Perché un algoritmo ci seppellirà (sul serio)

di Maura Gancitano

Stiamo vivendo in un tempo in cui non si può più fare filosofia senza osservare la realtà, e non si può più osservare la realtà senza tenere d’occhio ciò che accade sul web. Da anni ormai filosofi apocalittici – ma anche romanzi distopici e serie TV – ci mettono in guardia su cosa potrebbe accadere a ciascuno di noi da un momento all’altro, su come la nostra immagine pubblica, la reputazione, la fiducia da parte degli altri potrebbero essere distrutte per un equivoco, uno scambio di persona, realizzando le fantasie di William Shakespeare e Oscar Wilde.
Oggi, però, si gioca con la vita di persone reali e con un’identità personale che diventa sempre meno tangibile, sempre più sfuggente, sempre più “oggetto di sapere”.
Stavolta è accaduto che, immediatamente dopo aver letto la notizia della strage al festival country Route 61 di Las Vegas, su alcuni forum statunitensi si siano scatenate la caccia all’uomo e le ipotesi di complotto. Quando è trapelato il nome della fidanzata dell’attentatore, i commentatori di uno di questi forum, 4Chan, hanno iniziato a fare delle ricerche su Facebook e su altri social network per arrivare al nome dell’assassino. Sono giunti così a identificare Geary Danley, a dedurre – dopo la lettura di alcuni post – che si trattasse di un attivista anti-Trump e a gettargli a dosso valanghe di insulti e minacce di morte.
Dato che le discussioni su 4Chan avevano tantissime visualizzazioni, Google e Facebook le hanno inserite nelle Top Stories sulla sparatoria, contribuendo a far girare ancora di più la notizia. Chi andava a cercare informazioni in lingua inglese sulla strage, quindi, finiva col leggere il nome di Danley.


Geary Danley, però, è innocente. Probabilmente la sua fidanzata ha lo stesso nome di quella del vero attentatore, eppure la rete non è riuscita neanche in questo caso a discernere e a verificare la notizia prima di emettere la condanna finale, cioè la gogna pubblica. E, dato che sul suo profilo c’erano alcuni post anti-Trump, la rete ha pensato che fosse quella la ragione della strage, e oltre a distruggere la reputazione di un malcapitato ha fatto passare l’idea che il conflitto negli Stati Uniti tra sostenitori e detrattori del Presidente potrebbe sfociare nella violenza armata.
Bufale come queste sono ormai all’ordine del giorno da molti anni, come documentato da Jon Ronson nel saggio I giustizieri della rete e come raccontato dalla serie TV Black Mirror, che ci illude di mostrare un futuro distopico, ma che in realtà ci fa vedere le dinamiche malate della nostra società della trasparenza.
Non è possibile, infatti, ignorare che la situazione sia peggiorata rispetto a qualche anno fa, che sia sempre più semplice per un commentatore qualsiasi sostituirsi a un giornalista o a un investigatore, creare un flame intorno alla bufala, schizzare in vetta alle visualizzazioni misurate da Google e finire accanto alle testate principali senza alcuna verifica, solo sulla base della quantità di visite del post. E se questa volta Google e Facebook si sono scusati e hanno rimosso la notizia, chi ci assicura che non ci troviamo su un pendio scivoloso, e che la prossima volta sarà ancora più difficile separare il vero dal falso?

One reply on “Perché un algoritmo ci seppellirà (sul serio)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *