Perché non è “cyberbullismo” ma “cyberassassinio”

di Andrea Colamedici

O del perché noi non siamo persone gentili

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Katia, direttrice di banca e autrice di una clip per un concorso privato che è finito in rete, diventando immediatamente virale e scatenando il dileggio di milioni di italiani. Condivisioni del video, parodie, meme, hashtag dedicati: la macchina del fango è oggi più potente che mai e ha un’inaudita capacità di distruggere la vita di chi le capita a tiro. Come ha sottolineato Selvaggia Lucarelli, una delle prime a provare a fermare il meccanismo sputafango che ha coinvolto anche personaggi pubblici e grandi aziende, velocissime nel capitalizzare per sé una figuraccia altrui: «Quello che è accaduto poi è bullismo di massa? Per me sì. Sia chiaro. Non c’è una consapevolezza piena di questo, altrimenti sarebbero tutti dei mostri, ma sarebbe ora di averla, questa consapevolezza». Katia, Tiziana Cantone e le innumerevoli vittime delle shitstorm non sono stati riconosciuti in quanto umani, bensì ridotti a parodia, a macchietta, a oggetti. È Ronson, l’autore de I giustizieri della rete, a chiarire il punto: «Credo che non ci sia da sorprendersi se proviamo l’esigenza di disumanizzare le persone che feriamo, prima, durante o dopo averle colpite. In psicologia è un fenomeno noto come dissonanza cognitiva: si tratta del principio secondo cui è doloroso e stressante mantenere nello stesso momento due idee in contraddizione (come l’idea che siamo persone gentili e l’idea che abbiamo appena distrutto qualcuno)». Una via d’uscita dalla dissonanza cognitiva è la comprensione che noi non siamo persone gentili. Non sempre, e non a prescindere. Molti di noi sono gentili per abitudine e in un istante possono diventare malevoli e violenti: lo spiega bene Platone nell’ultimo libro della Repubblica, quando sostiene che si può essere virtuosi solo per ethos e non per filosofia, e che con quella finta virtù si faranno le scelte peggiori. Ethos è il modo di vivere acquisito senza meriti e sforzi, per semplice regola di vita, convenzione dettata da altri. È quindi una falsa virtù la nostra, fondata su una società che si vanta di essere la più evoluta e che ci fa sentire gentili anche quando devastiamo in massa la vita di qualcuno. «In fondo, che male c’è? Ci stiamo solo divertendo. Poi smetto».

È per questo che, a mio avviso, è limitante (e persino pericoloso) usare in questi casi il termine bullismo o cyberbullismo. Non si tratta di un atto teppistico: associamo l’idea di bullo a un ragazzo violento, un prepotente il cui scopo è prevaricare gli indifesi. I commentatori, i parodisti, i creativi che cavalcano la performance di merda di qualcuno non sono semplicemente degli spacconi. Sono anche dei bulli, ma non solo. C’è un vero e proprio tratto di disumanità opportunistica che si sta diffondendo in maniera sempre più chiara, soppiantando una basilare empatia. Non ci si limita a godere nel ridicolizzare e sottomettere (in massa, e ben protetti da uno schermo), ma si sfrutta il vessato per avere visibilità, successo, notorietà nel proprio piccolo o grande gruppo, senza porsi per un istante il dubbio sulla ricaduta della presa in giro. C’è un termine inglese molto chiaro a riguardo, tradotto malamente in italiano con distruzione della personalità: è character assassination, assassinio del carattere. La resa italiana con “distruzione” non fa capire la gravità della pratica perché la deumanizza. Ogni assassinio è una distruzione, ma non ogni distruzione è un assassinio. Parlare di assassinio del carattere aiuterebbe a rendersi conto della gravità di certe azioni. Uccidiamo il carattere, la personalità di qualcuno nel momento in cui puntiamo (premeditatamente o sovrappensiero) su di lei o su di lui l’enorme dito della massa di cui facciamo parte. Non siamo bulli, ma assassini. E non solo perché sono tantissimi i casi di ragazze e ragazzi che hanno meditato e messo in atto il suicidio in seguito allo svergognamento subìto online. Un suicidio di cui siamo tutti responsabili. Lo siamo perché rendiamo invivibile l’esistenza di quei soggetti messi alla gogna pubblica. Noi li dimenticheremo il giorno dopo, ma loro continueranno a portarsi sulle spalle il peso insostenibile (e fino a pochi anni fa inimmaginabile) di una ferita inflitta da milioni di persone. Distruggiamo la credibilità e la reputazione di qualcuno, azzeriamo la voglia di vivere nel mondo a persone qualunque, colpevoli soltanto di essere ridicoli o di aver fallito davanti a tutti.

Quindi: la prossima volta che vedrai in strada un sedere fuoriuscire da pantaloni troppo stretti, o una ragazza vestita da cosplayer, o un qualsiasi individuo che compie un atto strano, stupido, umiliante, non puntargli addosso la camera del tuo iPhone. Non diffondere lo screenshot con nome e cognome di chi si è appena coperto di ridicolo con un messaggio. Non condividere pubblicamente un momento mortificante di qualcuno colto in fallo. Fa tutto molto ridere. I tuoi amici si divertiranno e tu sarai soddisfatto di ricevere il loro apprezzamento. O, peggio, se sei un influencer amplierai le tue cerchie e otterrai nuovi mi piace. Ma non farlo. Non solo perché commetteresti un reato. Non solo perché domani qualcuno potrebbe fare lo stesso con te.
Fallo per umanità.
Se ce l’hai ancora.

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