Pupone Aeternus – Totti, il Pubblico e Maledetto Tempo

La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo: intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Umberto Saba, Goal

Il grande motivo archetipico legato all’addio di Francesco Totti al calcio giocato è quello del Puer Aeternus, l’eterno fanciullo. È un po’ come se Peter Pan fosse stato costretto a lasciare la guida dei bimbi sperduti per eccessiva maturità e abbia dovuto abbandonare l’Isola che non c’è, nonostante la protesta disperata di sirene, pirati e indiani. Totti ha sempre rappresentato tutti i caratteri tipici del Puer: dal soprannome, Pupone, alla genialità giocosa e leggera che ha incarnato dentro e fuori dal campo; tra un cucchiaio, una battuta e qualche sbandata subito perdonata da alcuni e da altri mai dimenticata. Ieri, però, allo stadio Olimpico è accaduto qualcosa di ben più importante che una semplice “festa d’addio”.

L’evento di domenica 28 maggio 2017 è stato un enorme rituale collettivo durante il quale il Pupone Aeternus ha condiviso la propria fanciullesca disperazione del non avere alcuna voglia di smettere di “giocare” ma di doverlo fare. Ha così messo in scena il dramma del nostro tempo – un tempo di eterni fanciulli – mostrando l’inconsolabile dolore di chi non riesce ad accettare l’idea di dover crescere. I tifosi della Roma non erano semplicemente commossi per quanto fatto da Totti in cinque lustri: erano profondamente ed empaticamente dispiaciuti per lui. È il “Maledetto Tempo” a essere il vero interlocutore della lettera che Totti ha letto al suo pubblico, dove ha scritto: «Maledetto tempo. (…) Oggi questo tempo è venuto a bussare sulla mia spalla dicendomi: “Dobbiamo crescere, da domani sarai grande, levati i pantaloncini e gli scarpini, perché tu da oggi sei un uomo e non potrai più sentire l’odore dell’erba così da vicino, il sole in faccia mentre corri verso la porta avversaria, l’adrenalina che ti consuma e la soddisfazione di esultare”». Non puoi giocare per sempre. Con quello strano coraggio che ha chi ammette in pubblico di avere paura, Totti ha accettato la costrizione imposta dal Maledetto Tempo e ha cominciato a immaginarsi dolorosamente al di fuori del gioco. E, con lui, milioni di tifosi hanno assistito attivamente a uno dei pochi eventi contemporanei realmente catartici, in grado cioè di purificare e commuovere (da cum movere, mettere in movivento) chi vi assiste. Scrivo attivamente perché nello stadio non c’erano uno sportivo che aveva deciso di smettere di giocare e un pubblico pronto a ringraziarlo per gli anni trascorsi insieme.

C’erano tre protagonisti: Il Maledetto Tempo, Francesco Totti e il pubblico. Il Maledetto Tempo è stato a guardare, soddisfatto del solito sfiorire delle vite. Nel frattempo Francesco Totti ha provato a compiere il primo passo fuori dal Puer: ha chiesto aiuto. «Questa volta sono io che ho bisogno di voi e del vostro calore, quello che mi avete sempre dimostrato. Con il vostro affetto riuscirò a voltare pagina e a buttarmi in una nuova avventura». Totti non sa dove sta andando. Non ha mai immaginato altro che proseguire di anno in anno la propria carriera contribuendo alla felicità dei suoi tifosi. L’idea che questo non accada più lo atterrisce, lo devasta: «Ho pianto tutti i giorni, come un matto». Ma cosa ci sia oltre – dove, cioè, porti quel rituale – è semplice da capire: «Ora scendo le scale, entro nello spogliatoio che mi ha accolto che ero un bambino e che lascio adesso, che sono un uomo». Non semplicemente un ruolo dirigenziale in giacca e cravatta o uno o due anni in qualche squadra esotica, ma un passo verso l’archetipo speculare, il Senex, dove la delicatezza del Puer potrà trovare un nuovo riparo contro l’incedere del Maledetto Tempo. Con cui anche il pubblico, il terzo protagonista di questo spettacolo romano, emozionato e sconvolto, dovrà imparare al più presto a fare i conti, facendosi intrattenere meno e mettendosi in gioco di più.

di Andrea Colamedici

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