Luigi Pirandello – Il teatro dell’abisso

Intervista del 1936 a Luigi Pirandello di Giovanni Cavicchioli.

Luigi Pirandello: Teatro serio, il mio vuole tutta la partecipazione dell’enti­tà morale uomo. Non è un teatro comodo.

Giovanni Cavicchioli: Sì – confermo – ma capisco che il borghese, non più protetto dalla «beata infanzia», e non ancora adulto, non an­cora cresciuto al «problema» ne rifugga temendo per l’incolumità personale. Il pericolo è la dissociazione della persona­lità quando manchi un forte centro unificatore.

Luigi Pirandello: Teatro difficile, diciamo, teatro pericoloso. Nietzsche diceva che i Greci alzavano bianche statue contro il nero abisso, per nasconderlo. Sono finiti quei tempi. Io le scrollo, invece, per rivelarlo. «In questo nulla spero di trovare il tutto» dice Faust avventurandosi alla regione inferna delle madri. Per poter scendere in fondo all’abisso ci vuole almeno la speranza di trovarci Elena… Bisogna abituarsi a vedere nel buio.

Giovanni Cavicchioli: Certo è un teatro assolutamente antiborghese, e nello stesso tempo il più adatto al borghese per venirci a fare i suoi esercizi spirituali.

Luigi Pirandello: La difficoltà è tutta nell’esecuzione che dovrebbe essere pari alle difficoltà proposte. È la tragedia dell’anima moderna. Bisogna farla discendere dal palcoscenico fra questo pubblico. L’esecuzione dovrebbe avere appunto un carattere religioso: si tratta di un «mistero» moderno. Se l’esecuzione fosse come la voglio, come la vedo, il pubblico, sono certo, seguirebbe, entrerebbe nel mio giro. In tempi d’azione e di rivoluzione questo teatro è teatro di rivoluzione e di esecuzioni capitali. In questo senso lo considero teatro del mio tempo. La distruzione esige una ricostruzione. Fa tabula rasa perché appaiano nuovi valori. Esso chiama a raccolta perciò, le più profonde forze vitali dell’uomo.

Giovanni Cavicchioli: Ma in che senso il suo teatro risponde alle esigenze dell’arte moderna? E, anzitutto, a suo parere, quali sono le necessità della nostra epoca, in fatto d’arte?

Luigi Pirandello: Non ci sono programmi, non ci possono, non ci devono essere preformazioni e imbrigliamenti. L’arte, libera vita dello spirito, deve essere assolutamente libera, per manifestare se stessa. Tutto il mio teatro riconosce solo una necessità, proprio nel senso greco, una duplice contraddittoria necessità primordiale della vita: essa deve consistere e nello stesso tempo, fruire. La vita ha pur da consistere in qualche cosa se vuole esse­re afferrata. Per consistere le occorre una forma, deve darsi una forma. D’altra parte questa forma è la sua morte perché l’arresta, I’imprigiona, le toglie il divenire. Il problema è questo, per la vita: non restar vittima della forma. E’ qui tutto il tragico dissidio della storia della libertà. Nietzsche, Weininger, Michelstädter vollero far coincidere assolutamente a ogni istante, forma e sostanza, e furono spezzati e travolti.

Giovanni Cavicchioli: Questo dissidio era anche alla base della vita spirituale greca: Parmenide, filosofo dell’ente immobile, dell’Uno: Eraclito, il proclamatore della trasformazione, della instabilità, dell’eterno fluire. In lei, forse per le profonde radici della razza, riappaiono le due esigenze, ma si unificano e prendono coscienza di sé come antagoniste. Quale soluzione pone lei al conflitto?

Luigi Pirandello: Questo: non lasciar soffocare dalla forma la vita. Esiste in noi un punto fondamentale, un nucleo di sostanza vitale che non può essere impunemente chiuso e soffocato. Nei grandi momenti della vita lo sentiamo in pericolo e allora lo difendiamo.

Giovanni Cavicchioli: Il Lazzaro – domando – vuole dare una risposta in questo senso?

Luigi Pirandello: Sì. Nel Lazaro do la risposta più netta al dissidio fondamentale, nel mio teatro, in quanto fatto religioso e sociale. Se all’uomo non libero togliete la forma, in quanto legame spirituale, subito egli ricasca fra le bestie, e il primo atto della sua così detta libertà è una fucilata contro un altro uomo, contro l’Adamo nuovo che vive in pace con la sua Eva. Il figlio allora si sacrifica, rientra nell’ordine, indossa ancora la veste sacerdotale per coloro a cui è necessaria. La sua fede razionale conduceva alla rovina, e non era che forma essa pure. Cristo è carità, amore. Solo dall’amore che comprende, e sa tenere il giusto mezzo fra ordine e anarchia, fra forma e vita, è risolto il conflitto. Sono anche lieto che nessuna autorità religiosa abbia trovato da condannare. Della mia opera nulla è all’indice. La Civiltà Cattolica ne ha parlato a fondo, in tre articoli che formano addirittura un volume, e conviene della sua perfetta ortodossia. Voglio dire che uno degli aspetti della mia opera è questo: perfetta ortodossia in quanto posizione di problemi. E tali problemi non comportano che una soluzione cristiana.

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