Mercoledì 28 febbraio 2018

Vito (nome di fantasia) è un hater professionista, un vero maestro dell’odio. «A me fa godere tantissimo mandare ai matti la gente», mi ha spiegato con fare rilassato davanti a due tè caldi in un bar di Corso Venezia a Milano. Grazie ad amici comuni ho avuto, dopo vari tentativi andati a vuoto, l’opportunità di incontrarlo. «Ma tra dieci minuti, poi non mi andrà più», aveva specificato via WhatsApp. Mentre ci sediamo lo ringrazio per aver vinto la sua naturale reticenza a raccontare il dietro le quinte della sua attività preferita, che qualcuno definirebbe cyberbullismo. «Le persone non capiscono», mi dice immediatamente, senza farmi finire di parlare.

«Distruggere gli altri, fare del male coscientemente è un’arte raffinatissima, che dà enormi soddisfazioni. Sapere che una persona passerà ore o giorni a rimuginare, e magari a soffrire a causa tua, a pensare ininterrottamente a quello che gli hai scritto è per me una fonte incredibile di goduria. Del resto, parecchie volte le loro esistenze sono così piatte che mi accorgo di avergli fatto un piacere smuovendole un po’. Io entro nelle loro vite e mostro le impalcature nascoste, le finzioni, la loro illusione di felicità. E smonto le chiacchiere, le scenografie e tutte le loro teorie ridicole e prive di senso». Vito è specializzato, infatti, nel distruggere la reputazione dei personaggi dell’ambiente scientifico e parascientifico italiano, mettendone in luce i paradossi e l’assenza di fondamenti reali. L’ho conosciuto per questo motivo, dopo essermi accorto che sulle bacheche Facebook di vari divulgatori spuntavano sempre più spesso offese violente e critiche personali dallo stile simile, anche se da profili diversi. Ho notato un paio di amici in comune su uno degli account usati per le invettive e, dopo poco, sono riuscito a risalire alla sua identità e alla sua storia.

Vito mi confessa di usare una quarantina di nomi diversi per svolgere la sua missione “educatrice”. «Non lo faccio per nascondermi, non mi interessa. È una questione di efficacia, così posso fare più danni. E io non mi fermo a smontare le bufale», mi dice con uno strano orgoglio guardandomi finalmente negli occhi, dopo aver passato diversi minuti a parlare fissando il suo cucchiaino. «Non voglio passare per una brava persona: non lo sono. Io me la prendo con chi mi va, anche con chi non ha nessuna colpa se non quella di capitarmi davanti quando voglio divertirmi un po’. Sono un bullo? Sì, e quindi? Non voglio fare il giustiziere. Non solo, quantomeno. Sono un provocatore: se tu ci caschi non è colpa mia».

Mi squilla il telefono: è Giacomo, un amico che mi sta aspettando da un po’ davanti al Museo di Storia Naturale. Gli scrivo dicendogli che tarderò mezz’ora, che non posso perdermi il viaggio nella mente di un provocatore, e che poi gli racconterò bene. Spiego quindi a Vito che avevo un altro appuntamento ma che l’ho appena spostato perché il suo amore per l’odio mi affascina. «Vedi», mi dice. «Se non avessi risposto subito a quel tuo amico lo avresti mandato nel pallone: avrebbe cominciato a farsi un sacco di problemi, a farsi venire chissà che dubbi: “perché mi ha mollato qui?”, “Non è che ho capito male io?”. Sarebbe bastato disinteressarsi un momento di lui e PAM!, ai suoi occhi magari saresti diventato un infame, quantomeno per mezz’ora. Poi vi sareste chiariti, certo, ma quella mezz’ora da infame ti sarebbe rimasta in qualche modo addosso. Ecco, per evitare problemi io ho scelto di passare da subito, e sempre, per un infame. E credimi, è tutto molto più semplice. Oh, sia chiaro: io ho una mia vita, un lavoro che non voglio perdere in cui sono corretto e tranquillo, ma quando gioco non ci sono scuse», mi dice.

