Riconquistare l’archetipo maschile

Solo pochi decenni fa il maschio doveva soddisfare le necessità primarie della famiglia. Poi, quando durante la guerra le donne si sono trovate a sostituire i mariti nelle fabbriche, hanno sia pure nel modo più faticoso scoperto che erano in grado di mantenersi da sole e potevano finalmente liberarsi dal ruolo che le relegava nell’ambito ristretto di casa e famiglia. Nel giro di pochi decenni l’universo femminile ha cambiato veste, oggi le donne non hanno più necessità elementari, ma continuano ad avere esigenze essenziali, soltanto più complesse e articolate: prima fra tutte la voglia di confrontarsi con un maschile in grado di reggere carichi, di accettare responsabilità, di lottare per costruire e proteggere. Purtroppo – troppo spesso – il maschio contemporaneo non soltanto non è in grado di soddisfare, ma nemmeno di comprendere queste urgenze. Da ogni parte sento donne lamentarsi di non trovare compagni all’altezza. Nel tentativo sacrosanto di liberarsi dei limiti del suo stesso passato, l’uomo è addirittura scivolato in una situazione persino peggiore, una sorta di limbo in cui la forza è stata buttata dalla finestra insieme all’aggressività. Mi viene un paragone forse azzardato ma credo efficace: proprio come per le tecnologie che – avanzando a passi da gigante – permettono effetti speciali di ogni tipo, molto spesso a scapito di contenuti creativi, così il maschio è diventato estetizzante, concentrato su valori formali e superficiali perdendo di vista il fuoco, il senso primario del suo ruolo, la voglia di volare. Se già per natura l’uomo e la donna faticano a comprendere le esigenze uno dell’altro, il gap che si è creato tra i due sessi sembra spesso invalicabile. La forza chiama forza e oggi più che mai la forza va protetta e valorizzata. L’aggressività è figlia della debolezza: ci arrabbiamo, attacchiamo e diventiamo violenti quando ci sentiamo feriti e ci sentiamo feriti quando l’opinione degli altri si scontra con la nostra insicurezza. L’uomo deve crescere, uscire dal guscio e ritrovare dentro di sé quella scintilla di eroe che – da sempre e io spero per sempre – è considerata l’anima del maschile. Un uomo diventa più sensibile e si cura dei figli per rafforzare la sua natura maschile, non per indebolirla. Un uomo diventa dolcissimo per esprimere ancora di più il suo senso di protezione, non per rinunciare alla forza. No, lei non è incatenata a una roccia in tremante attesa che un mostro marino venga a divorarla. Se anche lo fosse, ci sta che sarebbe capace di difendersi da sé. Ma quel mostro e quelle catene spesso si presentano in altre forme magari meno terribili ma comunque insidiose, e tu non puoi non sentirti sempre e comunque Perseo pronto a combattere per Andromeda. Non sono le emozioni, gli slanci, le tenerezze, i sentimenti brucianti, una maggiore sensibilità, a rendere l’uomo debole, ma la totale mancanza di senso epico. So di essere feroce quando dico che oggi questo bisogno di determinazione, intensità, forza fisica e psicologica, questa potente spinta verso la vittoria, la gloria, il successo, sembrano usciti quasi totalmente dalla vita privata degli individui e sono confinati nel mondo del lavoro e dello sport. Abbiamo invece bisogno che l’uomo diventi fino in fondo il nume tutelare della famiglia, che la faccia sentire al sicuro, che sia forte e credibile nelle scelte quotidiane.

[…] Credo sia arrivato il momento che il ragazzo si trasformi in uomo e la smetta, una volta per tutte, di incolpare la donna delle proprie debolezze. È arrivato il suo turno: ora deve compiere un significativo salto evolutivo, perché un maschio debole, incapace di reggere il confronto, spezza l’equilibrio tra le due forze e impedisce – oltre all’evoluzione di entrambi i generi – uno sviluppo armonico dell’intero spettro di genere. In questa sua missione nel diventare uomo credo che il ragazzo abbia bisogno dell’apporto di un femminile sano, non aggressivo, non rancoroso, non ipercritico. È vero che il maschile sta funzionando poco o niente, che i suoi attuali limiti sembrano spesso invalicabili: ma l’unica direzione possibile è spingere il maschile a migliorarsi evidenziandone le qualità piuttosto che mettendo il dito nella piaga dei difetti (allo stesso modo in cui un buon voto ci incentiva a dare il meglio e un voto basso non soltanto ci rende più insicuri ma nemmeno ci invoglia a dare il massimo). Ognuno di noi per migliorare ha bisogno di incoraggiamento, ma essendo più proiettato verso l’esterno il maschile ha ancora più bisogno di sentirsi apprezzato per dare il meglio di sé. Sì, lo so che l’espressione “uomini con le palle” è un abusato e sgradevole stereotipo, e riconosco di esser stato infantilmente provocatorio quando diversi anni fa l’ho usata nel titolo di un mio libro (si chiamava Con il cuore e con le palle…). Non lo faro più, promesso. Solo che se il modo di dire è uno stereotipo, la sostanza è assolutamente essenziale. Perché l’affermazione di modelli maschili sempre più lontani dalla forza (non devo spiegare che la forza non coincide affatto con la sopraffazione, vero?) è un vero disastro antropologico. Proiettare il maschile al di là dei suoi vecchi, ristretti confini è stato quanto di più necessario non soltanto perché quei confini erano soffocanti per il femminile ma anche perché appiattivano il maschile stesso a una misera caricatura. Solo che se il risultato è un maschile senza… ok, ho promesso di non dirlo più… senza carattere, allora quella del passaggio dalla padella alla brace è la più realistica rappresentazione, perché davvero così – non più autorevole, staccato da un forte senso di responsabilità, incapace di visioni e di imprese – il maschile sta inesorabilmente andando in fumo. (Dell’infamia di quel maschile che oggi arriva a lamentarsi di esser vittima del femminile, non voglio neanche parlare…).

Franco Bolelli, Manuela Mantegazza

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