di Maura Gancitano

Si è scatenato un putiferio intorno alla dichiarazione di Asia Argento di aver subito molestie vent’anni fa dal produttore cinematografico Harvey Weinstein, rilasciata a un giornalista del New Yorker. Dopo di lei hanno denunciato Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, Ashley Judd e tantissime altre attrici di Hollywood, costrette a subire gli abusi sessuali dell’uomo.

In Italia – al contrario di quanto accaduto negli Stati Uniti, in cui la condanna è stata unanime – Argento ha ricevuto sia i soliti insulti sessisti degli hater da social, sia le critiche di chi afferma (in primis Vladimir Luxuria e Selvaggia Lucarelli) che i costumi di Weinstein non sono rari, e che le donne possono rifiutare il compromesso.

Sulla mia timeline di Facebook ho letto commenti di editor, autrici di romanzi, redattrici di radio e televisione che denunciavano la stessa cosa, dicendo che aver detto di no aveva rappresentato una strada interrotta, una porta sbattuta in faccia, ma che è possibile. Il sistema è sempre lo stesso, e alimentarlo rende complici.

Argento ha dichiarato che se si fosse rifiutata quell’uomo avrebbe potuto distruggerle la carriera, come aveva fatto già con altre donne. Per una che rifiuta ce ne sono cento pronte ad accettare, e denunciare – se la denuncia non avviene da una persona affermata, protetta, con una carriera solida – si può trasformare in un’arma a doppio taglio. Ovvero, puoi essere creduta e compatita, ma ti dichiari nemica di quel sistema, e quindi nessuno ti chiamerà più.

Avviene in pressoché qualsiasi campo, avviene anche in politica. Conosco alcune deputate, per esempio, che ricoprono il proprio incarico per merito, che portano avanti da anni battaglie quotidiane in tantissimi campi (giustizia, vigilanza RAI, istruzione, violenza di genere, sicurezza, affari esteri) ma rimangono sempre ai margini, sebbene abbiano tutte le caratteristiche per ricoprire posizioni di potere.

È possibile che queste deputate al prossimo giro finiscano in fondo alle liste elettorali, magari scavalcate da altre donne meno capaci, magari digiune di politica, che hanno accettato il compromesso, che non hanno una missione sociale ma accettano qualunque diktat dall’alto, un diktat che ancora oggi viene pronunciato quasi sempre da uomini. Oppure potrebbero essere scavalcate da donne ugualmente capaci, ma che hanno accettato di percorrere una corsia preferenziale.

Non è una fantasia, è qualcosa che accade regolarmente. Ed è un peccato, perché se questo sistema non esistesse, se a ciascuno fosse dato spazio per merito e non per altre ragioni avremmo tutta un’altra società.

È difficile comprendere quali siano le profonde ragioni per cui alcune donne accettano il compromesso (perché a volte è un lucido calcolo costi/benefici, altre volte è paura, vergogna) e forse giudicare le persone in causa in questo momento – dato che le vicende sono complesse e il processo mediatico è sempre deleterio, semplicistico, approssimativo – rischia di spostare l’attenzione dal vero problema: il sistema che ha permesso che questo accadesse.

Quello che questo caso denuncia – che sia stato montato ad hoc per distruggere qualcuno o che sia venuto fuori perché le vittime non riuscivano più a sostenere il silenzio – è un sistema che viene replicato continuamente, in ogni parte del mondo. Denuncia il fatto che viviamo ancora in una società patriarcale, ancora governata da uomini, ancora basata sul fatto che la donna viene vista come oggetto sessuale prima che come persona portatrice di un valore, una vocazione, un merito. Ancora basata sull’incapacità di gestire il potere senza abusarne. Giudicare le vittime sposta l’attenzione dal problema centrale, cioè il sistema che ha permesso l’abuso. È questo sistema che va sovvertito.

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