Un’idea di donna. Sul caso Murgia-Marie Claire

di Maura Gancitano

Sono giorni particolari, in cui tante persone cercano di riflettere sulla realtà e di analizzarla con maggiore attenzione (d’altra parte Saturno è in Sagittario) e in cui tante altre cercano lo scontro e la guerra a tutti i costi. Giorni in cui sembra difficile esprimere la propria idea e confrontarsi con i propri interlocutori senza ricevere offese e insulti.

Ecco uno di questi casi: lo scorso 16 ottobre, sulla sua pagina Facebook (qui), Michela Murgia ha pubblicato la copertina dell’ultimo numero di Marie Claire, commentando così: “Quando cominceremo a reagire sul serio e tutte insieme alla costruzione di una simile idea di donna?“. 2250 Mi Piace, 2030 condivisioni, chissà quanti commenti.

12115590_10153287446819370_1588491170886932482_nLa copertina ritraeva una ragazza magrissima, senza forme, con un’espressione tutt’altro che allegra. La prima cosa che ho pensato guardandola è stata: “Com’è triste!”. Eppure, i commenti a questo primo post di Murgia si sono risolti (almeno in larga parte) in uno scontro tra “taglie 38” e “taglie 48”, tra persone che denunciavano l’eccessiva magrezza della ragazza e altre che rivendicavano il diritto di essere esili.

A questo punto, Michela Murgia ha sentito di dover pubblicare un secondo post per spiegare meglio il punto su cui aveva intenzione di porre l’attenzione.

12108748_10153288069084370_2100909806222268128_n“Ho scritto: “quando cominceremo a reagire sul serio e tutte insieme alla costruzione di una simile idea di donna?”
Quell’idea di donna si fonda sull’estetica dell’infelicità.
La morte, e quindi anche la mortificazione, che ne è la declinazione simbolica, ci fa belle.
La ragazza in copertina non è infatti semplicemente magra: l’aggettivo più appropriato è emaciata, e questa condizione è enfatizzata da una serie di elementi che neutralizzano l’ipotesi che si possa trattare di una magrezza sana, qualunque cosa ne pensi la direttrice del giornale. Il colorito della modella è esangue, con le occhiaie e lo sguardo perso nel vuoto che associamo spontaneamente al malessere. Ha le guance truccate sotto lo zigomo in modo da enfatizzarne scientificamente l’incavo, ha il maglione aderente per evidenziare le braccia ridotte all’osso e la completa assenza di seno, le hanno scomposto i capelli e
l’hanno messa in una posa sgraziata da manichino rotto… tutto è combinato per trasmettere l’idea di un’affascinante tristezza, di una femminilità glam e infelice. Direi di più: una femminilità glam PROPRIO perchè infelice.
Il punto non è quindi che la modella è magra, perchè il peso di quella ragazza non è stato usato per dirci banalmente che esistono anche donne con la 38. E’ usato per dirci che la passività, la fragilità fisica (in tutte le forme in cui compare in quella foto) e la tristezza sono accessori di moda al pari di jeans a vita alta e volpe blu e che potrebbero starci addosso che è una bellezza. Fissarsi sui chili non ha senso: il messaggio distruttivo sarebbe identico anche se la ragazza pesasse di più”.

Altro coro di Mi Piace, condivisioni, commenti. A questo punto ho deciso di inserire anche il mio, proprio perché credo che quella copertina non abbia niente di casuale, ma che sia il risultato di un preciso modo di pensare e di promuovere l’immagine della donna. Allo scopo di renderla innocua.

È un’immagine fragile, di una persona incapace di agire nel mondo. Non si tratta di un giudizio sulla modella, ma di un’analisi di ciò che chi ha scelto la copertina voleva trasmettere. Quell’immagine promuove un’idea di donna infelice e irrealizzata, ma figa. Estetica dell’infelicità, appunto.

Ed ecco il terzo atto di questa storia: dopo alcuni scambi violenti tra lei e Michela Murgia, proprio sulla pagina Facebook dell’autrice sarda, Alessandra Serra ha abbandonato la discussione e pubblicato un articolo sul sito dell’Unità (qui), denunciando il giudizio di Murgia sulla modella, sul suo corpo, che veniva però nascosto da riflessioni sulla condizione femminile eccetera eccetera:

La verità per me è che un patrimonio delle donne contemporanee è quello di avere capito che la bellezza sta nelle forme più diverse del nostro corpo, sia esile, sia abbondante, sia rugoso, sia smagliante. E che lo sparare su una ragazza giovane a colpi di pubblico “disgusto” pensando che non sia reato, solo perché svolge una professione socialmente ambita e prestigiosa, è un altro svarione culturale.

Michela Murgia avrebbe sparato a zero su una ragazza di cui nessuno sa niente, non pensando a tutte quelle persone che oggi o da giovani (e qui la giornalista parla anche della propria esperienza) si trovavano nella stessa condizione di magrezza naturale, e che si sarebbero potute sentire offese dalle parole della scrittrice. Serra conclude così:

Penso alle ragazze magre e insicure di oggi che hanno visto quel post di Michela Murgia, e dico a loro, fregatevene, tutta invidia.

