitico era sufficiente. Ora però si dà il caso che nel sapere sulla realtà e le sue particelle siamo andati così avanti nel nostro tempo che si è messa in moto una grande trasformazione: stiamo passando dal primato dell’analisi al primato della sintesi: nella fisica atomica, in campo culturale come nella linguistica. Nella genetica abbiamo raggiunto il piano elementare dove si può addirittura costruire della vita nuova e nell’ambito dell’informatica abbiamo scovato le unità minime della parola e dell’immagine, i bits e i pixels. Arrivati a questi elementi minimi non ci poniamo nuove domande di ulteriore analisi ma ci chiediamo come con questi mattoni primari si possa costruire il reale.

E che cosa vuol dire qui costruire?

Vuol dire che non abbiamo bisogno di sviluppare nuove ideologie o nuove analisi critiche ma di creare, vuol dire che gli esseri umani sono animali condannati a utilizzare la loro forza costruttiva, in una forma che deve misurarsi con i loro ideali, i loro valori, e anche con gli obiettivi dell’illuminismo tradizionale.