Siamo davvero tutti Uno?

Piccola riflessione su qualche parola e qualche strumento della spiritualità contemporanea

di Andrea Colamedici

Ho’oponopono è il nome di un’antica pratica hawaiana di riconciliazione e perdono, spesso erroneamente utilizzato nella cultura occidentale per indicare soltanto il mantra “Mi dispiace, perdonami, grazie, ti amo” portato alla ribalta da Joe Vitale (uno dei guru di The Secret) nel suo Zero Limits.

Secondo il dizionario Hawaiano, Ho’oponopono è “una pratica di pulizia mentale: si tratta di incontri familiari nei quali le relazioni vengono impostate correttamente attraverso la preghiera, la discussione, la confessione, il pentimento, la mutua restituzione e il perdono”. Il termine Ho’oponopono significa mettere le cose a posto. Queste idee di fondo dell’Ho’ponopono sono simili a quelle che sottostanno alla tecnica denominata dal filosofo tedesco Bert Hellinger Costellazioni Familiari. Più che entrare nel merito delle pratiche in questione – per le quali è comunque presente una vastissima e affascinante bibliografia  – è interessante portare l’attenzione sulle modalità di diffusione e ricezione di questi strumenti nel mondo occidentale.

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L’incontro mancato
La complessa (e al contempo semplice) filosofia dell’Ho’oponopono (per chi volesse approfondirla consiglio questo libro) non può prescindere da quella parte sostanziale della pratica Hawaiana che consiste nel far incontrare fisicamente le persone, nell’impedire costantemente che venga a mancare il senso di comunitàcollettività.

Da Nana I Ke Kumu (University of Hawai’i Press): «Il processo inizia con la preghiera. Una dichiarazione del problema viene fatta, e la trasgressione discussa. I membri della famiglia sono tenuti a affrontare i problemi e a cooperare, e non a “mantenere salda la colpa“. Uno o più periodi di silenzio possono essere utilizzati per riflettere sull’intreccio di emozioni e lesioni. Vengono riconosciuti i sentimenti di tutti, e poi si manifestano la confessione, il pentimento e il perdono. Tutti si rilasciano (kala) l’un l’altro, si lasciano andare. Tagliano il passato (oki), e insieme chiudono l’evento con una festa cerimoniale, chiamata pani».

Ma quella che si pratica in Occidente è una tecnica d’importazione, e l’importazione della tecnica è l’altra faccia dell’esportazione della democrazia: se, in un caso, l’occidentale ha l’arroganza di reputare il proprio sistema politico talmente valido da doverlo imporre a destra e a manca, nell’altro è così stupido da credere che basti prendere qualcosa qui e là da un metodo che funziona in un’altra cultura per risolvere i problemi della propria.

Ho’oponopono, ad esempio, è una tecnica sia individuale che collettiva ideata e sviluppata sulla base di un sistema socioeconomico completamente diverso dal nostro, formato da strutture familiari e politiche differenti, che pone al centro l’essere umano in quanto membro di una comunità ristretta e cooperante. Tutto l’opposto delle enormi e conflittuali sfere private della società occidentale. Il che non significa che non ci sia nulla da imparare da Ho’oponopono e similari o che questa tecnica non funzioni. Piuttosto, indica che è necessaria una certa attenzione per evitare che una via dai risvolti positivi si trasformi in uno strumento nefasto (e qui tralascio volontariamente, per motivi di spazio e chiarezza, il fatto che soprattutto la psiche dell’uomo Occidentale è diversa da quella dell’uomo Polinesiano o dell’uomo Giapponese).

Se fa bene va bene?
La tecnica hawaiana è stata adattata per l’uomo occidentale in funzione di una semplice regola: “se fa bene va bene”. È un’idea secondo la quale il Bene deriva dal benessere, e non il contrario. Tale impostazione viene utilizzata a proprio vantaggio dal pensiero “capitalistico”, particolarmente propenso a vedere soltanto l’immediato tornaconto e non lo sviluppo armonico del circostante. L’intento consiste, chiaramente, nell’eliminare qualsiasi segnale che mostri il baratro verso cui sta goffamente danzando.
Per questo tipo di uomo – noi! – far derivare il Bene dal benessere comporta il non prendere realmente in considerazione né gli altri né un principio collettivo, ma soltanto ciò che porta giovamento a se stessi. In altre parole, attraverso l’Ho’oponopono si giustifica il proprio banale solipsismo e la propria irresponsabilità, al grido di “Siamo tutti Uno” e di “Io creo la mia realtà”.
Siamo soliti utilizzare questi grandi concetti per giustificare le nostre piccole debolezze.

Io creo la mia realtà?
Si tratta di una frase ripetuta spesso dai grandi guru della spiritualità e delle “scienze di frontiera”, da Joe Dispenza

“Io creo la mia realtà: mi sveglio e creo coscientemente la mia giornata nel modo in cui voglio che accada”.

a Vadim Zeland. Anche qualora ci fossero delle basi concettuali ed esperienziali più profonde (e non è certo il caso di Joe Dispenza) solitamente il messaggio viene interpretato con: io sono l’unico artefice di ciò che mi accade e quindi gli altri, rispetto a me, sostanzialmente non hanno alcun valore. Solo io esisto, solo io creo, solo io posso. La pratica più diffusa nell’ambiente “evolutivo” consiste nel convincersi di essere qualcosa che non si diventerà mai perché si è perso troppo tempo a credere di esserlo già.

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La responsabilità
Questa dinamica ha una doppia valenza negativa: da una parte iper-responsabilizza il soggetto, spingendolo a credere che sia tutto opera della sua intenzione, che ogni malattia e danno siano causa sua e ogni gioia suo esclusivo merito. Dall’altra, il soggetto viene de-responsabilizzato, giacché gli viene fatto credere che sia già in grado di creare la realtà e che lo scopo più alto della sua esistenza sia quello di scegliere cosa vivere durante il giorno – e accingersi a viverlo. Il grande can-can della spiritualità occidentale contemporanea, dai primordi della New Age in poi, è l’enorme e disperato tentativo di far poggiare su basi trascendenti la nostra straziante sete di potere, basata sull’inarrestabile reazione al fatto che si muore.

“Io sono Dio, io creo la mia realtà, tutto è Uno, conosci te stesso” sono solo alcune delle frasi tipiche del lessico familiare di certi ambienti, nate come profonde illuminazioni e dolorose comprensioni e diventate oggi tristi giustificazioni.

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