Tutta invidia. Perché una scrittrice che si impegna politicamente, socialmente, che ha scritto un libro sul femminicidio (L’ho uccisa perché l’amavo) e uno sul femminile distorto (Ave Mary) potrà anche condire i propri discorsi di citazioni e belle parole, ma alla fine quando si infervora è solo per invidia. E così ogni discorso viene deprezzato, ridotto, liquidato.

E qui viene una parte che a chi capiterà qui senza conoscermi potrà sembrare una smaccata autopromozione, ma ho deciso di parlarne perché ci credo davvero, perché ho letto in questo gesto qualcosa di chiaro, che conosco. In Malefica. Trasformare la rabbia femminile ho parlato di patriarcato, di streghe cattive e fate madrine analizzando La bella addormentata nel bosco e Maleficent, il film Disney uscito a giugno del 2014. Quello che ho capito sia durante la scrittura del libro che durante i mesi successivi e le presentazioni (che non è vero che non servono a niente, se non altro servono all’autore per capire meglio quello che ha scritto) è che le donne sono davvero le maggiori nemiche delle altre donne, e questo ha una ragione simbolico-archetipica, è il riflesso di un trauma collettivo.

Potremmo essere fate madrine le une delle altre, procedere insieme pur nelle nostre differenze, e invece spesso – quando stiamo facendo qualcosa che sentiamo possa avere un senso per noi stesse e per le altre, quando sentiamo di star dando finalmente spazio al nostro talento – ecco una donna che ci tira i capelli, inizia a insultarci e a inveire contro di noi.

Nella fiaba, la maledizione di Malefica nei confronti di Aurora ha un significato molto simile: un modo per affermare il proprio potere e impedire a un’altra donna di realizzarsi, sentendosi in qualche modo migliore di lei, più forte, e allo stesso tempo un gesto patriarcale, che non fa che riaffermare lo status quo. In parole semplici, scrivere un articolo di questo tipo su Michela Murgia, al calor bianco, per deprezzarla, fa il gioco di tutti quelli che hanno lavorato alla copertina di Marie Claire, che ogni giorno lavorano per affermare quell’idea di donna, che costantemente cercano di trasmetterci l’idea che così come siamo – in qualsiasi modo siamo – non andiamo bene, quindi abbiamo bisogno di qualcosa di esterno che ci migliori (un fondotinta, un profumo, dei nuovi vestiti, un elettrodomestico).

Quello che mi intristisce davvero è che in questo momento tante persone stanno scrivendo che, tutto sommato, la giornalista ha ragione: ognuno ha il diritto di essere come gli pare. Magro, grasso, alto, basso, intellettuale, ignorante. Fate un po’ come vi pare, nessuno ha il diritto di giudicarvi. Un diritto che dovrebbe essere inalienabile, una conquista importantissima della società contemporanea, niente da dire.

Ma vi ricordate la domanda iniziale? “Quando cominceremo a reagire sul serio e tutte insieme alla costruzione di una simile idea di donna?” Accettare tutto e lasciare che ciascuno decida per sé rischia di impedirci di compiere un’azione essenziale: reagire sul serio, TUTTE INSIEME, contro una simile idea di donna bella e infelice, e lavorare insieme alla costruzione di un’idea di donna che non abbia niente di rigido e calato dall’alto, ma che sia dinamica, in movimento, libera dalle scelte pubblicitarie, di marketing, libera dalla “dittatura della taglia 42” di cui anni fa ha parlato Fatema Mernissi (e che qualcuno ieri ha ricordato), come dall’obbligo di avere dei figli o di non averne, di essere sposata o di non esserlo.

Costruire una nuova idea di donna significa scardinare, prima di tutto, le idee preesistenti, creare un modello che non sia un modello, ma un cavallo di Troia. Rinunciare all’affermazione di un solo modo di essere per permettere a ogni donna di realizzarsi, di essere se stessa. Capite quello che sto cercando di dire?

Mi sembra che al momento siamo vittime di due tendenze ugualmente distruttive: da un lato ciascuno urla la propria idea e deprezza le persone che la pensano diversamente (pensate a cosa sta succedendo in merito ai vaccini, a quante volte avete letto “Se non la pensate come me vi cancello dagli amici di Facebook!”, e a quanti l’hanno fatto davvero), dall’altro ciascuno rivendica il diritto di vivere liberamente senza essere giudicato dagli altri.

Siamo tra due fuochi, presi da due impulsi opposti, ma così facendo rischiamo di dimenticarci una cosa fondamentale: solo riflettendo e vivendo insieme possiamo pensare di cambiare le cose, di costruire una società ognuno abbia davvero la libertà di essere chi è. Arrendiamoci: farlo da soli non ha alcun senso. Ed è impossibile.

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