Miles Davis – Lo sciamano elettrico

Estratto dall’omonimo libro pubblicato per Stampa Alternativa.

Miles non fu mai un campione di raziocinio: ma era un maestro dell’intuizione fulminante, raccolta al volo e fatta turbinare in una logica sui generis, asistematica e  sempre in corsa, sempre pronta a negare se stessa per giocare un nuovo gioco. Né fu un misterico: ma l’attrazione verso l’ignoto assunse in lui un calore di per sé  parareligioso. Miles era per la magia, per il sortilegio. Una donna che conosceva bene sia i musicisti che l’astrologia, la moglie di Larry Coryell, ha detto di lui che «Miles rivela costantemente un’innata capacità, quasi soprannaturale, di leggere i pensieri e le speranze, i desideri e le paure di quanti lo circondavano». Persuadeva le persone penetrando nella loro mente, nella loro sensibilità, spesso rivoltandola come un guanto; e gli sembrava di sentire nella musica cose che nessun altro sentiva. La musica, per lui, era un organismo vivente: era lui a dargli vita, il dottor Frankenstein, il padrone del Golem.

Quest’aspetto della sua personalità umana e artistica sembra emergere a seguito di una lunga serie di traumi. Tra il 1959 e il ’60 cadde in depressione per la fuoriuscita dal gruppo di Cannonball Adderley e di John Coltrane: quest’ultimo, in particolare, era stato il suo miglior alter ego, “Quello che andava veloce”, consentendo a lui di procedere col suo passo naturale. Senza un grande sassofonista al fianco, Miles si sentiva perduto. Ne soffrì talmente che – cosa per lui del tutto inconsueta – si lamentò in concerto, rivolgendosi al pubblico, della perdita subita. Cominciò ad ammalarsi seriamente. Nel 1961 gli fu diagnosticata l’anemia falciforme, una brutta malattia generica che provoca un’occlusione dolorosa dei vasi sanguigni: causa iniziale di quella sofferenza lancinante alle articolazioni, in particolare all’anca sinistra, che tra mille complicazioni l’avrebbe tenuto in scacco tutta la vita. Per reagire al dolore fisico e psichico aumentò notevolmente i consumo di cocaina, assieme a quello di alcolici e antidolorifici, il che esasperò il suo carattere ciclotimico. Intanto si separò da Frances Taylor; nel 1962 perse il padre, figura affascinante di nero colto e impegnato, ma borghese e autoritario; e nel ’64 la madre, da cui dipendeva psicologicamente. Questo difficile, lustro, che cadeva per giunta nel delicato passaggio esistenziale fra i trenta e i quarant’anni, accentuò febbrilmente la sua sensibilità. Tra il 1964 e il 1967 si forgia il lato più esoterico della sua cultura e del suo carattere: l’acquisto si un nuovo alter ego in Wayne shorter riapre i suoi orizzonti estetici e spirituali; la morte di Coltrane, dopo quella dei genitori, lo mette a confronto con il problema dell’aldilà e delle sue presenze, del mondo in cui gli spiriti dei nostri defunti possano comunicare con noi viventi. La musica di questo quadriennio rispecchia perfettamente il senso della ricerca di un significato alla vita, e di quanto sta oltre di essa. È in questo periodo che Davis sviluppa un tipo di comunicazione aforistica e oracolare con i suoi musicisti, e apre la ricerca musicale alla sfida dell’ignoto: i suoi collaboratori se ne avvedono puntualmente, dedicandogli composizioni i cui titoli alludono alla comunicazione extrasensoriale, alla magia, alla stregoneria. Comincia a stabilirsi la sua fama di maestro d’incantesimi. Il presidente della sua casa discografica ha scritto, nel libro che raccoglie le sue memorie professionali, che il fiero sussurro della voce rasposa di Miles nevica percepita anche al telefono, in maniera termica, tattile: lo definisce spellbinding. La sua componente spirituale verrà descritta da Sonny Forture come un flusso pacato che informava l’intero suo modo di muoversi, di parlare, di essere: un’aura. Aura che verrà percepita anche a distanza , attraverso la sua musica, e che un musicista europeo, Palle Mikkelborg, celebrerà in una composizione sinfonica, componendola programmaticamente in un arcobaleno di colori musicali. Nel tempo, molte testimonianze si sono accumulate circa i suoi “poteri”,come la precognizione, o la percezione degli spiriti dei defunti. Ma anche attraverso la musica cercava un contatto con le presenze che avevano cominciato a popolare la sua vita psichica. Secondo la testimonianza del figlio Gregory, Miles voleva che la musica lo portasse «nella stratosfera: in una diversa dimensione, cioè dove mio padre volle sempre stare». Anche il suo metodo di lavoro si ricollega alla componente “sciamanica”. Sapeva guardare profondamente dentro una melodia, sapeva leggere ogni persona come un libro aperto. Uno sciamano è un individuo che possiede e sa riconoscere determinati poteri psichici. Gestire i propri, ma anche quelli altrui: tutti i suoi musicisti ebbero modo di farne esperienza. E verso la fine degli anni Sessanta la sua visione, assorbendo umori e colori che lo circondavano, stava prendendo forma in una sorta di spiritualità laica, cioè nella fede in un visibile e udibile magnetismo, nel quale riconosceva lo scopo e la direzione di tutta la sua vita.

