Puoi rispettare questa cosa delle donne? Sull’uomo che voleva la testa del corteo

 

 

di Andrea Colamedici

Quando ho visto quasi in diretta il video in cui un ragazzo viene allontanato dalla testa del corteo contro la violenza sulle donne, ho immediatamente parteggiato per lui. Era una persona a cui veniva impedito di esprimere il proprio appoggio a una causa comune, e quelle donne che lo allontanavano dalle prime file mi sembravano delle violente fondamentaliste, felici di autoghettizzarsi salvo poi prendersela con chi le lasciava sole. Eppure.

Qualcosa mi lasciava insoddisfatto: non avevo la sensazione di aver capito quali fossero le motivazioni che spingevano quelle donne a chiedergli di starsene qualche metro più in fondo, lasciandole sole davanti. Ma neanche riascoltando le spiegazioni offerte nel video e la ricapitolazione fatta dal contestatore riuscivo a capire. Non mi toglievo dalla testa il fatto che nessuno aveva il diritto di allontanare un altro essere umano semplicemente perché era un uomo. Le richieste delle donne accerchianti culminavano nell’irruzione di una ragazza che, puntando un megafono addosso all’invasore, gli diceva: “Per favore puoi andare in fondo al corteo? Puoi rispettare questa cosa delle donne?”. Al questa cosa delle donne stavo per mettermi il cappotto e scendere a sostenere quel poveretto. Però, vuoi per quei seicento chilometri che separano casa mia a Milano dal corteo a Roma, vuoi perché qualcosa in me cominciava a farsi spazio, mi sono fermato un istante in più a pensare.

Cosa intendesse fare quel ragazzo e come stavano rispondendo quelle donne erano questioni giuste, ma secondarie. La domanda centrale era, piuttosto: cosa c’era dietro quel corteo? Per cosa si stava marciando?
Contro la violenza sulle donne. Bene: è quindi sensato che un uomo non violento marci dove vuole, visto che lui non ha colpe e sta scegliendo di sostenere una causa di cui riconosce il valore. È giusto che scelga lui dove posizionarsi, e che non debba stare a sentire quello che le sue compagne di marcia gli chiedono. Se indietreggiasse, starebbe ammettendo di essere nel torto. E lui non è nel torto: lui rispetta le donne ed è lì per quello.

 

“Bene signori. Il prossimo punto è:
“Dovremmo dare alle donne l’uguaglianza?”

 

E invece. E invece indietreggiando, ascoltando le richieste di chi lo circondava, avrebbe ribadito molto più profondamente il senso della protesta. Avrebbe dimostrato di aver compreso quanto sia profondo e terribile quel dolore per il quale era sceso anche lui a manifestare. Quanto sia radicato nel tempo e nella mente. Si sarebbe messo davvero nei panni delle vittime di una serie millenaria di soprusi e prevaricazioni. Avrebbe avuto la sensibilità di farsi da parte, riconoscendo tutta la legittimità della rabbia femminile, capendo perfino il rancore e il risentimento che quelle donne provavano verso di lui. Non perché lui fosse inferiore, non perché fosse colpevole. Semplicemente, perché non è passato ancora abbastanza tempo da quando abbiamo cominciato a raccontare quel dolore collettivo. Perché è appena stato avviato un delicatissimo processo di elaborazione comune che richiede da parte di tutti pazienza, rispetto e memoria.

D’altra parte, perché voler stare in testa a un corteo? Credere che stando in testa si supporti meglio una causa è il modo peggiore per contrastare quella mentalità per cui si sta marciando: è piuttosto nell’immergersi tra la folla, nel non voler svettare, nel non considerare il corpo (di un corteo, ma non solo) meno importante e rappresentativo della testa. «Non mi faccio mandare dietro alla lavagna a fare penitenza solo perché me l’hanno detto loro», ha scritto il ragazzo (che è comunque rimasto tutto il tempo davanti, per la cronaca), testimoniando quanto vivesse come uno svilimento il non potersi mettere a capo. Ma, di nuovo, quel ragazzo non è colpevole. È solo poco consapevole del problema di cui intravede solo la cima, di questa cosa delle donne a cui si riferiva istintivamente la ragazza con il megafono. E quelle donne non erano con lui sessiste al contrario: non stavano discriminando un uomo. Stavano solo chiedendo tempo e rispetto, ognuna con il proprio livello di elaborazione e comprensione. Non è richiesto essere femministi per accorgersene: basta essere, semplicemente e finalmente, altruisti. Perché, come scriveva Levinas, «Il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto».

One reply on “Puoi rispettare questa cosa delle donne? Sull’uomo che voleva la testa del corteo

  • Valeria

    Ciao Andrea, innanzitutto complimenti. Bell’articolo, vi seguo spesso con Maura 🙂
    Volevo dire la mia a questo proposito: ho fatto anche io tante manifestazioni a Roma contro la violenza sulle donne e in quanto donna, maltrattata e tutto il resto… beh, anche io avrei voluto essere in testa al corteo. Ora, la questione del ragazzo è esemplificativa, certo,la disuguaglianza, chi dietro, chi davanti. Ma PER LA PRIMA VOLTA in 3 milioni di anni , la donna PUò Dire quello che pensa e FINALMENTE fatecelo dire in prima persona… E’ forse una questione stupida, ma anche io la vedo così… = avere massima visibilità… che poi il ragazzo è rimasto avanti va bene uguale…. E’ solo che mo la torta ce la vogliamo mangiare tutta…

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