Come un ladro nella notte – Incontri con Pava Labrea

di Andrea Colamedici
I miei appunti sulla prima seduta con il signor Labrea sono datati 14 gennaio 2013. Fu in quell’occasione che incominciò l’intervista, anche se in precedenza lo avevo visto molte volte, ma solo in veste di osservatore. In ciascuna occasione gli avevo chiesto di lasciarsi intervistare su Carlos Castaneda. Pur ignorando la mia richiesta ogni volta, non scartò mai del tutto l’argomento, ed io interpretai la sua esitazione come una possibilità che egli avrebbe potuto essere propenso a parlare della sua conoscenza se io avessi insistito di più. In una telefonata in particolare mi fece capire che egli avrebbe potuto prendere in considerazione la mia richiesta purché io possedessi un’idea e una finalità precise rispetto alle modalità dell’intervista. Mi era impossibile soddisfare a tale condizione, perché gli avevo chiesto di erudirmi su Carlos Castaneda solo in quanto mezzo per stabilire con lui un vincolo di comunicazione. Pensavo che la sua familiarità con l’argomento avrebbe potuto predisporlo a essere più aperto e pronto a parlare, permettendomi così di accedere alla sua conoscenza sulle caratteristiche degli “uomini di transizione”, concetto che più volte gli avevo sentito pronunciare ma mai avevo avuto modo di approfondire. Egli tuttavia sembrò interpretare la mia richiesta alla lettera e iniziammo perciò l’intervista immergendoci in Castaneda.

Lunedì, 14 gennaio, 2013
«Volete dirmi qualcosa su Carlos Castaneda, signor Labrea?».
«Perché vuoi sapere questo genere di cose?»
«Davvero vorrei imparare qualcosa a proposito di Carlos Castaneda. Voler imparare non è già di per sé una buona ragione?»
«Si tratta di entrare in qualcosa con cui è difficile uscirci.»
«Con cui, signor Labrea, o da cui?»
«Da quel mondo non puoi uscirci se non insieme ad un Castaneda tutto nuovo. Accade dopo l’imbarazzante momento in cui capisci che Carlitos non era lì, nel mondo che aveva creato. È difficile non credere all’esistenza di quel mondo, o al fatto che lui fosse un Nagual triforcuto che chiudeva un ciclo secolare di tradizione magica. È difficile perché quanto aveva creato era di una straordinaria coerenza, strutturato con una tale perfezione che al Tonal, alla nostra parte organizzativa, mentale, non risultava possibile che quel mondo fosse irreale. Per me, e credo anche per altri, ad un dato momento apparve invece chiaro che lo era. A quel punto la mia consapevolezza dovette scegliere se rimanere nel disgusto per l’inganno subito o se riconoscere l’ultimo tocco del Nagual, uno straordinario colpo d’arte magica.»
«È come se l’ultimo tocco fosse il primo. Quando Castaneda iniziò a costruire quel mondo aveva già posto le basi per tutto il resto?»
«Sì, c’è una coerenza nei libri di Castaneda straordinaria, anche quando sembrano scritti in momenti storici e stati di consapevolezza diversi: vedi A scuola dallo Stregone o Il fuoco dal profondo. Pur essendo lontanissimi, comunque, possiedono una coerenza interna e un sistema di rimandi e riferimenti a dir poco straordinari. Fin dalle prime pagine sono presenti tutte le premesse affinché il percorso si possa sviluppare nella maniera in cui, durante l’arco di vent’anni di scritti, si è poi effettivamente sviluppato. Ed è proprio questo che cattura, che dà consistenza e realtà a quel mondo, grandi incoerenze incluse: perché ogni mondo davvero reale è incoerente. Questa è semplicemente l’arte dell’agguato, onnipresente nei libri di Castaneda.»
«Qual era l’intento iniziale di Castaneda?»
«Posso parlarti di questo soltanto in relazione a ciò che Castaneda ha provocato nel mio immaginifico. Ci sono libracci e brutti siti che denigrano Castaneda, e credo che molti di questi dicano cose assolutamente vere su pezzi della sua biografia. Io penso che lui fosse, come molti lo descrivono, un gran bugiardo, e che gli piacesse enormemente sedurre. Sicuramente credo che l’intento primigenio abbia a che fare – lo posso capire – con qualcosa che intuisce profondamente in quanto artista. La premessa doverosa è che Castaneda è un artista, perché incarna ciò che lo supera. È questo il Castaneda con il quale esci. Con questo individuo te ne vai, riconoscendo i suoi doni straordinari, offerti attraverso un’incredibile modalità descrittiva.»
Il signor Labrea si piegò in avanti. Fissò il registratore, poi scosse la testa guardandomi fisso negli occhi.