«Gioco?», gli chiedo incuriosito. «Sì, te l’ho detto», mi risponde alzando le spalle. «Per me è come giocare a scacchi, e ogni bacheca sui social è una scacchiera. Io guardo la situazione e, se c’è la possibilità di mettere in crisi il Re, faccio la prima mossa con in mente tutto quello che potrà seguire. Avevo già da piccolo una certa abilità naturale, ma col tempo sono diventato un fenomeno: riesco a prevedere ogni volta almeno due mosse del mio avversario. So già quello che risponderà, come portarlo a scoprirsi e, infine, a fottersi da solo».

«Ma non ti preoccupa far soffrire gli altri?», gli chiedo. Mi guarda e, con un sorriso e una specie di sbuffo, mi risponde: «No. Io forse ho un problema: non ho la minima empatia. Nel senso che se vedo soffrire qualcuno a me non fa né caldo né freddo. Non mi viene proprio di aiutarlo o di smettere di infierire, nel caso. Capiamoci, mi accorgo che sta soffrendo, quello sì, ma la cosa non mi tocca. Se non soffre a causa mia neanche mi interessa, ecco. Se sono stato io l’autore, invece, provo soddisfazione. La cosa mi dà piacere perché sono entrato nella sua vita e ne ho fatto quel che ho voluto, magari senza neanche impegnarmici troppo».

Lo guardo bere e penso al fatto che una persona così capace di osservare e sentire i limiti e i mostri degli altri dice di non essere in grado di provare la minima empatia. Non è empatia saper sentire così bene l’orrore dell’altro? Sì, credo proprio di sì. Ma forse non è l’empatia a mancargli, piuttosto è la compassione. L’ho visto con i miei occhi far perdere la testa a personaggi robusti e a belle persone per il solo gusto di farlo. Ed era sempre palese la sua capacità di osservare l’altro, di penetrarlo, di leggerlo e di saper usare tutta quella mole di informazioni elaborate in poco tempo per individuare il punto di rottura dell’interlocutore, quel centimetro cubo che, una volta toccato, avrebbe causato il crollo della persona di fronte. Questa sua incapacità di rispettare il dolore dell’altro ha invece a che fare con la compassione, con il riconoscimento dei limiti. Quindi sì: si può essere empatici senza avere la minima compassione. E, per quanto possa sembrare strano, l’empatia può essere uno strumento devastante nelle mani di un provocatore senza compassione.

Mentre cerco di fare ordine in questi pensieri Vito finisce di bere e ricomincia a parlare. «Vedi, io scrivo una marea di parolacce, un profluvio! Parlo sempre di piselli, di sesso, e offendo brutalmente chiunque provi a intervenire nella discussione. Sono una specie di troll, ma il mio scopo non è disturbare. A me interessa proprio fare male. Vuoi sapere qual è l’unico modo per non cadere nella mia trappola?». «Certo», gli rispondo, sinceramente curioso. «Per non caderci devi ignorarmi. L’unico modo per sfuggire ai provocatori di professione come me è far finta che non esistano, lasciare che parlino, che si dimenino da soli. Se non vediamo risposta andiamo altrove, non ci offendiamo mica. Se l’esca resta attaccata all’amo di solito passiamo oltre, non perdiamo troppo tempo con pesci che non abboccano. Non è quasi mai la persona specifica che ci interessa, ma quella feritoia che abbiamo visto aprirsi in lei e che sappiamo di poter colpire. Siamo dei predatori, diciamo così. Chiaro, capita a volte di impuntarsi su qualcuno, ma senza una ragione. Alcuni tendono a ossessionarsi su questo o quel personaggio, a braccarlo sul serio: ma per me il gusto è terrorizzare tutti senza perdere troppo tempo dietro a nessuno. Un po’ come il Panopticon di Bentham – ce l’hai presente? – quello in cui tutti sanno di poter essere perennemente osservati ma non sanno quando, da dove o da chi. Quella è la sensazione che vi vogliamo mettere addosso. Ecco, se ti dovesse succedere di essere puntato a lungo da uno di noi non stare troppo a pensare al perché ha scelto te e solo te, e se magari ti osserva da settimane o da mesi: più pensi a questa roba e più fai il suo gioco. Fottitene, è la cosa migliore. Molto probabilmente gli ha solo girato così. Oh, magari ti invidia pure, ma come potrebbe invidiare chiunque altro. Solo che c’eri tu lì davanti mentre a lui saliva la fame, c’è poco da fare. Anzi, c’è una sola cosa che puoi fare».

