Volevo ammazzarmi, poi ho preferito ammazzare.

di Andrea Colamedici

È accaduto oggi: un uomo, a Firenze, è disperato. Non ce la fa più, ha problemi economici e ha appena deciso di farla finita. Lascia una lettera ai familiari e si avvia verso ponte Vespucci. 
Quell’uomo non è solo quell’uomo: è anche una nostra spaventosa e fedele fotografia, è l’istantanea di un popolo che, di fronte al futuro vuoto, fa i conti con il proprio passato.

Alcune foto dal profilo Facebook dell’uomo

Quell’uomo – quel popolo – non ha la forza di andare fino in fondo, né in un verso né nell’altro: non può più rialzarsi e tornare a vivere, né riesce a far partire il proiettile della pistola che ha puntato contro di sé.
Il senso della vita – per quell’uomo e per quel popolo – è ormai sparito, e sembra impossibile ricominciare dopo essere stati a un passo da una soluzione.
E così quell’uomo – quel popolo – pensa a un piano d’emergenza: uccidere qualcun altro “pur di finire in carcere, non pesare più sulla famiglia” e non dover pensare a niente. L’apice dell’umana disumanità, un modo per morire restando vivi.
Sceglie quindi di sparare a un passante. Si ferma davanti a una famiglia. Ci ripensa. 

Il corteo della comunità senegalese marcia verso Palazzo Vecchio


Poi decide di aver incontrato una vita sacrificabile. Un altro abbastanza “altro”, un cinquantenne senegalese, venditore ambulante dalla pelle scura. E, puntatagli contro la pistola, gli scarica in testa tutti i proiettili che aveva risparmiato per sé, uccidendolo sul colpo.

Razzismo, ignoranza, disperazione, violenza, ma anche assenza di umanità, egocentrismo, incapacità di sentire l’altro e di provare empatia: ci siamo noi in questa fotografia. 


In foto, il bersaglio usato dall’uomo al poligono e condiviso sul suo profilo facebook, pubblicato tra un’immagine di Buddha, due di gattini e tre di pistole.

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