«Sta andando malissimo» disse. «Come si fa a dare il giusto senso a questa intervista? A mantenerla dentro ad una coerenza? Dovresti farmi domande a cui posso rispondere solo o no. Ma a me non importa più della coerenza. Negli ultimi trent’anni della mia vita ho fatto di tutto per toglierla.»
«Perché un’intervista dev’essere coerente?»
«Abbattere la coerenza di questa realtà è un percorso individuale, solitario, in qualche modo privato, non lo si può pretendere dagli altri. Qui, gli altri, sono i lettori e questa coerenza, giustamente, la pretendono.»
«Ci potrebbe essere una via d’uscita: parlare di Castaneda cercando di non nominarlo mai.»
Rimasi con Pava Labrea tutta la mattina di lunedì. Durante il tragitto verso casa sua ero salito su un autobus che stranamente aveva allungato il proprio percorso abituale e, fatto ancora più strano, nessun passeggero se ne era lamentato. Ad ogni modo, mentre passavamo di fianco al Castello Querceto, nei dintorni di Firenze, avevo formulato il desiderio di ricevere una domanda per il signor Labrea che parlasse proprio di Castaneda senza nominarlo. Un istante dopo stavo notando una signora sulla quarantina, a metà esatta tra l’anonimo e il vistoso, seduta un paio di sedili più avanti, intenta a leggere il saggio di Hillman Puer aeternus. Non riuscivo però a isolare i caratteri dal bianco delle facciate, fino a che una riga del testo si definì, spiccando dal resto della pagina: “Che differenza c’è tra un mago nero e un mago bianco?”. Appena ne ebbi la possibilità girai la domanda al signor Labrea.
«Nessuna!», rispose dolcemente, come se fossi finalmente riuscito a disegnare i contorni della mia mano. «Tutta la magia è sempre nera, e alla fine è sempre bianca. È sempre nera perché tutte le volte che poni un intento, o meglio un oggetto di desiderio come scopo della tua azione – anche se questo si chiama la salute di una persona o il bene dell’umanità – è magia nera. Fai qualcosa per qualcosa o meglio il tuo piccolo “io” persegue qualcosa che ritiene “elevato”. La magia bianca è qualcosa che fai in maniera totalmente disinteressata. Sicché sparisce l’oggetto, anche se è un oggetto strepitoso. Quindi non ha molto senso parlare di magia nera o bianca. È magia e basta.»
«Perché alla fine è bianca?»
»Perché alla fine… tutto è del nostro Signore, come direbbe un prete.»
«È per questo che hai smesso di guarire gli altri?»
«Sì, in qualche modo, perché non è difficile guarire con la cosiddetta energia. È molto più facile di quello che si possa credere. Si guarisce tutto! Il cancro o un’unghia incarnita sono la stessa cosa; anzi, forse è più difficile guarire l’unghia. Guarisci tutto, e tu sei contento, l’altro è contento, tutti siamo contenti. Poi, magari dopo qualche anno, la nipotina della persona guarita ha un incidente, oppure il solaio cede. Che c’entra con quello che è avvenuto durante la cosiddetta guarigione? Non si sa, ma può succedere che ci sia una connessione profonda. Chi guarisce non sa mai che cosa sta facendo. Quando è proprio bravo – e molto veggente – percepisce ciò che toglie, ma non sa cosa sta combinando tutto attorno. È quindi un disgraziato, che sta svolgendo un’azione di cui si compiace, sedotto da un narcisismo più o meno inconsapevole fortemente narcisista.»
«L’arte di sognare è magia nera?»
«No, l’arte di sognare è la stessa istanza che accompagna le persone a viaggiare, solo che invece che fisicamente lo fanno su piani più sottili. Ogni azione, ogni battito di ciglia cambia il circostante; sarebbe infernale una realtà senza mutazione. Ma un conto è che tutto muti in relazione alla nostra natura intrinseca, e un conto è operare con convinzione e concentrazione sulle vite di altri senza sapere cosa stia avvenendo.»
«Ha invece senso guarire se stessi?»
«Sì, perché ha a che fare con la propria vita. È qualcosa che ha a che fare con l’ampliamento della coscienza. In un certo senso sono tornato ad essere un guaritore, ma con nuove premesse. Non mi impiccio più delle malattie delle persone, delle piccole cose che vorrebbero cambiare nella loro vita. Mi impiccio del fatto che se ne occupino, della loro vita. E a quel punto comincia sempre un processo di guarigione. Poi magari la persona sbaglia l’obiettivo che si era posta all’inizio. Magari il tumore rimane, ma lui è guarito. Ha trovato una strada veramente virtuosa per se stesso.»

«Sembra la storia di Castaneda.»

