Tom Robbins – Nato assetato

In occasione dell’ottantacinquesimo compleanno di Tom Robbins festeggiamo pubblicando un estratto da “Tibetan Peach Pie” in uscita a settembre per Edizioni Tlön, traduzione di Michele Trionfera.

 

Avevo sei o sette mesi – ero una piccola piattola petulante spiattellata sul tappeto – quando mio padre, tornato a casa per pranzo, mi trovò ricoperto di sangue.

O almeno di ciò che lui, urlando per l’orrore, aveva ritenuto essere sangue. E non lo era. Mia madre mi aveva lasciato un attimo incustodito – è sempre un errore: persino da adulto è stato rischioso lasciarmi senza sorveglianza – e in sua assenza avevo assalito una bottiglia di mercurocromo, rovesciando una buona quantità del liquido sul davanti del mio grazioso vestitino di flanella bianca.

In questi tempi segnati da svariati unguenti antibatterici non è facile trovare il mercurocromo, ma una volta era – rosso ciliegia, più profumato e meno pungente dello iodio – ampiamente usato per sterilizzare, e fornire un primo soccorso per piccole ferite, graffi e sbucciature. Perché lo stavo bevendo? Qualcuno una volta disse che ho una grande sete di sapere, e io gli risposi: «Che diavolo significa? Io bevo qualsiasi cosa».

A riprova di questo, nei mesi successivi la sagra del mercurocromo, bevvi anche inchiostro (è forse simbolico?) e ammoniaca Little Bo Peep. L’ammoniaca è velenosa, quindi ne ingurgitai sicuramente non più di un sorso prima di essere disgustato dal suo sapore astringente. Ma l’intenzione c’era tutta eh.

La mia sete innata, furente e indiscriminata si spense quasi del tutto, e con essa la mia vita, quando avevo due anni.

Ero entrato sgambettando in cucina, attirato dall’odore di un qualcosa di dolce, cioccolatoso, e sì, liquido. La fonte di questa sostanza attraente era una pignatta di cioccolata che ribolliva furiosamente sul fornello. Non avendo mai amato le formalità, mi misi in punta di piedi, stesi le braccia, afferrai il manico e strappai il contenitore dal fuoco svuotandolo così sul mio petto.

Non c’era un pronto soccorso: eravamo tra i monti Appalachi della North Carolina nel bel mezzo della Grande Depressione. L’unico dottore del posto lavò l’area ustionata – e poi, con poca astuzia, la fasciò saldamente. Qualche giorno dopo mia madre, preoccupata per la febbre alta e per il comprensibile dolore, decise di rimuovere il bendaggio. Con questo venne via tutta la carne del mio petto. Non solo la pelle, ma proprio la ciccia.

All’ospedale di Statesville, distante circa settanta miglia, mi stabilii in una tenda a ossigeno, e mia mamma nella pensione dall’altro lato della strada. A un certo punto, il mio medico curante chiamò Madre al telefono per dirle che ero morto. Lei rispose dopo il primo squillo, ma non trovò nessuno in linea. Vedi, nel frattempo un’infermiera si era precipitata dal dottore per dirgli che aveva registrato qualche segno vitale, e quindi lui aveva immediatamente riattaccato il telefono per andare a controllare.

Prima che mia madre, terrorizzata, allarmata dalla chiamata persa e spinta dall’intuito materno, si catapultasse dentro il reparto, io ero già stato reinserito nella lista dei viventi. In condizioni critiche, intendiamoci. Ma placidamente addormentato. Probabilmente intento a sognare la mia prossima avventura da bere.

 

 

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