Perché abbiamo bisogno di una nuova sensibilità ecologica

L’Eco-istruzione socialmente ed emotivamente attiva è il processo che può offrire importanti benefici sia per il processo educativo, che per il nostro benessere societario ed ecologico. Si basa sui successi – da una riduzione dei problemi comportamentali al miglioramento di risultati accademici – risultanti dai cambiamenti educativi, e dalla promozione di insegnamenti sociali ed emotivi scoperti negli ultimi decenni. E nutre la conoscenza, l’empatia e le azioni, richieste per praticare uno stile di vita sostenibile.

L’idea di base è questa: in un periodo d’instabilità di un sistema – di una scuola, di una nazione, o della biosfera – c’è sempre la possibilità di scoprire nuove forme e modi di pensare e agire. In questo periodo d’instabilità – nelle nostre scuole, nella nostra nazione, e nella nostra biosfera – questo libro riflette il nostro credo chiave che gli educatori siano idealmente portati a guidare una svolta verso una nuova e ravvivante sensibilità ecologica per il xxi secolo. Perché abbiamo bisogno di una nuova sensibilità ecologica. Noi umani, ovviamente, abbiamo sempre lasciato un’impronta nel mondo naturale dal quale dipendiamo. Ma essendo sette miliardi di persone – da un miliardo e sei che eravamo nel 1900 – dipendenti dalle risorse della Terra, stiamo lasciando un’impronta come mai prima d’ora; considerando l’aumento della scarsità di acqua potabile fresca, lo sfruttamento estremo del terreno su cui far crescere il cibo, e i cambiamenti del riscaldamento globale. Con la popolazione mondiale che, si dice, aumenterà fino a nove miliardi a metà di questo secolo, dobbiamo chiederci: c’è un punto di rottura? Nel 2009 Johan Rockström, direttore dell’Istituto Ambientale di Stoccolma, in Svezia, ha cercato di rispondere a questa domanda con l’aiuto di più di due dozzine dei migliori scienziati mondiali, compresi il premio Nobel Paul Crutzen e lo scienziato della nasa, esperto di clima, James Hansen. Identificarono nove sistemi ecologici necessari alla sopravvivenza umana, inclusi i cicli biochimici come il carbone e l’acqua e sistemi di circolazione fisica, come il nostro clima e i mari. Per ognuno di questi sistemi ecologici necessari alla sopravvivenza – chiamati “Le Nove vite della Terra” – gli scienziati hanno individuato una zona sicura in cui lo sviluppo umano può operare al sicuro. Oltre questi confini temporali – ma nessuno può dire quanto oltre – rischiamo di innescare «cambiamenti repentini o irreversibili che potrebbero essere deleteri o addirittura catastrofici per il benessere dell’uomo». Quindi, come ce la stiamo cavando? Per sette delle nove “vite” della Terra, le prove sono chiare: abbiamo di gran lunga oltrepassato i limiti sicuri di due di questi sistemi di sopravvivenza (la biodiversità e il ciclo dell’azoto). Di recente abbiamo anche superato il limite di una terza (i cambiamenti climatici). Ed è stato calcolato che oltrepasseremo anche i limiti di altre tre (l’acidificazione oceanica, i cicli dell’acqua fresca e l’uso del terreno) entro mezzo secolo. (Rockström e i suoi colleghi non sono riusciti a determinare i livelli di limite per l’inquinamento chimico e i livelli di aerosol nell’atmosfera). Per fortuna non vuol dire che il cielo ci stia cadendo sulla testa, o almeno non ancora. A patto di non oltrepassare questi limiti per troppo tempo, dicono gli autori, l’umanità sembrerebbe avere un certo spazio di manovra. Ma c’è parecchia incertezza su quanto, e per quanto ancora, possiamo oltrepassare i limiti e essere ancora in grado di ritornare a livelli sicuri. E quindi dobbiamo urgentemente mettere il piede sul freno prima di arrivare ai momenti critici in cui questi sistemi perdono controllo e crollano del tutto. La buona notizia è che ci sono dei motivi per avere una qualche speranza. Dopotutto gli esseri umani agiscono, quando capiscono che le loro azioni stanno mettendo in pericolo uno dei sistemi di sopravvivenza – e lo fanno a un livello più profondo che tocca sia i livelli cognitivi che emotivi di conoscenza. (La risposta al buco nell’ozono è un ottimo esempio. «Il buco nell’ozono che si è formato nella stratosfera sopra l’Antartico negli anni ’70 del Novecento è stato un classico esempio di un momento critico legato al clima», ha scritto Fred Pearce nella rivista «New Scientist». Nessuno lo aveva predetto. Ma appena le persone hanno capito la serietà del problema, hanno agito velocemente per mettere fuori legge la maggior parte dei prodotti chimici che distruggevano l’ozono, e siamo tornati dentro i confini sicuri di questo sistema necessario alla sopravvivenza). Sviluppare un’intelligenza emotiva, sociale ed ecologica ci può aiutare ad affrontare con buoni risultati le altre minacce ai sistemi di sopravvivenza della nostra Terra.

