Il Nostromo dell’Aquarius. Perché voler avere sempre ragione è da stupidi

di Andrea Colamedici

 

Qualche giorno fa è stato pubblicato un video dal titolo “Marinaio licenziato racconta la verità sull’Aquarius”. A oggi, in tre giorni, il video ha realizzato quasi quattro milioni di visualizzazioni e centoquarantamila condivisioni, nella stragrande maggioranza di utenti indignati che appoggiano il povero nostromo. Nel video un uomo spiega di essere Giovanni Di Tori, “fino a ieri parte dell’equipaggio dell’Aquarius”.
Afferma di essere stato licenziato perché voleva “raccontare la verità agli italiani”: che sulla nave “la gente è felice”, all’interno c’è una sala per attività ricreative come videogame, giochi d’azzardo, e molti di loro passano la sera alle roulette e alle slot machine. Tutti sono al bar e a fare festa fino alle quattro di mattina. “Nessuno vi dirà tutto questo”, specifica Di Tori, ricalcando una delle frasi cardine della più classica “controinformazione”.

Sulla nave, prosegue Di Tori, i passeggeri “ridono delle bufale” divulgate in Italia circa le difficoltà vissute a bordo dell’Aquarius. Il video in questione si conclude con un avvertimento: “non abboccate, non credete alle fake news”, creando così un corto circuito nella testa di chi osserva il video non ancora del tutto convinto dalle parole dell’ex nostromo: “ecco, se dice così significa che questa non è una fake news”, concluderà lo spettatore medio.

L’autore del video è Gian Marco Saolini, un attore che già in passato ha ideato finti personaggi diffusi sul web che mettono in luce quanto sia facile diffondere una bufala e, soprattutto, quanto poco gli italiani siano in grado di discriminare un contenuto vero da uno falso. E quindi quanto sia dannoso, e non utile, diffondere contenuti simili.

Il video di Saolini mette in luce il fatto che, quando un contributo conferma la propria visione, non ci si fa troppe domande sulla veridicità di quanto si sta ascoltando: le conferme alle parole del Nostromo, infatti, provengono da tutto il resto della propaganda prodotta sull’argomento: “dev’essere vero, in fondo tutti dicono che sia proprio così”, si ripete l’utente-megafono, pronto ad amplificare l’indignazione.
Tutto questo è un ottimo esempio per spiegare cos’è il Bias di Conferma, ossia quell’errore cognitivo per il quale si cercano e interpretano le prove in modo che siano esclusivamente favorevoli a credenze preesistenti, alle proprie aspettative, speranze e ipotesi.

Tutti noi tendiamo a cercare prove ed evidenze a sostegno delle nostre convinzioni e a scartare tutto quello che è contrario a ciò che crediamo “giusto” e “vero”. La misura in cui lo facciamo è dettata dalla nostra ignoranza: più siamo ignoranti e più ci identifichiamo con le nostre posizioni, divenendone dipendenti. Di conseguenza più ne siamo dipendenti, più siamo disposti a tutto per difenderle, meno siamo capaci di accogliere lucidamente confutazioni e tesi contrarie.

Invece, più siamo consapevoli che a contare non è la difesa di questa o quella posizione, ma l’ampliamento della visuale, più saremo aperti ad altri punti di vista.
Vogliamo conferme a tutti i costi perché ci preme difendere la nostra identità personale e la nostra descrizione della realtà, così da salvaguardare il nostro senso di appartenenza. Dobbiamo costantemente affermare la nostra visione del mondo, senza la quale non sapremmo più dire chi siamo. Perché, senza educazione, diventiamo soltanto quel che di noi appare agli altri.

A causa del bias di conferma si diffondono facilmente la propaganda, i contenuti parziali, manipolati e polarizzati, il cui fine è soltanto quello di creare una massa indignata e conformista, incapace di rendersi conto della propria condizione di vera e propria menomazione psicologica. È grazie a chi cavalca il bias che è impossibile qualunque forma di approfondimento e di comprensione della differenza tra un esperto e un disinformatore: è, paradossalmente, grazie al complottismo diffuso che si possono manipolare milioni di utenti. Gran parte della disinformazione contemporanea è soltanto uno strumento di consolazione.



Un video come quello di Saolini ha il merito – forse involontario – di mettere in luce il problema dell’analfabetismo funzionale degli italiani, e per questa ragione ha fatto sorridere qualcuno e ha fatto disperare qualcun altro. Un operazione di “trolling” come questa, infatti, è innocua o pericolosa? Quel che è certo è che ha rinfocolato il sentire di milioni di italiani, gli ha offerto delle “prove” – nonostante sia tutto inventato e non ci sia niente nel video che dimostri che il protagonista è davvero chi dice di essere – li ha cristallizzati ancora di più nella propria posizione. Per centinaia di migliaia di italiani il video del nostromo è e sarà davvero e per sempre il video del nostromo.

Non c’è eventuale smentita che regga: emotivamente, l’effetto di quelle immagini è irrecuperabile. Anche dal punto di vista pratico, una smentita non raggiungerebbe che una minuscola porzione dei cittadini coinvolti, e comunque non li porterebbe minimamente a ripensare alla propria leggerezza: “stavolta è falso, ma in fondo è vero”, continueranno a pensare.

E a sentirsi molto più intelligenti degli altri.

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