Svuotare la mente dalle proprie convinzioni

Non prendiamoci in giro: non sarò certo io quello che se ne arriverà con consigli del tipo fai meditazione, fai yoga, accavalla le gambe col nodo scorsoio, unisci le dita e respira, contemplando l’Universo. Cioè, potrebbe anche funzionare per qualcuno. Ma noi siamo occidentali. E ho detto tutto. No, forse non ho detto nulla. Ma è sottinteso. Dovresti aver capito. E se non hai capito? Cristo! Non è che posso spiegarti tutto, se no non arriviamo mai al punto. Accontentati di sapere che, anche se non capisci perché, per un occidentale è difficile fare meditazione nella maniera orientale. Non fa per noi. Provaci. Dopo trenta secondi rimpiangi le domeniche in ginocchio sulle panche della parrocchia sotto casa. Quella noia mortale, mitigata solo dal dolore atroce alle giunture. Potrei anche menartela con la storia che otterresti lo stesso risultato della meditazione zazen impastando il pane, dipingendo, smontando un motore, facendo jogging, snorkeling, curling, suonando uno strumento, scrivendo, cucendo, giocando a suonare i campanelli e scappare. Insomma, ci sono un fottio di attività che andrebbero bene per svuotare la mente. Ma questo è già un livello successivo. A quel punto andrebbe bene anche sedersi alla fermata dell’autobus e aspettare che arrivi. Roba fine, roba da professionisti. Prima di arrivare a fare quello, bisogna svuotare la mente dal mollume paludoso e putrido delle proprie convinzioni. Ma non quelle convinzioni di cui tanto ti vanti per farti bello: “Io amo la natura”, “Io amo gli animali”, “Io amo il latex”, “Esco solo con persone che hanno il nome che comincia con la Q” e bla bla bla.
No. Sto parlando di quelle convinzioni di cui neanche forse ti rendi conto. Quei virus che ti hanno installato già a partire dai tre anni per farti funzionare come un computer che si impalla appena lo accendi, senza che tu abbia neanche aperto un’applicazione. Quella zavorra neuronale che genitori, parenti, maestri, professori e amici ti hanno passato, senza forse neanche saperlo. Loro volevano aiutarti, renderti un bravo figlio, un bravo nipote, un bravo studente, un bravo amico, ma soprattutto uno di loro. E alla fine ci sono riusciti, maledetti! Ti hanno reso come loro, proprio quelli a cui tra l’altro mai e poi mai vorresti assomigliare. Dal miracolo della natura che eri in origine, ti hanno convertito in una chiavica ambulante, pieno di voci nella testa che si susseguono a sparare puzzette filosofiche al ritmo del mitragliatore di Rambo: dovrei fare così, dovrei fare cosà, ma se poi faccio così chissà cosa pensa quello, Dio ce l’ha con me, ma chissenefrega, tanto Dio non esiste, ma se poi esiste? Meglio non rischiare, comunque oggi sono un figo da paura, no non sono un figo sono uno sfigato, beh se mi vuoi sono così se no ciao, no dai scherzavo, non lasciarmi, cambierò per te… posso cambiare. E tutto nel giro di un nanosecondo. Convinzioni, sensi di colpa, senso di appartenenza, tutte cose che avresti dovuto vendere in seconda liceo insieme alla tua anima per un pacchetto di Camel light, per fare tipo servizio completo, e invece no, la razza, la squadra di calcio, la nazione, la città, il quartiere, il circolo, il club della porchetta. Pensi di ragionare sulle cose obiettivamente. Sei sicuro che ci sia una verità assoluta. Giudichi, generalizzi, condanni, assolvi. Continuamente. Basta! Chiudi il rubinetto dei pensieri, perché ti sta inondando la casa di merda. Il tuo cervello pompa pensieri in continuazione. Un buon 99,9% di questi è sicuramente dannoso. Il resto è completamente inutile.


C’è una storiella che ci fa capire come funziona questo meccanismo perverso. C’era un contadino di nome Beppe. Il suo trattore si era rotto. Così pensò di chiederlo in prestito al suo vicino di casa, un altro contadino, che si chiamava Alfio. Alfio abitava nella fattoria vicina, a circa un chilometro da quella di Beppe. Questi si incamminò verso la casa di Alfio, per andare a chiedergli questo favore. Mentre camminava, iniziò a fare mille pensieri: «Forse non dovevo partire all’ora di cena. Magari sta mangiando e lo disturbo. E se dovesse dirmi di no? Ma dai, Alfio è un buon uomo, perché mai non dovrebbe aiutarmi? Però magari il trattore serve a lui. Non vorrei che, buono com’è, mi dicesse di sì e poi si trovasse in difficoltà. Non voglio la responsabilità di metterlo nei guai. Torno a casa. No, ma il trattore mi serve
urgentemente.» Intanto era arrivato a metà strada. «Ormai sono a metà strada. Non posso tornare indietro. Si sta facendo buio. Che idea pessima. Magari ha già finito di cenare e vuole andare a dormire. Che egoista! Andare a dormire quando io sono in difficoltà. Certo che è un bello stronzo, Alfio. Se avesse lui bisogno del mio trattore, quasi quasi non glielo darei. Ecco casa sua. La luce è ancora accesa. Che faccio? Vado o non vado? Magari poi sua moglie gli dice che sono il solito scroccone. Oh, ma cosa ci posso fare io se mi si è rotto il trattore? Ora glielo chiedo, se me lo presta bene, se no, amici come prima. E se non me lo presta? Non solo l’umiliazione di chiedere il favore, anche
la beffa di rimanere comunque senza trattore». Intanto era arrivato davanti alla casa. La luce era ancora accesa. Beppe esitò un attimo, poi si girò per ritornare a casa. In quel momento sentì la porta che si apriva ed Alfio che lo invitava ad entrare a bere un bicchiere di vino. Beppe non si voltò, ma continuò a camminare verso casa sua. «Beppe, cosa c’è? Perché te ne vai?», gli chiese l’amico. «Alfio, sai che c’è? Vaffanculo tu e il trattore!» Ecco, questa cosa, che fa un po’ ridere, non è poi così lontana da quello che succede. Tribunali interiori, paranoie, discorsi immaginari tra noi e un altro, che in realtà è all’oscuro di tutte le nostre macchinazioni. Arrivi che sei già arrabbiato con la tua ragazza o col tuo ragazzo ancora prima di litigare.In breve, tutto quello che fa questo meccanismo è generare paura. La paura è il contrario dell’amore. Di solito si dice che il contrario dell’amore è l’odio. No. L’odio non è un sentimento naturale. È solo la conseguenza della paura. Così come la rabbia, la frustrazione, lo sconforto, eccetera eccetera.

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