Ronald Dworkin – L’efficenza ha sostituito l’uguaglianza

Intervista a Ronald Dworkin di Roberto Festa pubblicata su Repubblica il 7 gennaio 2004.

 

Ronald Dworkin, l´uguaglianza è ancora un principio attivo, fondante le nostre società?
Sia in politica sia nel mondo delle idee c’è un generale abbandono dell’idea di uguaglianza. Non è più nei programmi dei partiti per cui è stata importante. I democratici americani e i laburisti inglesi non ne parlano quasi più. E anche i filosofi della politica che si considerano liberal hanno rinunciato all’eguaglianza abbracciando una nuova idea: l’efficienza. Non c’è più la volontà, anche a sinistra, di battersi per un’equa distribuzione delle risorse. Si preferisce insistere sulla necessità di combattere le forme più terribili di povertà, le distorsioni più evidenti, in modo che nessuno debba vivere nel bisogno totale. Ma l´idea di uguaglianza è svanita.

Cambia anche il vocabolario politico e intellettuale? Invece di uguaglianza usiamo parole come solidarietà e opportunità?
Sì, ma anche il termine opportunità, da solo, non basta. Dobbiamo dire uguale opportunità. Se non è preceduta da uguale, l’opportunità non ha senso. In generale, comunque, l´idea di uguaglianza nei risultati, tipica del passato, è stata rimpiazzata dall’idea di uguaglianza nelle opportunità.

Gran parte del suo lavoro di filosofo è centrato su un tema: come l’egualitarismo può modellare il carattere delle nostre istituzioni politiche, giuridiche, di mercato. Nel suo libro Virtù sovrana, lei ha raccolto i saggi dedicati nel corso di vent’anni all’argomento. Qual è la sua visione oggi?
Diciamo che ammetto certi tipi di ineguaglianza, che sono sostanzialmente riconducibili alla fortuna e alle scelte personali. Questo tipo di ineguaglianze non sono eliminabili. Nella vita lasciamo delle tracce, che decidono del nostro stato. Non sono invece accettabili le ineguaglianze che derivano, che so, dal fatto di nascere con un handicap, o dalla possibilità o meno di frequentare le scuole più prestigiose. Detto questo, bisogna a mio parere fare un passo indietro, partire a livello astratto da una certa idea di uguaglianza. Uguaglianza non significa avere tutti le stesse cose. L’uguaglianza è l’uguale interesse che un governo deve provare per ogni cittadino da cui pretende il rispetto delle leggi. Nessun governo è legittimo se non mostra uguale preoccupazione per la sorte di ognuno dei suoi cittadini.

Per dimostrare il suo interesse verso ogni cittadino, il governo deve porre anche dei limiti all’iniziativa personale?
Un governo legittimo deve trattare tutti i cittadini come eguali, con uguale rispetto. Ma la distribuzione economica di una società è sempre la conseguenza del suo sistema di leggi. Ecco perché il requisito dell’uguaglianza impone al governo di porre una serie di costrizioni alla distribuzione della ricchezza nazionale.

Ma in questo modo non si crea un’opposizione tra uguaglianza e libertà?
No, perché vengono riconosciuti due principi: primo, che è importante che ogni individuo persegua il proprio successo; secondo, che ogni individuo ha una speciale responsabilità per il successo della propria vita.

Lei dice: la distribuzione delle risorse è sempre il risultato del sistema delle leggi. È per questo che negli ultimi anni si è sempre più dedicato alle questioni legali? L´affermative action, il ruolo delle corti, i diritti individuali?
Sì, è così. Non si tratta di pensare a leggi che regolino il nostro comportamento, ma di stabilire regole che rispettino la pari dignità di ogni individuo. La questione-chiave oggi è questa: se ogni individuo suscita uguale interesse, se il destino di ogni persona è ugualmente importante.

Lei insegna negli Stati Uniti e in Europa. L’idea di uguaglianza è diversa sulle due sponde dell’Atlantico?
In America si è portati a sostenere che ognuno deve essere uguale quanto ai diritti politici, alle opportunità, e che quindi non ci debbano essere discriminazioni contro i neri, le donne, i gay. In Europa si insiste di più sulle condizioni economiche. La concezione americana è più centrata sui diritti civili, quella europea sulla proprietà. Questo dimostra una cosa: che non soltanto siamo in disaccordo sul grado di uguaglianza da stabilire, ma che non ci intendiamo nemmeno sui modi dell’uguaglianza. Nel mondo occidentale siamo ormai tutti d’accordo che non ci debbano essere privilegi per nascita, titolo, eredità. Ognuno è uguale in quanto cittadino. Ma si tratta di una concezione comunque astratta. La vera questione è quella filosofica: se lo stato deve mostrare uguale interesse per ogni cittadino, allora quale uguaglianza va stabilita?

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