Riportiamo qui un estratto dal capitolo 8 di A occhi aperti. Il discernimento sul sentiero spirituale di Mariana Caplan, pubblicato da Edizioni Tlon e acquistabile qui.

 

Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse, che attendono solo di vederci agire per una volta con coraggio e bellezza. Forse tutto l’orrore non è in fondo altro che l’inerme che ci chiede aiuto, che ha bisogno del nostro amore.

Rainer Maria Rilke, Lettera a un giovane poeta

 

 

Il mito di pandora, rivisitato

È attraverso il discernimento che impariamo ad attraversare il dominio della nostra ombra psicologica, e a usare i suoi doni per il processo spirituale. Il mito di Pandora può essere una metafora istruttiva che illustra l’importanza di apprendere a lavorare con l’ombra per coltivare una trasformazione integrata e il discernimento spirituale. Nella tradizione Pandora ha un vaso speciale che le è stato detto di non aprire, ma a causa della sua insaziabile, oscura e pericolosa disposizione femminile alla curiosità, non riesce a controllarsi. Apre il vaso e il male viene liberato nel mondo.

Quello che molti non sanno però è che il mito che conosciamo è una lettura distorta influenzata dai padri della Chiesa e da un poeta greco dell’Ottavo secolo di nome Esiodo, conforme probabilmente alla repressione delle donne e del potere femminile di quel tempo. Quella che segue è una revisione del mito di Pandora che ci dà un’idea di come il principio tantrico viene applicato al lavoro con l’ombra – gli aspetti della nostra psiche spesso inconsci, rifiutati e repressi. Quando siamo in grado di applicare il discernimento all’ombra abbiamo allora un grande vantaggio sul sentiero spirituale, perché possiamo procedere non solo con la luce, ma anche nel buio.

Secondo il mito antico Pandora era la prima donna, modellata dagli dèi in persona. Il suo nome significa sia “piena di tutti i doni” sia “che dona tutto”. Efesto, il fabbro degli dèi, creò per Pandora un corpo strabiliante, che era il contenitore della sua coscienza. Atena le donò l’anima e le soffiò dentro la forza vitale. Afrodite, la dea dell’amore, le regalò un desiderio sessuale disinibito e una bellezza seduttiva, capace di catturare qualsiasi cuore. Ermes, il messaggero degli dèi, le fece dono di una persuasione sottile e di un eloquio facondo.

Ma fu Era, la moglie di Zeus, che diede a Pandora il dono più interessante: mise al centro del suo essere una curiosità insaziabile. Quando Efesto ebbe completato il suo corpo – un contenitore che solo molto dopo, nella riscrittura del mito, venne rimpiazzato da un “vaso” esterno – a Pandora venne detto di non guardare dentro di sé. Aprire il coperchio del suo essere interiore avrebbe avuto enormi conseguenze, difficili da sopportare e da gestire.

Ma la curiosità di Pandora era più grande della sua cautela. Come poteva non essere così, visto che Era aveva messo dentro di lei quella brama e quella curiosità irrequiete? In un atto predestinato dagli dèi stessi, Pandora aprì lentamente il pesante coperchio. Che sorpresa la attendeva! Dal contenitore del suo corpo si sollevarono le cosmiche leggi dell’incarnazione, della dualità, gli ordini karmici di causa ed effetto. Le realtà della vecchiaia, della malattia e della morte si lanciarono nella sua consapevolezza cosciente. Venne inondata dalla passione, dalla gelosia, dalla rabbia, sentì l’odio, il cuore infranto, il dolore, il terrore e momenti di pazzia. Attaccamento, avversione, confusione, orgoglio e angoscia esistenziale zampillarono fuori. Questo era il motivo per il quale le era stato detto di non aprire il contenitore della sua oscura interiorità.

Allora cercò di nuovo il coperchio, certa di aver fatto un errore terribile, ma mentre stava per sigillarlo per sempre udì una voce. Una bellezza ossessiva crebbe dall’oscura fossa del suo dolore e della sua rabbia, una voce che precedeva le nozioni di bene e male, di giusto e sbagliato. Il suo nome era Speranza, e con una voce così sottile e flebile da poter essere ascoltata solo usando ogni facoltà percettiva, sussurrò un messaggio. Le disse che la cura a tutto il male immaginato che aveva rilasciato aprendo il contenitore poteva essere trovata incontrando ogni cosa con la luce della consapevolezza, dell’accettazione e dell’amore.