Quando Tom Robbins rischiò di diventare Tony Robbins

Tratto da Tibetan Peach Pie. Cronache di una vita immaginifica di Tom Robbins

Traduzione di Michele Trionfera

 

L’amore romantico è ambulante di natura, e per durare deve essere ancorato a uno strato più stabile del desiderio sessuale. La disgregazione matrimoniale è accelerata quando solo una parte o nessuna delle due, è salda e in crescita, o cresce in direzioni differenti o con tassi diversi. Mentre io diventai sempre più interessato alle questioni culturali, della mente e dello spirito, la mia sposa adolescente si cristallizzò su posizioni materialistiche. Peggy fu davvero molto indifferente quando vinsi un concorso di narrativa dell’aeronautica; io deridevo a bassa voce le sue riviste di moda, la sua fascinazione per il potenziale finanziario degli immobili della Florida (ero stato collocato in una base poco fuori Orlando per rilevare potenziali uragani). Le sporadiche lettere che mi inviava in Corea erano affettuose quanto una notifica di pignoramento. Scritte in tono brusco e con uno strumento contundente. Intinto in sangue di zombie.

Tornando a casa su una nave da trasporto truppe diretta a Seattle, ero riuscito a ottenere un lavoretto come redattore del quotidiano di bordo (un piccolo giornalaccio ciclostilato che veniva distribuito ogni giorno), riuscendo così a evitare sia i turni in mensa che la reclusione notturna giù nel labirinto di topi infestato di scoregge dove la truppa era accatastata come legname: io invece condividevo una cabina confortevole con tre medici. Con lo pseudonimo di “Figmo Fosdick” scrissi anche una rubrica satirica intitolata Shipboard Confidential che, nonostante il successo riscontrato tra i soldati, mi mise di frequente in contrasto con il direttore, un cappellano cattolico con la fisionomia purpurea e la vena petulante di un censore eccessivamente zelante. Non vorrei insinuare che il buon prete abbia mai toccato un chierichetto, ma di certo ha molestato la mia prosa.

Ad ogni modo, durante la traversata ebbi poco tempo per meditare, così quando dopo due settimane attraccammo a Seattle, decisi di prendere un autobus della Greyhound per la Virginia, risparmiando così il costo del biglietto aereo e concedendomi quattro giorni di viaggio on the road per riflettere sulla mia situazione. Prima di essere dislocato in Asia, Peggy era stata l’unica donna con la quale avevo avuto rapporti sessuali. Ora mi ero rotolato sul futon con cinque ragazze coreane – Kim, Kim, Kim, Kim, e Sally – e un’incantevole giapponese di nome Reiko. Avevo “sparso il mio seme”, per usare questa vecchia frase agreste, e stavo pensando di essere ormai pronto per “sistemarmi”, per dirla con un’altra espressione da nonno, con Peggy e nostro figlio Rip (nato appena prima che mi imbarcassi per la Corea) e “farmi una vita” (piovono cliché). Inoltre, quando arrivai finalmente a Richmond, mi bastò uno sguardo per innamorarmi di nuovo di Peggy. Ahimè, i sentimenti non erano affatto reciproci.

La freddezza con la quale fui accolto avrebbe motivato l’eschimese più robusto a stringersi forte ai cani da slitta. Sembrava che Peggy avesse sparso qualche cereale selvatico per conto suo, e infatti era incinta di un altro uomo. Meritato o meno, il rifiuto attraversò il mio cuore come un’apriscatole arrugginito, ferendomi così in profondità che per anni continuò a sbucare fuori nei miei sogni come un fante canzonatorio.

Vedete, in quel momento critico della mia vita non mi ero evoluto abbastanza per comprendere la natura fluida dell’amore romantico (la sua indifferenza verso l’uomo che desidera ardentemente certezza e stabilità); il suo essere selvaggio e non addomesticato (più simile a un ululato alla luna che a una dolce melodia) o, forse ancora più importante, che amare qualcuno, amarlo veramente, è un privilegio; e se è paradisiaco che lui o lei ricambi il nostro amore, è invece ingiusto pretendere o aspettarci che la cosa sia reciproca. Dovremmo considerarci fortunati, onorati e felici di possedere la capacità di provare una tenerezza così grande, ed essere grati anche quando l’amore non è ricambiato. L’amore è l’unico gioco in cui vinciamo anche quando perdiamo.

Hmmm. Quest’ultima frase mi ricorda dei miei calcoli alla cistifellea.

Nel 2006, un’ecografia rivelò tante di quelle pietruzze nella mia cistifellea da poter pavimentare un vialetto zen. Qualche settimana dopo, i dottori rimossero l’organo pietroso. L’operazione andò bene, ma fui trattenuto in ospedale per la notte. E venni anche imbottito di roba forte. Non conosco l’identità di quel farmaco stupefacente, ma la sua presenza nelle vene spinse il mio acceleratore mentale, e rimasi allegramente sveglio tutta la notte a scrivere un intero libro di self-help nella mia testa.

Non sto né scherzando né esagerando. Ora dopo ora, paragrafo dopo paragrafo, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, composi un intero libro di self-help. Verso l’alba riuscii finalmente ad addormentarmi, e quando diverse ore dopo vennero a risvegliarmi l’unica parte del libro che riuscivo a ricordare era il titolo: Come perdere ogni mano e uscirne comunque vincitori. Proprio così:  Come perdere ogni mano e uscirne comunque vincitori. Se solo fossi riuscito a farmi tornare in mente l’intero testo, non c’è alcun dubbio che il libro avrebbe venduto venti milioni di copie e mi avrebbe garantito un posto accanto al mega-motivatore Tony Robbins. Forse è proprio per questo che l’ho dimenticato.

Tratto da Tibetan Peach Pie. Cronache di una vita immaginifica, di Tom Robbins, in uscita a settembre per Edizioni Tlon. Disponibile in preordine scrivendo a info@tlon.it

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