di Maura Gancitano

faruffini-lettriceIntervenire o no nel dibattito che sta infiammando da alcuni giorni lettori e scrittori italiani, quello che riguarda la Top Ten dei libri dell’anno (di narrativa) pubblicata da La Lettura domenica scorsa? Personalmente, non mi andava di scrivere un articolo riassumendo le vicende e sostenendo una parte identica a quella di tante altre persone, senza aggiungere niente. Ma c’era qualcosa che mi ronzava in testa e che mi andava di dire in proposito.

La vicenda è questa (sarò breve): nell’inserto del Corriere della Sera figurano solo libri scritti da uomini, 10 su 10. Un po’ strano, eppure non tutti ci avevano fatto caso, e nello stesso inserto non se ne faceva cenno. E potrebbe anche essere plausibile una situazione del genere – cioè che per un anno i migliori libri pubblicati, sia italiani sia stranieri, siano scritti da uomini – se non fosse che quest’anno abbiamo avuto in tanti la fortuna di leggere libri meravigliosi scritti da donne. Libri tutt’altro che stucchevoli e sdolcinati, tra l’altro, libri che non potrebbero mai essere rintanati nello stretto scaffale della letteratura femminile. E allora come mai nessuno di questi, nessuno, figura nella lista?

In reazione a questo, è stata stilata nei giorni scorsi una contro-lista, composta dai migliori libri usciti nel 2015 scritti da donne. L’idea alla base di questa polemica, che davvero non fa che incendiare le bacheche di Facebook, le riviste online e persino i programmi radiofonici, è che ci sia un atteggiamento di fondo da parte – in particolare – degli intellettuali italiani, che li porta a evitare la lettura dei libri scritti da donne. Non li vedono, li ignorano, non li prendono in considerazione, se non in pochissimi casi.

Viene citata un’intervista al direttore di una libreria Feltrinelli, che dichiara spavaldo di non leggere i libri scritti da donne e di poterlo dire senza vergogna, anche se questo viene considerato politicamente scorretto. È di stamattina un post Facebook di Paolo Di Paolo, che scrive:

“L’intervista del libraio di Bologna che confessa di non leggere libri scritti da donne naturalmente è patetica. Ma il pregiudizio è più diffuso e radicato, alligna anche tra gli uomini che mettono “mi piace” alla polemica sull’intervista in questione. C’è un’aria di superiorità verso le donne che scrivono, non solo nei grandi e morenti quotidiani, ma anche all’interno di redazioni di nobili e antiche riviste. C’è una quantità disarmante di giovani e meno giovani scrittori maschi che non ritengono essenziale aver letto Elsa Morante, Lalla Romano, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, per esempio, per fare solo il nome di quelle che non ci sono più. E meno che mai leggono le autrici contemporanee, se non sono amiche strettissime. Ancora hanno il testa il tinello a cui venivano confinate da una pessima e misogina storiografia letteraria. E anche se dei “canoni” e delle classifiche mi importa poco, azzardo che darei indietro quintali di pagine di scrittori uomini veneratissimi per tenermi la splendente grandezza di scrittori donne da cui ho imparato tutto.

L’atteggiamento esiste, è evidente, e lo scrivono molti addetti ai lavori, molte persone che l’hanno vissuto sulla propria pelle. Scrive ieri Michela Murgia:

“Che ci sia una difficoltà culturale diffusa a riconoscere l’autorevolezza femminile è un dato sempre più dimostrato persino in Italia, ma coesiste con una forte resistenza ad ammetterlo, specialmente tra le persone colte, che forse si considerano dotate di troppi strumenti per subire i condizionamenti culturali del sessismo”

Il problema culturale c’è, ed è forte. Perché se uccidere una donna è un delitto, un fatto oggettivo, e lo stesso torturarla di chiamate ed sms, darle uno stipendio inferiore o chiamarla “prostituta”, deprezzarla culturalmente è più facile. Si può farlo e poi difendersi in molti modi.

Ora veniamo a noi. Personalmente la mia attività culturale si è svolta negli ultimi anni quasi esclusivamente in un settore che potremmo definire crescita personale o ricerca interiore. Ci sono capitata dopo aver deciso di abbandonare il mondo editoriale e della narrativa italiana, sopraffatta dai miei interrogativi sulla Vita, l’Universo e tutto quanto. Man mano mi sono resa conto di un curioso gioco di ruolo, quasi sempre uguale: la grande maggioranza dei partecipanti a workshop, seminari e corsi era (ed è) formata da donne (dall’80% al 90%), e la grande maggioranza di chi teneva (e tiene) questi corsi era (ed è) formata da uomini (diciamo sempre dall’80 al 90-95%).

E se la narrativa scritta da donne è oggi molto lontana da quello che un tempo era il romanzo d’appendice o l’Harmony (e se credete che sia così, vi sarà sufficiente leggere uno qualunque dei libri citati nella controlista per cambiare idea), ancora oggi le donne che lavorano nel settore della ricerca interiore finiscono, un po’ per elezione e un po’ per necessità, con l’occuparsi di energia femminile. In alcuni casi (pochi, pochissimi, come mi raccontò Marina Borruso diversi anni fa durante un’intervista) possono anche avere un certo successo, ma bene che gli andrà riusciranno a rivolgersi ad altre donne, a ricevere recensioni da altre donne, e quasi per niente da uomini.

Lo sentii dire anche a un’organizzatrice di eventi pochi mesi fa: si fa presto a creare un personaggio, un relatore, che abbia una certa autorevolezza, ma nel caso di una donna non ha neppure senso provarci.

E se nella narrativa italiana qualche voce si leva (sia di donne, sia uomini, per fortuna!) per dire che la classifica de La Lettura contiene un vizio, nell’ambiente della ricerca interiore la donna può solo cercare, nonostante tutto, di far sentire la propria voce. Perché se ti lamenti e denunci degli atteggiamenti viziati (per esempio quelli che portano moltissimi relatori a vedere le partecipanti a un corso come possibili accompagnatrici nel dopo cena) vai contro quell’atteggiamento di matrice cattolica, straordinariamente presente in questo ambiente – che nasce in larga parte proprio dal New Thought, cioè da una corrente di pensiero di stampo cattolico, con qualche decorazione New Age – secondo cui bisogna accettare tutto così com’è, perché tutto è perfetto. Perché l’energia femminile è accogliente e calda, remissiva, ricettiva, quindi se ti lamenti hai un problema con il maschile e un’energia maschile. In altre parole, sei tu ad avere un problema.

Ma se davvero esiste un percorso interiore, questo percorso non è solo individuale, ma anche collettivo, e se notiamo un atteggiamento viziato dobbiamo dirlo, non far finta che non esista. E l’atteggiamento viziato c’è, in questo ambiente più che in tanti altri. Iniziamo, anche qui, a valutare i libri scritti dalle donne, a prenderli in mano e a leggerli in quanto libri. E non parlo del mio, che ha avuto più successo di quanto pensassi (benché sia stato letto in meno di cinque mesi da più di 2000 donne e – immagino – solo da qualche decina di uomini). Credetemi, parlo degli altri, dei libri e dei seminari tenuti da altre donne e troppo spesso ritenuti ridicoli, svalutati, considerati per natura meno di quelli tenuti dagli uomini.

Un libro è un libro, può essere meraviglioso o pessimo, chiunque lo scriva.

[Se volete leggere altro sulla vicenda, vi consiglio questo articolo di Loredana Lipperini (qui), in cui si fa riferimento ai vari attori della vicenda e alla controlista #lemiescrittrici]

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