Italo Calvino – Un uomo invisibile

Estratto da un documentario su Italo Calvino girato a Parigi nel febbraio 1974.

Parigi un giorno qualsiasi. Le strade, la gente, il tempo. Siamo venuti a scoprire Parigi con gli occhi di un grande scrittore italiano che ci vive ma ne parla per la prima volta. Di solito gli scrittori italiani vivono a Roma, a Firenze o a Milano. Questo invece da sette anni ha messo stabilmente casa a Parigi, nella periferia sud della città. Qui Calvino a scritto i suoi ultimi libri “Le cosmicomiche”, “Le città invisibili”, “Il castello dei destini incrociati”. Ma lo strano è che non ha mai scritto una pagina né un racconto su Parigi. Come se questo per lui fosse un argomento taboo. Come mai?

Finora non ho mai scritto su Parigi, mi pare. Forse per scrivere su parigi dovrei staccarmene, andare lontano, se è vero che si scrive partendo da un’assenza. Oppure dovrei esserci dentro fino in fondo, dovrei esserci stato fin dalla giovinezza, se è vero che sono i primi scenari della nostra vita quelli che danno forma al nostro mondo immaginario. Forse il punto è questo, bisogna che un luogo diventi un paesaggio interiore di modo che l’immaginazione prenda ad abitare quel luogo, a farne il proprio teatro. Certo che Parigi è stato il paesaggio interiore di tanta parte della letteratura mondiale. È la città di Boudelaire, della grande poesia moderna, la città della narrativa, di Baldezac; e quando uno viene a Parigi verifica questa immagine. Quando uno invece vive a Parigi come me che ho tutti i problemi quotidiani di una famiglia, vive un’altra immagine della città, e appunto, forse trasformandola in una città anonima e identificandola con la vita quotidiana, può’ interiorizzarsi e diventare uno scenario interiore.

Ma tu che rapporti hai con una città così?

Forse mi è difficile stabilire un rapporto personale con i luoghi. Come nel mio libro “Le città invisibili” in cui c’è questo trasformarsi delle singole città in una città unica, in una città continua. È un po’ la vita che facciamo noi oggi, di spostarci da una città all’altra e di continuare nella città in cui si arriva lo stesso tipo di vita della città da cui siamo partiti.

-Tu lavori a torino e vivi a Parigi.

Il mio lavoro e la mia vita, diciamo, di relazione e di lavoro sono in Italia e dico sempre che a Parigi ho la casa di campagna. Faccio lo scrittore e una parte del mio lavoro la faccio dove la posso fare, la potrei fare su un’isola o in una casa in campagna, e invece la casa isolata ce l’ho nel cuore di Parigi. Quando sto qui passo molto tempo da solo in questo studio e tutte le mattine esco per andare a comprare i giornali italiani fino Saint-Germain-des-Prés e faccio questo percorso in metrò, andata e ritorno. Oggi, tanto i viaggi internazionali quanto i viaggi all’interno delle città, sono delle specie di parentesi, di spazi vuoti. Non è più il viaggio attraverso una serie di luoghi diversi ma è lo spostamento da un punto all’altro con un vuoto nel mezzo; un vuoto sopra le nubi, per i viaggi aerei internazionali, e sottoterra, all’interno della città.

Col metrò sono sempre stato in confidenza dalla prima volta in cui sono arrivato a Parigi in gioventù e mi ha dato la sensazione di possedere la città. Poi c’è anche l’attrazione per il mondo sotterraneo. In fondo i romanzi di Verne che mi hanno più appassionato sono il “Viaggio al centro della terra” o “Le Indie nere”. Poi c’è anche questo fatto dell’anonimato, del poter sentirsi in mezzo alla folla ad osservare tutti scomparendoci dentro, quasi sentendosi invisibili. L’altra sera ero in metrò e c’era un signore a piedi nudi, senza scarpe e senza calze, e non era un’hippie, uno zingaro o un clochard. Era un signore di mezza età, un tipo come te o me, con gli occhiali. Il solito professore distratto che si era dimenticato di mettersi le calze e le scarpe. Era un giorno di pioggia e camminava in mezzo alla folla senza che nessuno ci facesse caso. Nessuno aveva l’aria incuriosita. Ecco il sogno di essere invisibili. Quando sono in un ambiente in cui mi illudo di essere invisibile mi trovo bene. Proprio tutto il contrario di come mi sento in questo momento. Credo che agli scrittori essere visti di persona non giova affatto. Ci sono stati scrittori normalmente popolari di cui non si sapeva niente, erano solo un nome sulle copertine. Chi erano Gaston Leroux o Morice Leblanc, per restare tra gli scrittori che hanno creato il mito di Parigi. C’erano scrittori di cui non si sa neanche il nome di battesimo, eppure erano popolari tra milioni di lettori. Del resto di Shakespeare non abbiamo neanche un ritratto che ci faccia capire bene che faccia avesse e anche i dati bibliografici che abbiamo su di lui dicono ben poco. Invece, ora lo scrittore ha occupato il campo e il mondo rappresentato si svuota.

Sotto il documentario completo.

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