Perché la politica non è (ancora) roba da donne

di Maura Gancitano

Quando ho scritto l’articolo sulla Presidente della Camera tantissimi commentatori mi hanno risposto che non c’era alcun pregiudizio sessista nei suoi confronti, e che la prova stava nel fatto che Irene Pivetti e Nilde Iotti e tante altre politiche italiane non erano state odiate, al contrario di lei. È giusto domandarsi, in effetti, in che modo la politica italiana abbia visto e veda le donne, anche perché la risposta non è quella che questi commentatori si aspettano, ma l’esatto opposto. La politica italiana è sempre stata ed è ancora fortemente maschilista, e le politiche del nostro Paese hanno sempre ricevuto pesantissimi insulti dai propri colleghi, prima ancora che dagli elettori.

Lo spiega bene “Stai zitta e va in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo“, il documentatissimo saggio di Filippo Maria Battaglia che in poco più di cento pagine riassume espressioni, comportamenti e vicende di cui dovremmo vergognarci in quanto cittadini italiani. A uscirne malissimo è prima di tutto Palmiro Togliatti, sia nei riguardi di Nilde Iotti – che al contrario di quanto si pensa non fu trattata dignitosamente dai colleghi, se non dopo la morte del Migliore – sia per le vere ragioni che lo portarono a spingere per il diritto di voto alle donne.

Estendere il voto alle donne significava avere a disposizione una fetta di elettori più grande e, forse, più facile da manipolare. “L’obiettivo dei partiti, cattolici e comunisti in testa, era ottenere i voti rosa sottraendoli agli avversari”, scrive Battaglia. Per questa ragione Togliatti istituiva l’Unione Donne Italiane, e l’8 settembre del 1946 affermava “Avevamo e abbiamo fretta di conquistare le donne in Italia: questo è il vero e solo motivo”.

Nessuna delle forze politiche – nelle quali le figure chiave era tutte ricoperte da uomini – era mossa da un autentico senso di giustizia, le donne avevano comunque un ruolo marginale e le candidature femminili erano quasi sempre strumentali. La socialista Bianca Bianchi dichiarò “servivo ai fini della propaganda elettorale, ma in cuor loro speravano che non venissi eletta”, e anche quando le deputate venivano elette le si derideva, dicendo che avrebbero speso tutto lo stipendio in “abiti e coiffeur”.

 

Ogni volta che le donne entravano in Parlamento o anche solo nelle sezioni di partito provocavano imbarazzo e fastidio. Sandro Pertini non voleva vedere donne in pantaloni nei corridoi di Montecitorio, e Amintore Fanfani si preoccupò di istituire un rigido regolamento per stabilire l’abbigliamento di senatrici, funzionarie e impiegate. Alla base c’era – e c’è – la difficoltà di vedere una donna come un essere umano. Prima che come un corpo, è vista come un oggetto sessuale.

Il corpo delle donne in politica è stato svilito o esaltato a seconda della convenienza, sia che fosse particolarmente piacente o poco attraente. Su questo punto gli insulti – ritrovati da Battaglia negli Atti parlamentari della Camera e del Senato – sono innumerevoli e vengono da ogni forza politica, spesso da esponenti che l’opinione pubblica considera sobri e ragionevoli. Del resto, il corpo delle donne nella storia recente è stato usato come arma elettorale, dal momento che “nelle intenzioni dei partiti, l’aspetto fisico diventa una ragione per non votare una candidata o per squalificarne il ruolo. Accade nei manifesti: sia Pci che Dc ritraggono le militanti avversarie come goffe e grasse, avvertendo l’elettrice che «anche la femminilità è affidata al voto»”.

Racconta Battaglia che “quando per la prima volta quattro donne varcano le soglie delle Frattocchie, la scuola di partito del Pci rigorosamente maschile, il dirigente comunista Edoardo D’Onofrio le accoglie tenendo un discorsetto tutto incentrato sulla buona condotta: «Vivrete – dice – per tre lunghi mesi sotto lo stesso tetto con trentasei uomini. Il vostro comportamento sarà decisivo per evitare che il collettivo sia turbato da storie di innamoramenti e gelosie». È significativo che ai compagni di corso non ripeta le stesse raccomandazioni: la presunzione di colpevolezza, lascia intuire D’Onofrio, resta tutta a carico loro, delle donne”.

