Hayao Miyazaki – I fantasmi dell’infanzia

Intervista tratta da un articolo di Mario Serenellini pubblicato su Repubblica il 2 febbraio 2014.

 

Un’infanzia, la sua, trascorsa sotto il segno della guerra.
“Sono nato nel 1941. Ero troppo piccolo per capire. Ricordo la nostra fuga da casa, a Utsunomiya, un centinaio di chilometri a nord di Tokyo, la notte in cui è stata bombardata: ho visto i miei ammucchiare di corsa pentole e vestiti in una carriola mentre mio padre mi caricava sulla schiena. Ma per me, allora, è stata la festa del cielo: non ero impaurito, ma stupito, incantato, davanti a quella notte improvvisamente spalancata dalle luci. Un’impressione visiva fortissima, che conservo ancora”.

È il suo fantasma?

“La guerra torna, riappare. Pochi giorni fa ho ricevuto la lettera di un mio coetaneo: bambino, rimasto solo, s’era rifugiato quella notte nella nostra casa, risparmiata dai bombardamenti. Mio padre, che vi era tornato l’indomani per recuperare oggetti abbandonati nella fretta, l’aveva scoperto in un cantuccio: tremava. L’aveva tranquillizzato, dicendogli di restare quanto voleva e regalandogli una stecca di cioccolato. Un’enormità, per l’epoca. Né io né i miei fratellini ne avevamo mai assaggiato. Quel bambino aveva preso mio padre per “un dio disceso sulla Terra”: così mi scrive nella lettera”.

Un riconoscimento a suo padre?
“Mio padre lavorava per l’esercito. Per questo, immagino, aveva in tasca il cioccolato, un privilegio. Ingegnere aeronautico, era titolare della Miyazaki Airplane, quella che costruiva l’estremità delle ali degli Zero. Una fabbrichetta, ma quanto mai redditizia. Fin da ragazzino ero infastidito all’idea che ci fossimo arricchiti con la guerra: adolescente, non facevo che discutere con i miei. Avevo vergogna di mio padre. Ma la preparazione di S’alza il vento mi ha fatto molto ripensare a lui, alle contraddizioni di cui ci nutriamo: chi crede d’essere un puro e di sorvolare la vita da innocente è uno sciocco o un ipocrita. Questo film è anche una riconciliazione. E quella lettera, come un messaggio in bottiglia venuto dal passato, è stata un’ultima rivelazione: quella d’un padre, allora giovane, buono e aperto”.

Il film è anche il racconto di un sogno infantile, di un volo interrotto?
“Da bambino desideravo diventare pilota. Impossibile, con la miopia di cui ho sempre sofferto e che mi obbliga ormai a disegnare con il naso appiccicato al tavolo. Stesso problema – come si vede nel film – di Jiro Horikoshi, che ha potuto solo “pilotare” le sue creature disegnate. La maggiore frustrazione, però, non è tanto di non potere volare, ma di sentirsi bloccati nelle proprie aspirazioni, di intravedere da giovani strade negate. È poi questo il nocciolo del film, che le autorità, più miopi di me, non hanno colto: un creativo deve impedirsi di realizzare il suo sogno per via delle circostanze o vivere la sua passione, senza preoccuparsi delle conseguenze, magari devastatrici?”

Hiroshima è stata una conseguenza d’un grande sogno realizzato, la scissione nucleare. Come evitare che un sogno si tramuti in incubo?
“Nel mio cinema si sogna molto, ma la realtà ha sempre l’ultima parola. La catastrofe di Fukushima, causata dal maremoto di tre anni fa, ci ha colto in piena lavorazione del film: siamo rimasti prigionieri in questa periferia di Tokyo, senza elettricità, trasporti, mezzi di comunicazione. Molti si sono accampati negli Studi Ghibli, sotto choc. Ci chiedevamo se continuare il film avesse ancora un senso. Dopo Fukushima, Ghibli ha disdetto il contratto con la società nazionale che gestisce la centrale nucleare. Io ho scritto un “j’accuse” contro il governo, e me lo sono inimicato per sempre: erano esterrefatti nell’osservare la ribellione di un “tesoro nazionale vivente”, quale io sono, ormai ritenuto docile e neutrale bandiera. Da allora sulla mia vecchia Citroën due cavalli, modello Charleston, campeggia un adesivo antinucleare”.

Ma la sua protesta è sempre stata la matita. Dunque…
“… Finché potrò guidare la mia 2 Cv continuerò ad andare regolarmente ogni giorno agli Studi Ghibli. Ho in progetto vari corti. Mi sono liberato del cappio dei lungometraggi. E ho ridotto i miei orari: un quarto d’ora più tardi al mattino, mezz’ora prima la sera. Pensi che una volta lavoravo tanto che non mi rendevo conto di che cosa mi passasse accanto: i Beatles, per esempio, me li hanno raccontati dopo. Eppure erano della mia generazione! Sono tornato a disegnare manga: una storia di samurai nel Giappone del XVI secolo. Ho più tempo a disposizione per le escursioni in montagna o per stare in casa con mia moglie. Posso persino godermi in tv i Simpson che prendono in giro i miei fantasmi. E spesso torno a Fukushima, dove osservo con quale forza e dolcezza silenziosa la natura, in assenza dell’uomo, riconquista i suoi diritti. Il primo segnale è l’erba, la sua tenerezza, il suo delicato muoversi nel vento. Finché potrò maneggiare un pennello o un pastello, non mancherà mai nei miei fogli l’erba nel vento”.

 

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