Perché indignarsi troppo fa male

La tazza

rubrica di Andrea Colamedici

Non dovremmo dimenticare mai che fermarsi all’indignazione è fare il gioco del potere: accumulare nozioni e comprensioni sui limiti e i mostri del mondo e non fare nulla per andare oltre è il modo migliore per trasformarsi in perfetti sudditi.
Perché indignarsi un po’ fa bene, a patto che poi si agisca concretamente, e non ci si limiti a diventare specchi di ciò che si critica. Si diventa dipendenti dall’indignazione, e non si riesce più neanche a immaginare di poter agire attivamente affinché le cose cambino. Una dose di indignazione quotidiana è in grado di spegnere qualunque entusiasmo, perché sentirsi indignati genera soddisfazione: “io sono dalla parte giusta, e questo basta”.

Ci si indigna a scatola chiusa, e si aprono i quotidiani nella speranza di ricevere la propria razione di disgusto. Si aspetta solo qualcosa che permetta di sfogare la propria frustrazione su qualcuno, possibilmente più debole o troppo più forte, su cui riversare quell’urlo trattenuto. Ma è un grido infinito che genera dipendenza: l’indignazione quotidiana è una droga che impedisce di elaborare davvero il proprio malessere.

Dovremmo darci il permesso d’indignarci una volta ogni dieci azioni sensate compiute. E comunque non indignarci troppo, e farlo sempre con sobrietà. Altrimenti non c’è differenza tra indignante e indignato, e ci si trasforma nella grancassa di ciò a cui ci si oppone. Si usa il disastro come scusa per non darsi da fare, e lamentarsi. Non basta dire di no: bisogna proporre soprattutto il proprio alla vita. L’indignazione è come il sale nell’insalata: con un pizzico è deliziosa, in eccesso la rende immangiabile. Specializzarsi nella lamentela non  fa più accorgere di quanta bellezza ci sia ancora da fare e capire, sopra e sotto la stupidità degli esseri umani. E quanto, ancora, c’è da fare. 

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