Perché Jovanotti non fa canzoni belle (ma fa di meglio)

“Le canzoni non devono essere belle.
Devono essere stelle,
illuminare la notte, far ballare la gente.
Ognuno come gli pare, ognuno dove gli pare,
ognuno come si sente. Come fosse per sempre”.

 
In questi versi contenuti in Le Canzoni, quinta traccia dell’album Oh, vita!, Jovanotti ha condensato il motivo per cui viene odiato così tanto da certi palati musicali raffinati mentre, con la sua zeppola infantile, si lancia in inni all’amore e riflessioni scanzonate sui massimi sistemi. Sono una manciata di versi che sembrano un inno allo svacco ma che contengono invece molto di più. Andiamo per gradi.
A una corposa fetta di italiani dall’orecchio delicato Jovanotti dà fastidio perché:
1) non ha una Voce potente alla Cocciante o alla Massimo Ranieri, né profonda alla De Andrè o alla Tenco. E, dopo trentacinque anni di carriera musicale, è ancora stonato.
2) Non è maledetto, né oscuro, né complicato.
3) Ama il pubblico, lo vuole sedurre ogni volta per sentirne il calore e l’approvazione.
4) È perennemente innamorato. Va bene una canzone, due, tre, ma tre quarti di discografia dedicati a Lei non sono accettabili.
5) Non fa nulla per sembrare una “persona seria” a cinquant’anni, mostrando magari cultura e preparazione letteraria, filosofica e musicale.
6) Ride. Sempre.
7) E, da qualche mese, perché è stato prodotto da Rick Rubin senza esserne degno.
 
Posto che è un voracissimo lettore ed è molto più colto di quel che dà a vedere, Jovanotti dà fastidio principalmente perché è vivo e invita ad amare la vita. E questo è insopportabile per chi vuole continuare ad odiarla.
 
Durante quell’evoluzione musicale che l’ha portato da “Jovanotti for president” a “Oh, vita!” si è posto la Domanda: “A che scopo fare musica?”, e ha avuto il coraggio di rispondere con i versi citati sopra, che non escludono la bellezza ma che la mettono in secondo piano. Per prima cosa “le canzoni devono essere stelle”, cioè riferimenti celesti con cui orientarsi nella vita, che diano una mappa con cui muoversi e illuminino il cammino quando non si sa dove mettere i piedi.
Poi devono “far ballare la gente”, e cioè mettere in moto, far agire chi le ascolta, spingendo a celebrare la vita. Devono quindi invitare alla libertà (“ognuno come gli pare, ognuno dove gli pare, ognuno come si sente”), all’espressione della propria unicità, del proprio ritmo vitale, oltre le omologazioni.
E, solo alla fine, possono essere belle.
Molti, ossessionati dalla bellezza, perdono le stelle e la danza, che sono invece gli scopi più antichi della musica: celebrare cielo e terra.
Forse Jovanotti non è un bravo cantante, ma sicuramente è uno straordinario sciamano, ben più utile alle persone di quanto lo siano molti altri grandi cantautori.

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