Per quanto la sensibilità ecologica sia importante oggi, gran parte di noi non capisce davvero come le azioni quotidiane – il nostro coinvolgimento nei sistemi energetici dell’agricoltura, dell’industria, del commercio e dei trasporti su cui facciamo affidamento – possano minacciare la salute e il benessere della Terra. Ad esempio, chiedete ai vostri studenti (ma anche ai vostri colleghi): da dove viene l’elettricità che usate? Qual è la connessione tra il tuo contenitore di succo di mela e le vite dei piccoli uccelli marini che vivono a migliaia di chilometri di distanza? Quanti impatti ambientali nascono dalla produzione dell’acciaio usato per le vostre borracce “ecologiche” per l’acqua? (Indizio: è una risposta a quattro cifre). Un numero molto ristretto di persone conosce le risposte a queste o ad altre migliaia di domande simili per un semplice motivo: la complessità della rete di connessioni che caratterizza la nostra società globale ha creato un grande e collettivo punto cieco sugli effetti del comportamento umano sui sistemi naturali. Immaginate, per un momento, come sarebbe se voi, i vostri studenti e le loro famiglie, viveste in una piccola comunità isolata – ad esempio nell’Artico, o nel deserto del Sahara, o sulle montagne del Tibet – dove tutti fanno affidamento sugli altri per i bisogni primari. Il cibo, ad esempio, non vola su aerei per arrivare lì dall’altra parte del mondo ma viene prodotto e condiviso proprio dove vivete. Se la vostra comunità decide di coltivare in modi vantaggiosi un anno ma non riesce a mantenere il terreno sano per l’anno successivo, l’esperienza vi insegnerà a breve le interconnessioni tra il comportamento umano e la salute dei sistemi naturali. E probabilmente sarete molto più attenti al fatto che le capacità di ripresa delle generazioni future dipendono in sostanza dal saggio uso delle risorse naturali e dall’adattamento alla nostra nicchia ecologica. Oggi, però, la maggior parte di noi non vive in piccole comunità isolate, ma in città e periferie, dove dipendiamo da persone e processi globali per incontrare i nostri bisogni di base (e anche non di base). Il nostro uso delle risorse e i conseguenti impatti ecologici sono sparpagliati per tutto il pianeta, e spesso sembrano invisibili o troppo lontani per poterli capire completamente. Inoltre, anche quando le conoscenze e l’empatia di una persona giovane escono fuori, può diventare una sfida enorme aiutarla a capire come fare la differenza, in positivo, nel mondo di oggi. Eppure rimane una sfida eccezionale che crediamo possa essere risolta coltivando l’Eco-istruzione socialmente ed emotivamente attiva.

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