Remo Bodei – La nuova filosofia italiana

Intervista di Francesco Rigatelli a Remo Bodei pubblicata su La Stamoa il 10 agosto 2016.

Professore, nonostante la globalizzazione riusciamo a distinguerci? 

«Le università delle due coste americane sono molto sensibili agli europei, da Habermas a Derrida. E vengono studiati i nostri Agamben, Esposito, Severino, Vattimo e questo dà l’impressione di una teoria italiana».

Ma c’è davvero? 

«C’è una maggiore presenza, che non vorrei diventasse uno slogan di comodo per i meno colti come il Pensiero debole».

Allora che cos’è? 

«La filosofia italiana si è nutrita per anni di pensieri estranei. Dopo la disputa tra crociani e gentiliani i nostri filosofi sono stati concessionari di marchi stranieri: Husserl, Marx, Schmitt. In Italia si è tradotto molto dall’estero, un segno di provincialismo ma pure di curiosità. Così non si è pensato autonomamente oltre a mancarci una filosofia dell’interiorità alla Pascal, forse per la presenza della Chiesa, e alla pochezza di pensiero scientifico per via dell’Umanesimo. Ora riprendiamo fiducia e ricominciamo a proporci».

Ci avvantaggia la crisi della filosofia analitica? 

«Certamente. Gadamer diceva che era il panno per pulire gli occhiali, nel senso che faceva vedere più chiaro, ma non collegava i fenomeni. Molti analitici europei sono scomparsi. Anche negli Stati Uniti quell’impostazione svanisce e si riscoprono classici ignorati, come l’idealismo di Hegel e lo spiritualismo di Leibniz e Meister Eckhart. Tradizioni rifiutate finora perché cadevano nella condanna della metafisica».

Che filosofi sono gli italiani? 

«Della ragione impura, nel senso che da Dante in poi abbiamo una vocazione civile. I nostri filosofi parlano a un pubblico più ampio di studiosi e studenti e se c’è uno stato unitario è dovuto più a ragioni culturali che politiche. La nostra filosofia non è legata allo stato, alla religione, è pre-politica e paradossalmente condiziona di più per questo».

Esiste dunque una teoria italiana? 

«Se non parliamo di un marchio, ma di un carattere simile sì. Non si può dire che i filosofi italiani abbiano le stesse idee, ma una simile propositività».

Chi sono i fautori di questa presa di coraggio? 

«Da una parte Vattimo, che appoggiandosi a Heidegger, è stato uno dei primi a pensare in proprio. E dall’altro Severino, la cui riflessione è indubbiamente originale. La loro propositività li rende riconoscibili come la loro diversità. Che l’Italia offra un ventaglio di idee è un’altra ricchezza infatti. Penso alla visione del futuro di Esposito, al pensiero tragico di Givone, ad Agamben, molto conosciuto negli Stati Uniti e capace di discorsi extraparrocchiali. Da un lato ci si è scrollati di dosso la vecchia forza analizzante dei pensatori esterni e dall’altra si è cercata una strada comune per far fronte a problemi inediti come la bioetica».

 

 

Intravede la strada comune? 

«Stare all’avanguardia sul fronte dei problemi. Invece di essere il riflesso italico di quello che si dice fuori, per la prima volta da tempo pensiamo in grande. Nessun nuovo Rinascimento, ma una filosofia positiva e propositiva».

Quali sono le questioni maggiori da affrontare? 

«Le biotecnologie: si va verso uomini artificiali, trapiantati, più longevi e dai sensi aumentati, ma che generano conflitti, creano famiglie nuove, usano la genetica. L’altro grande tema è l’incontro tra culture separate da millenni, che talvolta è uno scontro. Davanti a questo bisogna avere un doppio coraggio: da un lato abbandonare l’universalismo, cioè che i nostri valori siano assoluti, e dall’altro creare un razionalismo aperto, che non rinunci a diritti, uguaglianza, rispetto, ma sia al tempo stesso consapevole che il pensiero contemporaneo è un arcipelago da esplorare e che dalle trasformazioni in atto verrà fuori una nuova umanità».

Pensa all’immigrazione? 

«Anche. Non dobbiamo promuovere né l’assimilazione né il cambiamento degli altri, ma un’integrazione reciproca e tranquilla. La globalizzazione è come la rottura di una placenta. Le civiltà sono destinate a fondersi. E le filosofie devono trovare una dimensione globale. Quella italiana può avere un ruolo: proprio per la sua arretratezza e legame con la tradizione aderisce agli stili di vita, è più umana. Il modello Lampedusa vale anche in filosofia. Siamo un crocevia del Mediterraneo e siamo abituati alle novità. Non siamo come il “melting pot” americano dove le fusioni in realtà non sono avvenute e si nota dai problemi razziali».

Con gli occhi della filosofia, come ci si può porre davanti alle tante incertezze contemporanee? 

«Bisogna prendere coscienza che viviamo in una morale provvisoria permanente. A lungo si è provata sicurezza grazie a Dio, alla tradizione, alla classe sociale, alla lotta, a una ragione universale. Questi ancoraggi non esistono più. La filosofia deve dire che non abbiamo probabilmente bisogno di una morale assoluta. Dobbiamo dare valore alle conquiste fragili che facciamo. Che non vengono dal Cristianesimo o dal giusnaturalismo, ma dalla presa di responsabilità di ognuno. D’altra parte vivere isolatamente in forma di depressione non aiuta. Meglio imprendere, coalizzarsi, volersi bene. L’alternativa è di finire come quei tre milioni di giovani italiani che non studiano né lavorano».

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