Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista a Luis Sepúlveda contenuta in Riflessioni sul senso della vita, a cura di Ivo Nardi (Edizioni Tlon 2015).

 

Normalmente le grandi domande sullesistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo. Cosè, per lei, la felicità?

Non è affatto così nel mio caso giacché queste domande importanti sull’esistenza o sulla felicità me le sono poste in altri momenti, in momenti felici. Ad esempio quando sono nati i miei figli, oppure quando i figli ormai grandi diventano indipendenti. Queste domande ritornano poi con i nipoti.

Come spiega lesistenza della sofferenza nelle sue diverse forme?

La sofferenza non ha grandi spiegazioni, è parte dell’equilibrio della vita. Si vive tra l’allegria e la sofferenza.

Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?

Vivere è in sé stesso un progetto esistenziale, nel mio caso, il mio progetto esistenziale è avere una vita da uomo giusto, decente, solidale, e questo è già un progetto assai grande.

Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?

Il bene e il male sono categorie morali e hanno frontiere: il mio bene finisce là dove può fare il male di altri.

L’uomo, dalla sua nascita a oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dallignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione. Cosa ha aiutato lei?

Sono agnostico e per me la vita è una bella sfida. E dato che ho la fortuna di saper interconnettere dialetticamente tutto ciò che accade (sono Marxista) non ho mai avuto bisogno né di inganni religiosi, né di ricerche della luce per sapere dove sia il cammino che voglio percorrere.

Qual è, per lei, il senso della vita?

Il senso della vita? Vivere e lasciar vivere.