Howard Lee
«Come credi che Howard Lee [forse qui sarebbe meglio fare una nota o riferimento esplicativo per il povero lettore], l’uomo a cui si riferisce nell’incipit de Il fuoco dal profondo, lo abbia aiutato? Proprio in questo modo: salvandogli due volte la vita. Ma anche lì, non so in che modo l’abbia fatto. Anche Howard Lee è, da questo punto di vista, un imbroglione, uno che ti fa passare una cosa per un’altra, perché agire nel modo più puro possibile con l’energia significa sempre innescare dei processi di autoconsapevolezza nelle persone. Non si tratta della grande magia con cui si toglie un malessere a qualcuno, perché sono solo dettagli quelli che differenziano una malattia gravissima da un bisogno impellente. Tra Castaneda e Lee è avvenuta una vera guarigione. È per questo che viene ringraziato in una maniera così enfatica al riguardo di qualcosa che aveva a che fare con la vita reale, oggettiva. Non quella misterica, attorno a cui non sai se Don Juan sia davvero esistito.»
Ci eravamo spostati dalla cucina al suo studio quando mi decisi a chiedergli di dirmi di più sulla faccenda dell’imbroglio di Castaneda: avevano davvero quella forma gli esseri inorganici che appaiono nei sogni di cui parla ne L’arte di Sognare oppure si trattava di straordinarie rappresentazioni teatrali di una condizione interiore? Era una domanda strana, e mi aspettavo che avrebbe rifiutato di rispondere. Impiegò molto tempo a riflettere. Fui costretto a rimanere perché sembrava che cercasse di decidere qualcosa.
Alla fine mi disse che si trattava di una domanda ben posta. Mi fece notare che era proprio quello l’imbroglio di cui stavamo parlando poco prima, e che la cosa giusta da fare era riconoscere il Castaneda bugiardo, meravigliosamente bugiardo. La stragrande maggioranza degli avvenimenti che ha descritto nei suoi libri non avvengono nei viaggi onirici, a meno che l’onironauta non sia particolarmente stupido.
Aspettai che mi spiegasse che cosa intendeva dire per stupido, ma non fece nessun tentativo evidente per spiegare la cosa. Pensai che forse si stesse riferendo a me, così assunsi un’espressione facciale piuttosto stordita. Non approvò il mio imbarazzo e disse chiaramente che solo offrendo coerenza al mondo castanediano, dando al proprio mondo la forma che lui ha dato ai suoi libri, si sogna un essere inorganico o un alieno che viene a bussare in sogno. È il modo migliore per diventare matti. L’essere inorganico invece è finzione, una meravigliosa messa in scena del dramma umano in cui don Juan e Castaneda rappresentano due modi diversi di concepire la vita interiore.
«Solo in questi termini gli esseri organici sono veri», disse. «La tentazione del potere che offrono ai ricercatori è reale, ma non nelle forme che Castaneda delinea nei suoi libri. Sono vere solo le strade senza forma, le strade astratte. E poi io sono sempre stato terribilmente annoiato dalla ripetitività; non riesco a ripetere una cosa due volte, mi annoio moltissimo. Per questo è difficile un’intervista, perché mi sembra di ripetere cose che so già, che ho già pensato o detto a qualcuno. Per iniziare non ci dovrebbe essere qualcosa che registra quello che si dice. La registrazione è una copia molto precisa di quella parte della mente che trascrive le cose che avvengono e dà a loro coerenza, continuità. D’accordo, non ne possiamo più fare a meno, ci siamo dentro fino al collo, ma avere una malattia e guarire è noioso, è storia vecchia. Non avere una cosa e poi ottenerla è la solita solfa, da migliaia e migliaia di anni.
«Cos’è nuovo?»
«Il nuovo ha a che fare con qualcosa che non si ripete, che è sempre nuovo. In genere si può chiamare – utilizzando però un nome vecchio – coscienza.
Quanto accade nel nuovo non riusciamo però a ricordarlo, perché la nostra mente trattiene solo ciò che si ripete. Non mi stupirei di aver detto con grande convinzione una cosa su Castaneda e poi l’esatto contrario il giorno dopo. Il suo meraviglioso mondo ti porta ad essere tutte le volte assolutamente originale. Altrimenti diventi come quelli che, ripetendo gli stessi schemi mostrati nei libri, creano alla fine una nuova chiesa. È una pratica terrificante, presente in tutto il mondo cosiddetto spirituale. Appena si manifesta un guizzo appaiono subito i copiatori, i registratori, affascinati o rimbecilliti dalle verità o dalle azioni che una certa persona ha svolto. Poi le copiano e cominciano a ripeterle incessantemente. Ecco, questo è noiosissimo.»
«Come accettare di vivere attraverso qualcosa per la quale tu non ci sei?»