«Offenderlo anch’io», gli dico immediatamente. «Ecco. Assolutamente no», mi risponde, palesemente infastidito dalla mia ingenuità. «Se tu lo offendi hai perso in partenza. Hai presente il tris, quel gioco che si fa con il cerchio e la X in cui vince chi disegna tre simboli in fila? Sai che se il primo giocatore disegna il proprio simboletto al centro e l’altro non lo mette in uno dei quattro angoli ha già perso? Ecco, con noi è lo stesso: se cadi nella provocazione e rispondi sei nei guai, ma se poi offendi, allora sei morto». «Addirittura?», gli chiedo stupito. «Certo», mi risponde con fare quasi professorale. «Noi siamo maestri dell’offesa, è il nostro terreno di gioco. Lì non hai scampo. E se sei tu a portarci, vuol dire hai disegnato il tuo simbolino nello spazio sbagliato del tris. Perché, vedi, tu devi sottostare a troppe regole nell’offenderci, al senso del limite, al non passare per un pazzo o per una bestia agli occhi degli altri che ti leggono, mentre noi possiamo dire qualunque cosa. E soprattutto abbiamo esperienza nel campo, possiamo attaccarci a un tuo errore di battitura e tirarla per un’ora, scherzi? Se lo fai tu passi per scemo. Noi invece possiamo offenderti con un mix sapiente di osservazioni dei tuoi punti deboli e ingiurie di repertorio, così che per te e per chi ti legge sarà impossibile sopravvivere alla shitstorm. E se cancelli quello che abbiamo scritto passerai per un censore esagerato: “A me non pare che abbia scritto chissà che”, ti diranno i tuoi amici. E i miei.
R
icordati, soprattutto, che a noi offendere piace da morire, e possiamo passare un’eternità a farlo senza sentirci offesi o colpevoli».

Mi alzo per pagare e, quando torno, lo vedo con in mano due cucchiaini. «L’unico modo per sfuggire a un attacco prolungato di un provocatore è il nonsense», mi dice mentre si infila i manici dei cucchiaini nelle narici. «Devi sconvolgerlo, stupirlo. Non devi mostrargli la tua bravura, la tua retorica: come nel judo, più usi la forza e più la regali all’avversario. Lui saprà rubartela per metterti al tappeto. Piuttosto, sai cosa devi fare? Pubblica in risposta alle sue invettive una gif di una vecchia che balla la techno, di una scimmia che spulcia un’altra scimmia e cade dal ramo, di Lupin terzo che fa l’occhiolino a Fujiko, cose così». «Quindi devo ridere di lui», gli dico, felice d’aver capito. «No. Assolutamente no: se ridi di lui, di nuovo, lui riderà di te. E siamo da capo. Devi fare qualcosa fuori contesto, di inaspettato, mostrandoti davvero intoccabile. Vedi, uno pensa di passare per superiore quando dice: “Quello che dici non mi tocca”. Ma dai, se non ti toccasse davvero non avresti mica bisogno di dirlo!».

Poi, senza togliersi i cucchiaini dal naso, aggiunge in tono più serio: «Andrea, io vorrei essere buono, e se sono qui a parlare con te è perché in qualche modo ci sto provando. Voglio che tu scriva tutto quello che ti ho detto. Voglio che tu impedisca a me e a quelli come me di fare con così tanta facilità tutto il male che ci passa per la testa. Com’è che diceva Mefistofele nel Faust? “Sono parte di quella forza che vuole costantemente il male e opera costantemente il bene”. Ecco: a me piacerebbe essere costretto a operare il bene, anche per variare un po’, ma voi buoni siete davvero troppo stupidi. E incapaci». «Grazie, lo farò. È un bel gesto da parte tua», gli dico mentre raccolgo sciarpa e guanti: fuori fa meno tre. «Mah. Forse è solo un modo per rendere il gioco un po’ meno noioso», mi risponde mentre, alzandosi, esce dal bar.

E, abbassando lo sguardo sul tavolo, mi accorgo che è rimasto un solo cucchiaino. L’altro deve averlo tenuto nel naso.

 

Andrea Colamedici

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