“Noi ti abbiamo osservato

dal primo battere del cuore

fino ai ritmi più brevi

dell’ultima emozione

quando uccidevi,

favorendo il potere

i soci vitalizi del potere”.

Così cantava De André in “Sogno numero due”, quinta traccia del concept album “Storia di un impiegato”, capolavoro filosofico al tempo (1973) frainteso e demolito dalla critica ma che ancora oggi è di un’attualità e di una verità disarmanti. A raccoglierne l’eredità ideale è Anastasio, rapper campano che ha portato a Sanremo 2020 il brano “Rosso di rabbia”, critica potente e lucida alla società dello spettacolo.

il bombarolo protagonista dell’album di De André e il sabotatore di Anastasio condividono lo stesso destino: sono entrambi mossi dalla rabbia sgorgata dal senso di ingiustizia, ed entrambi vanno incontro ad un destino beffardo. La società che entrambi criticano e che vorrebbero capovolgere o quantomeno scuotere si nutre, in realtà, degli atti rabbiosi delle bombe di turno. E la condizione del bombarolo/bomba è funzionale al sistema, che difatti lo esorta a esplodere, a farsi carico del dolore generazionale così da poterci lucrare sopra.

“E voi volete sapere dei miei fantasmi”, scrive Anastasio, consapevole come il De André di Amico Fragile che il pubblico ha fame dei dolori dei poeti, costretti a “Strillare mentre questi mi fanno le foto”, a divertire le serate estive o invernali con un semplicissimo “Mi ricordo”, a “scroccare le emozioni” da chi ancora riesce ad averle di prima mano.

L’esplosione del poeta è funzionale affinché tutto resti com’è. Esplodere – urlare, mettere in luce le contraddizioni, gli orrori del mondo – è il modo con cui, paradossalmente, Anastasio sa di disinnescare se stesso, offrendo al tritacarne commerciale il proprio mal di vivere.

“Se muore la minaccia, muore pure la magia”: se ogni verso nato per scuotere diventa un sottofondo piacevole, funzionale all’aumento dello share, un pizzico di peperoncino su una delle infinite portate, crolla anche il dolore generativo e nasce un senso di inutilità, di sconfitta, di spreco.

“La mia rabbia Non volevo sprecarla così”, trasformando lo sguardo tagliente di un ragazzo di periferia in un mestiere da benestanti, consapevole dell’inutilità delle proprie invettive.

“Sto dando di matto. Qualcuno mi fermi”, arriva a cantare Anastasio, stretto tra l’esigenza di tirare fuori e quella di sfuggire dall’incasellamento, del disinnesco.

È, quello di Anastasio, il brano rappresentativo di una generazione: quella di chi è stato spronato sin da subito a rompere gli schemi, a uccidere il vecchio, a riconoscere gli orrori, a superare. Ma che, mentre cresceva, scopriva che i propri sogni e i propri assassinii erano funzionali al rafforzamento del vecchio potere.

Quella di Anastasio è la narrazione di un fallimento: di un cantautore, di un genere (il rap, nato come critica al sistema e diventato colonna sonora del sistema), di una generazione: Un attentato fallito “tra lo scroscio degli applausi. Prigioniero tra le fauci delle foto e dei video”.

Anastasio è consapevole del proprio ruolo. Lo è sempre stato. Ma, a differenza di De André, che concludeva Storia di un impiegato con un messaggio comunitario, di speranza nella lotta degli oppressi uniti contro il potere, a lui non resta che essere il giudice che condanna se stesso. Non c’è speranza, quantomeno non esplicita, di costruire un futuro comune. Eppure, proprio a partire da questa ammissione, sembra possibile la manifestazione di un ignoto.

“La condanna è la mia

Nessuno di voi umani può portarmela via

Voi scrocconi di emozioni

Sempre in cerca di attenzioni

Prosciugate le canzoni della loro magia

Perfetto, sono un rivoluzionario provetto”.

Anastasio è carceriere e secondino di se stesso: è nel pieno del paradosso, perché anche a lui come a De André “Di respirare la stessa aria d’un secondino non mi va”, perciò ha deciso di rinunciare alla sua ora di libertà”.
E ha deciso di portare con sé nella prigione dei poeti qualche milione di italiani.

Chissà se se ne sono accorti.