François Jullien – Strategie per abitare l’altro

Intervista a François Jullien a cura di Domenico Canzoniero, pubblicata il 16 settembre 2005 su Asia.it

Per cominciare vorrei chiederle una piccola presentazione del suo lavoro e delle motivazioni che l’hanno spinta a cercare questa dislocazione, questo straniamento nel pensiero cinese, considerando come premessa generale che cercare di entrare in un’altra cultura presupponga una distanza, una capacità critica e di distacco dalla propria.

Capisco la sua premessa ma non ne sono sicuro. È possibile che ci si rivolga alla Cina, alla cultura cinese per fuggire la propria cultura d’origine, ma assolutamente non è il mio caso. Semplicemente credo che sia il cammino stesso del filosofo cercare l’ “Altro” del proprio pensiero. Ogni sorta di filosofo fa questo, non è vero? Filosofare è rischiare, ed è cercare un pensiero “altro”. Credo sia la definizione stessa della filosofia, di pensare altrimenti; in Francia Deleuze e molti altri l’hanno detto: filosofare è pensare altrimenti. Semplicemente: quali sono le condizioni di possibilità di questo “altro”? Come pensare altrimenti?

Infatti, è questa la motivazione di cui le chiedevo. Continui pure.

Mi è sembrato che, fintanto che si resta nell’ambito europeo, fintanto che si resta nell’ambito di qualcosa che chiama la storia della filosofia “storia di famiglia”, questo “altro” si trovasse inizialmente contenuto, o limitato. Dunque la mia scelta della Cina è una scelta di un’alterità più radicale possibile, perché la Cina offre oggettivamente, storicamente, condizioni di esteriorità radicale, in confronto alla lingua e alla storia europea. Dunque agli inizi c’era una sorta di esteriorità, non già di differenza, bensì di esteriorità, che è stata chiamata “eterotopia”, la quale ha creato delle condizioni, diciamo, di esteriorità radicale e allo stesso tempo ha fatto sì che qualcosa di sperimentale circolasse fra i pensieri cinese ed europeo. Ciò che intendevo sottolineare poco fa è che è un limite molto forte credere che si conosca la propria cultura. Non conosco la cultura europea. Tuttavia ho fatto studi classici, Latino, Greco, ecc…, ma voglio dire, si conosce la propria cultura come si sta a casa propria, attraverso i propri scudieri. Dunque la domanda che mi porrei è: come leggere i testi greci? Come leggerli non soltanto in ciò che dicono, ma anche in ciò che non dicono, non soltanto per ciò su cui li si interroga, ma che per ciò su cui non li si interroga… Dunque pensare di avere una propria cultura… non ci credo; certo, ho le mie familiarità, le mie abitudini, ma se si parla di “conoscenza” è un’altra cosa. Dunque mi sembra che non si possieda la propria cultura: a questo proposito ci si muove sempre tra una sorta di familiarità, prossimità ed estraneità. Ciò che ho scelto è di radicalizzare questa situazione. Quindi, come ho detto rapidamente poco fa: non è la Cina in sé a spaesare il pensiero, tramite la sua lingua, la sua cultura, il suo pensiero ma il fatto che occupandosi del pensiero cinese si reintroduce un’estraneità che per me non è “la Cina”, ma lo sguardo obliquo sul pensiero che nasce riflessivamente dall’estraneità in cui la Cina è. La domanda è: come si può risalire al proprio pensiero? O come rimetterlo in discussione? Parlo di strategie, di trucchi, perché c’è un avversario, un avversario invincibile che è il non-pensato. Di fronte ad esso, di fronte al pregiudizio ovviamente non è possibile servirsi di un metodo. Io sono un amante del pregiudizio cartesiano, di ciò che si chiama il pre-inteso, il pre-nozionato, il pre-questionato, il pre-categorizzato. E quindi in questo caso non si tratta di metodo, ma di trucchi e strategie.

La sua è una scelta strategica, dunque…

Esatto.

Un modo per far fronte al problema dell’estraneità stessa…?

Sì, per fare questo non potendo fare questo. Non si può fare questo sul non-pensato. Il pensiero è proprio ciò su cui non è possibile farlo. Non è come l’errore: con l’errore posso farlo, ma non sul non-pensato. Per questo non posso avere un metodo. Non posso che avere strategie. È impossibile non tornare alla questione classica cartesiana, quella del pregiudizio e del metodo. Perché ragazzi, sul pre-giudizio è possibile ricorrere ad un metodo. Ma sul pre-sentito, sul pre-nozionato, ciò che è l’implicito del pensiero, beh, Cartesio non considera che egli stesso pensa in Francese-Latino! Pensa “in lingua”. Ma il cogito è Latino, e questo implica un sacco di cose! Quindi egli si occupa del pre-giudizio, ma non pensa il pre-nozionato, il pre-categorizzato, il pre-questionato; qui non c’è metodo, ma solo strategia. Ma tornerei un attimo su ciò che ho detto prima, perché sia più chiaro. Limitarsi a dire che filosofare è pensare altrimenti è banale; la domanda è, come trovare i mezzi per pensare altrimenti? Mi sono accorto, in proposito, che la decostruzione degli anni Sessanta, e in qualche modo Heidegger e Derrida con la loro filosofia hanno alimentato, in qualche modo “bloccava”: nel momento in cui, nel contesto europeo, si è tentato di prendere le distanze dalla metafisica greca, in qualche modo ci si è dovuti appoggiare, posare il dorso sulla tradizione biblica. Hegel, Heidegger e Derrida e altri, voglio dire ci si riaddossa senza nemmeno accorgersene a qualcosa che rappresenta un’altra sorgente rispetto a quella greca, qualcosa che non è più “metafisica” perché ha a che fare con il messaggio, con la Rivelazione. La scelta della Cina mi permetteva di uscire da questa sorta di movimento oscillatorio fra Atene e Gerusalemme, e di accedere ad altre parole dell’Origine che non fossero costrette fra il Logos o Yavéh, uscire dalla dialettica fra Socrate e Abramo.