Come uno sciamano, però, Miles dovette combattere contro i mostri: mostri che erano tutti suoi, dentro di lui. Si era fatto ristrutturare il suo maniero, una vecchia chiesa ortodossa sconsacrata al 312 di West 77th street, con un tetto di tegole rosse e le pareti di pietra e legno a vista. L’aveva comprato, all’inizio degli anni  Settanta, con i centomila dollari ottenuti nella conciliazione extragiudiziale della causa che fece alla polizia di New York, quando un poliziotto bianco quasi gli  sfondò il cranio con il manganello, davanti all’ingresso del Birdland. Lo fece ristrutturare splendidamente «sembrava un castello con stucchi e archi», la dimora di un principe. Nel suo appartamento su due piani (altri cinque li dava in affitto) volle che l’intero mobilio, incluso il pianoforte e gli altoparlanti del giradischi, fosse incastrato dentro le pareti, per disporre uno spazio aperto e libero. E tutte le pareti erano curve perché «non gli piacevano gli angoli nascosti. Pensava vi si nascondessero gli spiriti».

Lì visse il suo periodo sciamanico immerso in una fitta penombra, con spesse tende color porpora a schermare le finestre. Soffriva di una grave forma di insonnia che, complicata dall’uso di cocaina e anfetamina, lo teneva sveglio vari giorni di seguito. Negli anni del ritiro fu tormentato da spaventose allucinazioni. La maggior parte dei testimoni parla di una casa sporchissima, piena di spazzatura, il pavimento disseminato di bottiglie e scatole vuote, le stanze infestate di scarafaggi. Il grande schermo televisivo a retroproiezione era sempre acceso, ma aveva due bulbi rotti e sdoppiava i colori e le immagini: Miles lo fissava come ipnotizzato. Quantità di e potenza della cocaina che assumeva «cominciava a fargli vedere e sentire cose [che non esistevano]. A un certo punto cominciò a parlare agli spiriti di Coltrane, Monk e Bird […], agli spettri di sua madre e suo padre, e di qualsiasi altro [defunto] a cui decidesse di rivolgersi. Parlava perfino agli scarafaggi, e li chiamava per nome». A volte si avvicinava a suo figlio Gregory, lo trascinava in un angolo e gli chiedeva se anche lui sentisse quelle voci.

Le sue follie più violente, sadiche, misogine trovavano sfogo nottetempo, all’acme del delirio indotto dalla droga. «Si arrivò al punto che la sua vita notturna oscurò anche le sue giornate, perché i suoi demoni venivano fuori di notte, e mio padre ne era pieno. Era diventato quasi schizofrenico, e lui stesso non sapeva più chi era». Questa metamorfosi è difficile da comprendere, se non si considerasse che per ben trant’anni, dal 1961 al 1991, Miles Davis visse in una condizione di continuo, incessante, ininterrotto dolore fisico. Solo un individuo della sua tempra e della sua determinazione poteva riuscire a sopravvivere così a lungo in quello stato. Si ruppe più volte le anche e le caviglie: stare in piedi, suonare dal vivo, era un autentico tormento. Entrava e usciva dagli ospedali, si sottomise a una grande varietà di operazioni chirurgiche, e l’osso iliaco gli fu sostituito più volte da protesi di materiale plastico. Solo tra il ’68 e il ’69 riuscì a smettere di fumare, a mangiare cibo salutare, a dedicarsi alla palestra o alla boxe almeno tre volte alla settimana: è in questo momento di relativo benessere fisico e di lucida capacità di introspezione che per la prima volta si realizza la sua componente spirituale, e nasce il primo periodo elettrico. Poi tutto precipito di nuovo, e dovette affrontare un’esistenza incessantemente dominata al dolore della droga. Uno stato di continua sofferenza fisica equivale a sua volta a una droga: la biochimica del corpo ne viene sconvolta, le percezioni si acutizzano, la mente delira, la coscienza entra in un perenne stato di alterazione. Ciò esasperò il suo carattere e i suoi comportamenti: gli accese la componente sciamanica. Uno sciamano è infatti un illuminato che si forma iniziaticamente nel dolore, nella conoscenza della malattia con cui convive. Il  dolore diventa una disciplina e una risorsa.

Giustificava l’uso esagerato di cocaina con queste immense pene fisiche e psichiche: la droga «lo distraeva dal dolore più di qualsiasi altra cosa, […] e gli  elevava lo spirito. Senza di essa sarebbe caduto in una profonda depressione». Ma alla lunga, la sua fu una fuga dal mondo. «Oggi, quando ci penso, so che Miles  indulgeva nelle droghe perché voleva costruirsi un altro mondo. Aveva deciso che non voleva più una vita normale».

One reply on “Miles Davis – Lo sciamano elettrico

  • Luigi Flagelli

    Qualsiasi commento è una ” bestemmia” rispetto a questo genio. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo a Umbria Jazz , diversi anni fa . Quella notte magica mi accompagna tutt’ora .

    Rispondi

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *