Simon Sinek – La nuova generazione dei Millenials

I “Millenials” che sono un gruppo di persone nate più o meno dal 1984 in poi. Sono narcisisti, egoisti, dispersivi, pigri. Pensano che gli sia tutto dovuto. E fanno confondere i loro capi. Quello che sta succedendo è che sono i capi a chiedere ai Millenials “cosa volete?” e i Millenials rispondono: “Vogliamo lavorare in un ambiente che abbia uno scopo”. Giusto. Vogliono “lasciare il segno”, qualsiasi cosa significhi. Vogliono cibo gratis e poltrone a sacco. Ma per qualche ragione non sono comunque felici e questo succede perché manca un pezzo. Da quel che ho capito lo posso suddividere in quattro caratteristiche. La prima sono i genitori, l’altra la tecnologia, la terza è l’impazienza e la quarta è l’ambiente. Dalle generazioni che definiamo Millenials troppi di loro sono cresciuti sotto l’effetto di, in parole non mie, strategie fallimentari di educazione famigliare. Per esempio, è sempre stato detto loro che erano speciali, che potevano avere tutto quello che volevano dalla vita solo perché lo volevano. Alcuni sono entrati in classi avanzate non perché se lo meritassero ma perché i genitori si erano lamentati e alcuni hanno avuto voti alti non perché se li meritassero ma perché gli insegnanti non volevano rogne dai genitori. Ad alcuni hanno dato medaglie di partecipazione, una medaglia per essere arrivato ultimo. La scienza su questo è chiara, è uno svalutamento della medaglia e dei riconoscimenti di chi lavora duro e fa sentire in imbarazzo chi arriva ultimo perché sanno che non se la sono meritata, quindi si sentono peggio. Prendi questo gruppo di persone, finiscono l’università, trovano un lavoro e sono gettati nel mondo reale, e in un istante scoprono che non sono speciali, che la mamma non gli può fare avere una promozione, che se arrivi ultimo non ti danno niente, e tra l’altro non ottieni qualcosa solo perché lo vuoi. E in un attimo l’idea che hanno di se stessi va in frantumi. Quindi abbiamo una generazione che cresce con livelli di autostima più bassi delle altre.

L’altro problema che si somma è che crescono in un mondo di Facebook e Instagram, dove siamo bravi a mettere filtri alle cose. Siamo bravi a mostrare alla gente che la vita è magnifica, anche se siamo depressi. Tutti fanno i duri e sembra che abbiano capito tutto, ma la realtà è che in pochi sono duri, e la maggior parte non ha capito nulla. E quindi quando persone con più esperienza chiedono: “cosa facciamo?”, loro rispondono con:”è così che devi fare!”. Non hanno idea di cosa stanno parlando, capito? Ed ora aggiungiamo la tecnologia. Sappiamo che grazie all’interazione coi social media e con i nostri cellulari viene rilasciata una sostanza chiamata dopamina. Ecco perchè quando ricevete un messaggio è una bella sensazione. È successo a tutti, ti senti un po’ giù, un po’ solo, e allora mandi dieci messaggi a dieci amici. Perché è una bella sensazione quando ti rispondono, no? È per questo contiamo i like e che torniamo dieci volte per vederli, e se il mio Instagram cresce poco mi chiedo: “Cosa è successo, ho fatto qualcosa di sbagliato? Non piaccio più?” Pensa che trauma per i ragazzini quando qualcuno gli toglie l’amicizia. Perché sappiamo che quando arriva c’è una botta di dopamina che ti fa stare bene. Continuiamo a tornarci perché ci fa stare bene. La dopamina è la stessa identica sostanza che ci fa stare bene quando fumiamo, quando beviamo e quando scommettiamo. In altre parole crea molta dipendenza. Abbiamo limiti di età per fumare, scommettere, e per l’alcol, ma niente limiti di età per i social media e cellulari. È come aprire lo scaffale dei liquori e dire ai nostri figli adolescenti: “Hei, se ti senti giù per questo tuo essere adolescente…” Ed è in pratica questo che succede. Un’intera generazione che ha acceso ad un intorpidimento che crea dipendenza da sostanze chimiche attraverso i cellulari durante un periodo di alto stress come l’adolescenza. Perché è importante? Quasi tutti gli alcolisti hanno scoperto l’alcol quando erano adolescenti. Quando si è molto giovani l’unica approvazione che serve è quella dei genitori, ma durante l’adolescenza c’è questa transizione e passiamo ad aver bisogno dell’approvazione dei nostri pari. Molto frustrante per i nostri genitori, molto importante per noi, perché ci permette di acculturarci fuori dal circolo famigliare e in un contesto più ampio. è un periodo molto stressante e ansioso e dovremmo imparare a fidarci dei nostri amici. Alcuni, per caso, scoprono l’alcol e gli effetti intorpidenti della dopamina, che li aiuta ad affrontare lo stress e l’ansia dell’adolescenza. Purtroppo questo crea un condizionamento nel loro cervello e per il resto della loro vita sono sottoposti a stress. Non si rivolgeranno ad una persona, ma alla bottiglia. Stress sociale, finanziario, di carriera, sono le principali ragioni per cui un alcolizzato beve. Ciò che sta succedendo è che lasciando accesso incontrollato a questi dispositivi che creano dopamina, il loro cervello rimane condizionato, ed invecchiando troppi ragazzi non sanno come creare relazioni profonde e significative. In parole loro, non mie, ammettono che molte delle loro amicizie sono superficiali. Ammettono che dei loro amici non si fidano, non fanno affidamento su di loro. Ci si divertono, ma sanno anche che i loro amici spariranno se arriva qualcosa di meglio. Non ci sono relazioni profonde perché non allenano le capacità necessarie, e ancora peggio, non hanno i meccanismi di difesa dallo stress. Quindi, quando nelle loro vite sono sottoposti a stress non si rivolgono a delle persone ma ad un dispositivo. Si rivolgono ai social media, a queste cose che offrono un sollievo temporaneo. Sappiamo che chi passa più tempo su Facebook soffre di livelli di depressione più alti di chi ci sta di meno. Queste cose vanno bilanciate. L’alcol non fa male, troppo alcol fa male. Scommettere è divertente, scommettere troppo è pericoloso. Non c’è niente di male nei social media e cellulari, è lo squilibrio. Se siete a cena con i vostri amici e state messaggiando con qualcuno che non c’è, è un problema, è una dipendenza. E come tutte le dipendenze distruggerà relazioni, ti ruberà tempo, soldi e ti peggiorerà la vita.