Jeff Hein – Abraham

Penso che ciò che sta dicendo possa chiarire un punto. Ciò che intendevo dire prima è che nel dialogo fra due culture presupposto necessario sia la possibilità di avere una “terra di nessuno”… Quando vogliamo entrare in un’altra cultura, come penso Lei abbia fatto, dobbiamo viverla dall’interno: imparare la lingua cinese, studiare i testi e quindi fare esperienza su di noi della lingua e della comprensione e dopo qualche tempo, qualche sforzo, possiamo dire che l’abbiamo compresa…almeno in parte, o quanto meno possiamo dirne qualcosa che risulta comprensibile.

Sì, ma questo presuppone che la cultura sia qualcosa che “si possiede”. Ma in realtà io non ho “capito” la cultura. Voglio dire che la cultura non è un bene, come non è un dato oggettivabile: è un processo, ma non c’è un solo momento in cui io mi dica “Va bene, ho capito qualcosa della cultura cinese”: è sempre possibile approfondire il discorso, lo studio… Nel corso della mia vita non ho mai smesso di studiare, di lavorare… è un processo infinito!

Vorrei tentare di capire se nella Sua lettura di questo pensiero “altro” ci sia qualcosa che risuona anche nel pensiero heideggeriano: faccio riferimento al “Colloquio con un Giapponese” in “In cammino verso il linguaggio”, dove Heidegger dice di aver trovato almeno due punti di contatto forti. Uno è l’identità (dice proprio che è lo stesso) tra il Nulla di cui parla in “Cos’è metafisica?” e il Vuoto, il Ku giapponese; l’altro invece si mostra nel momento in cui parlano della corrispondenza tra la parola che dice dell’essenza del linguaggio in Giapponese (koto ba) e il rapporto ermeneutico tra l’Uomo e la Differenza ontologica. Rapporto ermeneutico che viene inteso come “l’annunciare”, il portare nel linguaggio che si abita il messaggio della differenza ontologica. Questa corrispondenza si può rintracciare anche nel pensiero cinese o è qualcosa che resta limitato a questo dialogo tra Heidegger e il pensiero giapponese, che viene poi portata avanti anche la scuola di Kyoto e quindi con Nishitani e oggi in parte ripresa…?

Comincio col raccontarvi un piccolo aneddoto: Heidegger nel ’43 aveva intrapreso la traduzione con un cinese del testo taoista di Lao Tzu. E si era fermato. Si era fermato perché si era reso conto che stava diventando Tedesco! Si rese conto che tradurre qualcosa in atmosfera europea poteva anche essere tradurre bene, ma non era più Cinese! Tornando al dialogo con il Giapponese di “In cammino verso il linguaggio”, sappiamo che c’è un’altra versione redatta dal giapponese e ci si può rendere conto che non è una trascrizione reale, ma lì H. ha reso liberamente la sintesi degli incontri avuti con gli studiosi giapponesi che frequentava negli anni ’50. La“differenza ontologica” non si dice in Cinese: è un’espressione heideggeriana. H ha reinterpretato nei termini ontologici europei qualcosa preesistente che ricordava il Vuoto. Ma il Vuoto non è il Niente! Assolutamente no! Per quanto ne so si tratta del vuoto fisico… Perché il Niente è in relazione all’Essere, e il Non-essere e l’Essere, la Menzogna, l’Apparenza fanno parte della metafisica europea. Il Vuoto cinese o giapponese non si sovrappone. Assolutamente no. È il vuoto del vuoto del vaso che permette di contenere, un vuoto operativo. Si tratta piuttosto di un processo, di una visione assolutamente non ontologica. Dunque ciò che Heidegger non ha fatto… lui sembra reinterpretare in termini ontologici, quindi europei, qualcosa che ha individuato e che lo ha intrigato nel discorso giapponese, ma non c’è lavoro in Heidegger, non c’è lavoro! Sì, ci sono domande, se ne può discutere, ma non comincia assolutamente a lavorare per fare in modo che il Vuoto orientale e la questione dell’Essere in qualche modo si incontrino. Bisogna lavorare, imparare la lingua, il Cinese o il Giapponese, lavorare la lingua: la propria e l’altra. Lavoro significa “operare”…

François Jullien

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