Perché amiamo la sfortuna degli altri

di Andrea Colamedici

C’è una parola molto affascinante in tedesco, Schadenfreude, che indica il piacere per la sfortuna altrui. La schadenfreude è diversa dal sadismo: al sadico piace essere l’autore del dolore inflitto. Si assume la responsabilità del danno che l’altro subisce, sceglie di prendersene carico. Non spera soltanto che all’altro le cose vadano male ma è disposto anche ad agire di proposito affinché soffra. La shadenfreude, al contrario, non prevede una partecipazione attiva. È una pratica molto comune, specialmente in Italia: consiste nell’impiegare gran parte delle proprie energie a sperare che agli altri “vada male” e, nel caso, a goderne.

Grazie ai fallimenti altrui ci si sente sollevati dall’impegno di fare qualcosa di concreto nel mondo: è talmente grande il gusto di veder perdere qualcun altro da eliminare ogni bisogno di mettersi alla prova misurandosi con il mondo. La schadenfreude è molto meno impegnativa del sadismo ma altrettanto dannosa.

L’italiano ama le cadute altrui perché lo giustificano a restare nella sua mediocrità a basso rischio. Ama i programmi alla Paperissima perché, armato del miglior “ma tanto non si è fatto niente”, è felice nel vedere qualcuno che non riesce, che fallisce. Per mia figlia di sei anni è incomprensibile che si debba ridere di fronte a qualcuno che scivola e cade per terra: prova un senso di smarrimento nel vedere noi adulti sganasciarci cinicamente di fronte a gaffe, urti, fallimenti. Siamo sollevati all’idea che l’altro abbia fallito e, per evitare che si rialzi e ci riprovi (e che a noi venga voglia di provarci), gli gettiamo addosso la nostra violenza.
Ridere delle cadute altrui può essere un modo eccezionale per alleggerire una situazione imbarazzante se l’intento consiste nel riportare in forze chi ha appena fallito. Una comunità sana sa giocare sulle difficoltà vissute da un suo membro, perché ha come scopo il ridargli forza e fiducia così da permettergli di provarci ancora.
Il modo in cui noi ridiamo delle disgrazie altrui, al contrario, intende principalmente togliere forza e fiducia. Una comunità sana incoraggia a proseguire; la nostra comunità malata scoraggia dal riprovare. A essere incoraggiato o scoraggiato non è soltanto chi è caduto: è l’intera comunità a ricevere conforto o biasimo attraverso il singolo individuo.


Negli anni ’80 qualcuno, non si sa bene chi, ha sentito l’esigenza di inventare un termine che indicasse l’opposto della shadenfreude: ha così coniato il termine gluckschmerz per indicare la tristezza che si prova davanti ai fallimenti altrui.
Ma il vero contrario della shadenfreude è la gioia incondizionata per i successi degli altri, e non la tristezza: in sanscrito esiste da qualche millennio e si chiama Mudita; è uno dei brahmavihāra, i Quattro Incommensurabili che devono essere meditati e sviluppati a lungo nel buddhismo. Essere felici per i successi di uno sconosciuto è molto, molto più complesso che rattristarsi per le disgrazie del mondo. È un atto di grandissimo coraggio sovversivo.

One reply on “Perché amiamo la sfortuna degli altri

  • mia

    Bello l’uso del termine comunità al posto di quello molto più usato di società. Ma
    in una comunità dove il paradigma dominante è la competizione la schadenfreude è la naturale conseguenza.

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