Adesso aggiungiamo un senso di impazienza. Sono cresciuti in un mondo di gratificazioni istantanee. Vuoi comprare qualcosa? Vai su Amazon e il giorno dopo arriva. Vuoi vedere un film? Ti logghi e guardi un film, non vai a vedere gli orari del film. Vuoi vedere una serie TV? Binge-watching. Non devi nemmeno aspettare per una settimana. So di gente che salta tutte le stagione per vedersele tutte insieme alla fine. Tutto ciò che vuoi lo puoi avere subito. Eccetto per le gratificazione sul lavoro, la stabilità di relazioni, per quelle non c’è un’app, sono processi lenti, oscuri, piacevoli ed incasinati. Ho sempre a che fare con questi ragazzi idealisti, volenterosi ed intelligenti che si sono appena laureati, sono al loro primo giorno di lavoro, vado da loro e chiedo come va, e loro: “Credo che mi licenzierò!” Ed io: “Ma perché?” E loro: “Non sto lasciando un segno.” Ed io: “ma sei qui da otto mesi.” È come se fossero ai piedi di una montagna con questo concetto astratto che chiamano “segno” che vogliono lasciare sul mondo, che è la cima, ma non vedono la montagna. Non mi importa se la scali lentamente o velocemente, ma c’è una montagna. Quello che questa generazione deve imparare è la pazienza, che le cose che sono davvero importanti come l’amore, o gratificazione sul lavoro, felicità, amore per la vita, sicurezza in se stessi, le capacità necessarie, per tutte queste cose ci vuole tempo. A volte si possono accelerarne dei pezzi, ma il percorso completo è arduo e lungo. E se non chiedi aiuto e impari quelle abilità cadrai da quella montagna, oppure, scenario peggiore, e lo stiamo già vedendo, ci sarà un aumento dei suicidi. In questa generazione c’è un aumento di morti accidentali per overdose di droghe e sempre più ragazzi lasciano la scuola o la abbandonano per depressione. Mai successo prima. è una cosa davvero grave. Nella migliore delle ipotesi avremo una popolazione intera che crescerà e vivrà la propria vita senza mai trovare la vera felicità. Non raggiungeranno mai una soddisfazione completa, nel lavoro o nella vita. vivranno la loro vita e andrà solo… bene. “come va il tuo lavoro?” “Bene, come ieri…”E questa è solo la migliore delle ipotesi, il che mi porta al quarto punto: l’ambiente.

Prendiamo questo incredibile gruppo di giovani e fantastici ragazzi che hanno avuto sfortuna, non ne hanno colpa, e li mettiamo in un ambiente aziendale a cui interessa più dei numeri che di questi ragazzi, interessano di più i vantaggi a breve termine rispetto alle vite di questi giovani esseri umani. Ci interessa di più l’anno rispetto ad una vita. Li mettiamo in ambienti aziendali che non li aiuta a migliorare la propria fiducia in sé, che non li aiuta ad imparare la capacità di cooperazione, che non li aiuta a superare le sfide di un mondo digitale e a trovare più equilibrio. Non li aiutiamo a superare il bisogno di gratificazione immediata e non insegniamo loro la gioia, l’impatto della soddisfazione che ottieni quando si lavora duro per qualcosa per un lungo periodo di tempo, e non in un mese e nemmeno in un anno. Li affidiamo a questi ambienti aziendali e la cosa peggiore è che pensano sia colpa loro. Credono di essere loro che non ce la fanno e questo peggiora tutto. Sono le aziende, l’ambiente aziendale, la totale mancanza di una leadership positiva nel mondo di oggi. È questo che li fa sentire così. Hanno avuto sfortuna, e odio dirlo ma è responsabilità delle aziende, mi dispiace ma è così. Vorrei che i genitori e la società avessero fatto di meglio, ma no. Li facciamo entrare in azienda e dobbiamo raccogliere noi i cocci.  Dobbiamo impegnarci di più per capire in che modo costruire la loro sicurezza, le abilità  sociali che gli mancano.

Sotto il video originale.

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