Le donne in politica sono “zitelle petulanti”, “oranghi”, “troje”, “maestrine”; se hanno un gran numero di preferenze – come accadde a Laura Diaz nel 1946, eletta alla Costituente a soli ventotto anni – ci si domanda se accada per le loro capacità politiche o per l’avvenenza, e chi supera tutti i pregiudizi e inizia a lavorare in Aula è costretta a sentire i discorsi dei propri colleghi, secondo i quali le donne per natura devono occuparsi del focolare, che il tradimento compiuto dal marito è tollerabile, mentre quello compiuto dalla moglie è più grave, che il matrimonio riparatore – cioè l’istituto fascista secondo cui uno stupratore può sposare la propria vittima e riparare così al “danno provocato” – non è del tutto sbagliato, perché non si può escludere che dopo una violenza sessuale non possa nascere la libera scelta di sposarsi, come dirà Carlo Casini nel 1980. Nel 1980.

Esempi di questo tenore sono innumerevoli, ma vale la pena di tornare a Palmiro Togliatti e Nilde Iotti. Quando scoppiò lo scandalo Iotti venne definita «giovane e graziosa deputata», «procace», «ridente e popputa», con un «enorme deretano», mentre Togliatti era colui che «offre in dono all’amante il partito», «tre volte buono, oppure rimbambito», e anche il partito parlò di «crisi personale del segretario», che era la sospetta vittima della «malizia» della parlamentare. L’ala di destra del partito affermò di poter tollerare la relazione solo se Iotti avesse accettato di abbandonare la vita politica, e in effetti nel 1956 il suo nome venne cancellato dalla lista per il Comitato Centrale del PCI, ma non per scelta sua, bensì per decisione arbitraria dei delegati.

Ogni volta che Nilde Iotti pronunciava un discorso in Aula si bisbigliava che lo avesse scritto Togliatti, e quando passava in Transatlantico i compagni non la salutavano e cambiavano strada.

Un trattamento peggiore venne riservato alla moglie di Togliatti, Rita Montagnana, la cui attività nel partito si interruppe dopo la scoperta della relazione extraconiugale. Anche in questo caso, non per sua volontà. Si diceva, infatti, che avesse abbandonato ogni incarico politico «volontariamente», ma in realtà alle elezioni del 1953 venne proposta dal partito nella circoscrizione di Biella, ben sapendo che in quella zona non aveva alcuna possibilità di essere eletta, e Felicita Ferrero testimoniò che dall’incarico di responsabile femminile regionale a Torino venne invece «letteralmente cacciata da Celeste Negarville».

Ciononostante, proprio mentre la moglie veniva epurata senza alcuna vera ragione politica, Togliatti lanciava appelli in favore dell’emancipazione femminile, in cui diceva che era necessario «combattere la persistenza di pregiudizi reazionari» nei confronti delle donne. Ancora una volta, l’obiettivo era conquistare una fetta importante dell’elettorato, visto sempre più come una “categoria sociale” a cui fare promesse da disattendere il giorno dopo il voto. In politica “essere una donna è una professione, come essere idraulico”, ha scritto ironicamente Umberto Eco, dunque il “dipartimento mamme” è solo l’ultima di decine di trovate pubblicitarie che si pongono in una linea di pensiero continua, costante.

Perché tanti di questi comportamenti, atteggiamenti, appellativi esistono ancora oggi, perché lo sguardo con cui le donne vengono guardate quando si occupano di politica è rimasto immutato.

 

E io ho sempre la sensazione che tutte queste vicende siano solo la punta di un iceberg e che le donne che si occupano di politica in Italia debbano mandare giù ogni giorno tanti bocconi amari, che siano discriminate in base al genere di appartenenza, che subiscano insinuazioni e frecciate di cui non parlano a nessuno per imbarazzo, vergogna e per paura di essere escluse dal partito. Da qualunque partito, di qualunque colore. Il maschilismo è la vera coalizione di questo Paese.

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