di Andrea Colamedici

Internet è un luogo che nessuno ha ancora imparato ad abitare. Non è il posto principale dove accadono i problemi; è piuttosto il luogo in cui questi problemi affiorano meglio, dove i tuoi mostri vengono messi in luce proprio perché online hai meno filtri di quelli che indossi fuori.

In strada sai fingere abbastanza bene, mentre sui social è palese il tuo grado di disperazione e spaesatezza, perso tra svariati milioni di compagni di sventura su pagine e gruppi che usano i termini satira e black humor per mascherare comportamenti dietro cui si nasconde un atroce mal di vivere.

Cos’è davvero il black humor?

Il black humor porta l’attenzione sui tabù, sui non detti, sui temi attorno ai quali non si deve parlare né tantomeno scherzare. Fu André Breton a coniare il termine per indicare quel divertimento che nasce dallo sguardo scettico e disincantato, in grado di cogliere il ridicolo in tutto, perfino nella morte.

Il black humor nasce da una profonda consapevolezza della condizione umana e della presenza contemporanea di un lato comico e di uno tragico in ogni nostra faccenda. È fondamentale perché si spinge nei luoghi evitati dall’ironia ordinaria e, come in una mossa di Judo, sfrutta la forza dell’orrore per far nascere attraverso la risata un pensiero, un cambiamento in chi guarda. Al contrario, quello che si fa chiamare oggi black humor nasconde il bisogno di canalizzare violenza e rabbia, riconoscendosi tra pari: “se tutti fanno schifo, allora io faccio un po’ meno schifo”.

Nell’indifferenza generale, insieme a un paio di milioni di italiani – quasi tutti maschi – giochi ogni giorno a fare il politicamente scorretto. Hai quasi sempre meno di trent’anni. In molti casi non ne hai neanche quindici. Con leggerezza e goliardia diffondi inni al degrado, imposti shitstorm, ti scagli contro una delle tante declinazioni del diverso a tua disposizione. Insulti chi non risponde ai canoni di normalità (troppo magri, troppo grassi, troppo alti, troppo bassi, troppo brutti) o che lottano per delle cause, hanno degli ideali, e cerchi di farle apparire ridicole.

Ti fanno rabbia tutte quelle persone che hanno qualcosa da difendere, e vivi il disperato tentativo di svergognare tutto, di mostrare che niente conta, che non si possano davvero cambiare le cose. Questa ridicolizzazione – o shaming, ossia umiliazione, avvilimento – serve ad annullare l’impatto del mondo e ad appiattire tutto sullo stesso livello. La usi per soffrire meno, e magari per non soffrire affatto. E non come Kafka, Bulgakov, Beckett – che facevano sul serio black humor – per soffrire meglio. Per imparare a sopportare il peso del mondo.

 

Il fascino indiscreto della pastorizia

Privo di qualunque scopo, gettato in un disagio perenne, tu, shamer, reagisci al mal di vivere edificando il tuo immaginario su un vecchio mondo sicuro, stabile, forte, che sa – almeno lui – darti un’identità definita, uno scopo. Il pastore, l’operaio, il contadino, il meccanico, lo scaricatore di porto: questi ruoli ti ispirano fiducia perché sono stabili, immutabili nella loro gretta ordinarietà.

«Sarò anche sporco, violento, ignorante, ma so chi sono. Ho un ruolo che mi conferma», pensi. E prendi l’arroganza, la violenza e l’ignoranza come àncore di salvataggio da un mondo troppo grande, troppo connesso e poco sensato. Meglio “donna schiava zitta e lava” che una faticosa e infinita ridiscussione dei ruoli. Meglio rozzo che spaesato, meglio scemo che confuso. Meglio ottuso che disperato. Rispetto al caos del presente, alle trasformazioni nei rapporti umani, al crollo dei valori e degli ideali, la pastorizia è un porto sicuro. Come lo sono la difesa della razza e l’insulto al diverso.

“Se non ti piace non guardare. A me va bene così”, dici a chi solleva questioni sui limiti della tua presunta satira. E aggiungi: “Ma tanto non lo facciamo mica nella vita reale: si scherza e basta”. Certo, se ti trovassi in una stanza da solo con una ragazza probabilmente non riusciresti neanche ad aprire bocca, impaurito come sei, ma l’allenamento all’insensibilità a cui ti sottoponi – per esempio quello di vedere le donne solo come oggetti sessuali – distrugge lentamente la tua capacità di provare empatia.

La tua è una richiesta d’aiuto: speri che al tuo “Guardami: sono disgustoso!” qualcuno ti risponda “Ahahah, è vero, anch’io faccio schifo!”. E così porti l’attenzione sulla tua parte oscura, a differenza di quel che fa la maggioranza delle persone. È un grande merito, senza dubbio. Ma a questo dovrebbe far seguito il tentativo di entrare in profondità, di trasformare quel magma incandescente, e non quello di giustificarsi e complimentarsi a vicenda del proprio degrado.

Ammiccare grezzamente alla alla xenofobia, alla violenza o al sessismo non rende automaticamente xenofobi, violenti o sessisti, ma contribuisce a impoverire l’immaginario. Ti senti migliore degli altri perché non hai limiti: tu puoi scherzare su tutto, non c’è niente che sia intoccabile. Sei strapieno di energia ma non sai come impiegarla: trabocchi di sessualità, creatività, forza fisica. L’arte è la capacità di canalizzare quell’energia abbandonando i limiti imposti dalla società e scegliendo da sé altri limiti da seguire, funzionali a quello che sei. Scegliendo la “pastorizia”, invece, abbandoni la lotta, opti per la via più semplice: investire tutte le tue energie nella distruzione, nel disimpegno, nello svacco. Quando invece mai come oggi sarebbe possibile costruire un nuovo modo di essere umani, inedito e straordinario, che sappia rispondere con forza all’impoverimento di senso del mondo, recuperando davvero l’incontro con l’Altro.

Se avessi il coraggio di portare a fondo quel che hai intravisto potresti essere un Baudelaire, un Ungaretti, un Pasolini. Ma non trovi né la forza né il coraggio e preferisci annullarti nella massa e nei suoi rituali.