Estratto dell’intervista contenuta in Contro il Cinema (2010) di Cinema&Film – Piero Panza a Carmelo Bene.

C&F: Ma oggi, in Italia, che cosa potrebbe o dovrebbe essere critico, secondo te? Tenendo conto che la formula ancora usata è la rivista, con pochi abbonati e lettori, che sono quelli che fanno opinione nei circuiti d’essai, nei circoli del cinema, eccetera.

Bene: Io ho scelto la mia vita. Perché altri devono chiedermi come deve essere la loro? È una questione di scelte. Dice Epitteto che la grammatica e la sintassi ci insegnano a mettere in ordine le parole «ma che da qui io sia costretto a scrivere all’amico – dice Epitteto – il passo non è breve». Bisogna appunto aver scelto per non essere scelti: uno può manifestarsi parlando, filmando, bevendo, teatralizzandosi, showdisumanizzandosi. Qualsiasi di questi atteggiamenti io lo chiamo autocritico, anche se riferito a opere di altri. Ma a questo punto l’opera di altri non esiste più, esiste un’opera mia perché mia è la scelta di parlarne. Io posso citare, e nel momento che cito quello che cito è mio e non perché sacrifichi me stesso. Io sono senza frustrazioni. Voglio, quindi sono.

C&F: Nel momento in cui stai conducendo una operazione pubblica che definisci politica non ti pare che sarebbe opportuno, oltre a volere e ad essere, usare il termine e la pratica del considerare, e attentamente, la situazione in cui ti muovi?

Bene: Il bene si può volere, ma il bello si può potere. È evidente che mentre si può decidere una vocazione al bene non si può decidere una vocazione al bello. L’unica domanda da farci e per cui siamo qui è questa: siamo capaci noi di fare cose belle? Come faccio io a sapere se tu sei capace di farle?

P.P.: E d’altra parte non vi pare compito proprio di una rivista, questo sì politico, di riconsiderare, di scegliere, di riesaminare tutto quanto per scartare qualcosa e imporre qualcos’altro, per influenzare in nome e a pro di qualcos’altro?

C&F: Il difetto maggiore è ancora e sempre la eccessiva comprensività, lo smodato ecumenismo. Ma bisogna vedere i modi.

Bene: Io, per me, non ho in dispregio il fare una rivista, come non ho in dispregio il fare una scoreggia o un film. Quello che conta è la portata dei gesti che si fanno, delle cose che si affermano o si negano. A questo proposito tengo ad affermare che combatterò anche quest’anno, come due anni fa, le lotte statutarie che pare si vogliano ripetere. Perché? Perché, indubbiamente, gli statuti sono in noi. Cosa si sta cercando anche quest’anno di fare, a Venezia, da parte degli organi sinistrorsi, ossia del sottobosco culturale? Noi abbiamo avuto la fortuna di essercela potuta prendere con il Duce, così come i tedeschi hanno avuto la fortuna di potersela prendere con Hitler e gli altri, di poterli incolpare delle loro sciagure. Perché è una fortuna. Nella fattispecie ci siamo liberati di fatto di uno statuto fascista che viene sistematicamente violato (quest’anno lo sarà ancora di più). Essi cosa vogliono? Sostituire a questa fantomatica realtà che è lo statuto fascista un fantasma reale. E io vivo nel terrore di questo fantasma reale, dei Maselli, dei Gregoretti, degli Argentieri, dei Casiraghi. Va bene? Gli eredi di Togliatti, i nipoti di Nenni. Sia chiaro: tutto ciò che è rosso ma non è potabile, solido e non liquido, non mi piace. Disgraziati! Lasciate stare uno statuto violato. Non sostituitegli un altro inviolabile. È un sogno. I sogni sono belli, perché realizzarli? I sogni inoltre si possono tradire, e sempre infatti sono traditi. Come ha fatto Chiarini, sissignori. Con degli sbagli, certo. Ma è sbagliando che si insegna.

C&F: Chi, due anni fa a Venezia, era dalla parte opposta alla tua, o per dovere d’ufficio, o per convinzione personale, o per tutte e due le cose assieme, ha avuto già da molto tempo modo di ripensare all’esperienza. Se poi non ci ha ripensato è recidivo e sono fatti suoi. Per quanto ti riguarda è chiaro che per te si trattava di difendere il tuo primo film, assieme a pochi amici che ritenevano giusto, e soprattutto cosa loro, difenderlo.

Bene: Mah! Fortunatamente non abbiamo fatto che bere.

C&F: Diciamo allora che eri solo, d’accordo. Appunto, l’operazione era esclusivamente tua, un fatto privato per un film privato. Oggi però sembra, e dico sembra, che davanti alla stessa mostra, con lo stesso statuto, con un altro film da mandare, tu assuma un atteggiamento in parte diverso. Perché?

Bene: Più che un cambiamento è una precisazione del mio atteggiamento, e dipende da una mia maggiore maturazione politica. L’ho detto prima: ci sono statuti esterni e statuti interni. Se ci sarà polizia a Venezia, non è me che picchierà. Siediti, hai vinto – mi sono detto – e mi sono seduto. Le leggi io non le tradisco e non le ossequio, non mi interessano, sono fuori dalla mia persona, non fanno parte dell’anima mia. Questa è la politica: rappresentare se stessi. Il mondo come volontà e rappresentazione. Il giorno che ognuno finirà di scaricare la propria vigliaccheria sui falsi problemi, quelli comuni; il giorno che i cittadini spariranno per lasciare il posto agli individui, io, antropologicamente, sarò il santo di queste battaglie, nel nostro secolo almeno. Perché finora mi pare di essere il solo; almeno perché ho buona memoria, e so citare.

C&F: Qual è esattamente la ragione per cui tu in previsione di Venezia prendi contatti, “convochi” una serie di critici, di persone interessate, etc.?

Bene: Voglio vedere fino a che punto sono liberi, fino a che punto hanno realizzato, o distrutto, è lo stesso, il loro statuto interiore. Politica, per l’uomo non per il cittadino, è realizzare quello che vuole anche se è la propria rovina. Questo non mi turba. Nostro è l’intento, l’esito no. Ma a parte questo. Un critico, o una puttana, chiunque, si allea a me perché alleandosi realizza quello che vuole per sé. Tu sei qui e parli di quello che vuoi, non stiamo mica facendo un partito. Il grave è che parli di cose che dovremmo aver superato da molto tempo: per cui ti addebito il prezzo di questo nastro.

C&F: Tu mandi a Venezia il tuo film, è stato invitato, mentre magari c’è chi non ce lo manderebbe…

Bene: Facciano. Io mi sono finanziato da me tre film uno dietro l’altro: non riconosco a nessuno di aver fatto lo stesso, mai. Io contengo in me il regista, l’attore, il produttore, il distributore, lo showman, l’addetto alle public relations, tutto. Sono milioni di contraddizioni. Le accetto tutte, me le assumo. Vedete come la politica diventa di massa? La massa dei miei atomi.

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