«Credo che abbia a che fare con lo straordinario fascino che può esercitare l’imprevedibilità nella tua vita. Costruiamo le nostre esistenze su un sistema di controllo e difesa nei confronti dell’imprevedibilità che proviene direttamente da quando eravamo… alghe azzurre: una piccola variazione di temperatura e siamo morti! Così, l’imprevedibile è il demonio. Possiamo anche dire che ci piace, ma non è vero. È come un salto spirituale: L’imprevedibile diventa il sale della vita e senza quello non va avanti nulla. Allora cominci ad accogliere, e qualcosa in te si apre. Per questo si parla di aprire il cuore, una pratica che non ha niente a che vedere con l’essere buoni. Vuol dire piuttosto aprire delle porte sconosciute, ignari dell’effetto che ciò che attraverserà quelle porte avrà su di te. Castaneda è un usciere straordinario, che compie un atto di guarigione in segreto. Ri-sveglia.
«Perché risveglia?»

 

«Perché molti ti possono svegliare, dicendoti cose straordinarie che non avevi mai pensato. Ti sconvolge qualcuno che ti descrive per la prima volta l’Albero della Vita o il Vedanta. Ma a questo siamo abituati, e anche questo è sotto controllo. Abbiamo tutti i sistemi possibili per controllare le nostre destate. Chi ti risveglia, invece, sveglia qualcosa che non difendeva quell’alga azzurra dalla variazione di temperatura, ma la spingeva – da lì a poco – a diventare un pesce-rettile-mammifero-essere umano. È come se ci fossero due forze in opposizione, una che trattiene e una che spinge. Chi ti risveglia spinge, ma non sappiamo né cosa sia, né dove vada.»
«Lo svegliarsi sta al risvegliarsi come il sognare consapevole sta ad un nuovo tipo di arte del sogno?»
«Il lavorare con i sogni è ancora all’interno del nostro sistema di controllo, è ancora un’azione ordinaria della vita, per quanto straordinaria ci possa risultare. Se entro consapevolmente nei miei sogni e comincio a esplorare mondi lontanissimi, apparentemente non sto facendo nulla di ordinario. In realtà, sto confermando sempre di più quella meravigliosa umanità che riesce a fare cose straordinarie, come l’atto di guarire qualcuno, ma che rimane ancorata ad un modello che si ripete sempre identico. Vedi com’è sofisticato? Per mantenere il suo stato evolutivo, la mente, è dovuta diventare molto porosa, ridondante, riuscendo a svolgere molte funzioni. Risvegliare è oltre tutto questo. Sono pochissimi quelli che danno indicazioni in questo senso. Mère e Sri Aurobindo lo sono. Castaneda anche, ma in modo indiretto, ed è per questo che lo stimo così tanto.
Mentre Mère e Sri Aurobindo sono stati “ponti evolutivi”, si potrebbe anche dire Avatar, perché è impensabile che abbiano fatto ciò che hanno fatto in quanto esseri umani, Castaneda mette in scena una rappresentazione teatrale folle, assolutamente confusa, che ti distoglie continuamente dal punto. Si diverte a farla così, e provando gioia produce una forza strepitosa. Quasi tutti ne sentono la potenza e abboccano, salvo poi dimenticare tutto. Ti stordisce con così tanto stupore che ti predispone al risveglio. È poi lo stesso impianto che presenta per se stesso: don Juan gli diceva tutto, per esempio: “sei già un Nagual straordinario”, ma lui lo dimenticava. Per anni e anni aveva dei buchi nei suoi appunti che non notava. Alla fine l’ha notato. Che questo sia vero o no, non importa. Purtroppo alla fine ci sabotiamo: nella nostra mente, nella capacità di esplorare, di tendere verso lo Spirito, si nascondono i più potenti sistemi di difesa dall’imponderabile.»
«Gurdjieff dice che l’evoluzione è contronatura. Castaneda che ne direbbe?»
«Che ha ragione. Anche l’anfibio è contro la natura del pesce.»
«Qual è la natura dell’uomo?»
«Volevamo parlare di Castaneda, ma tu mi tiri per la giacca e mi fai parlare di Sri Aurobindo: l’uomo è un essere di transizione, un qualcosa a metà. Per la prima volta nella storia della materia è entrata in campo la mente, un qualcosa che sa riflettere su se stessa con una naturale predisposizione ad andare oltre. Però osserva la tecnologia: mentre va avanti nel suo cammino creativo crea strutture affinché nulla si modifichi; più cresce, più si trattiene. Si inquina e si gonfia sempre di più: forse è questa la funzione evolutiva della nostra specie: stiamo incarnando quel risveglio perché ad un certo punto qualcosa scoppi. Non in termini drammatici da bomba atomica, anzi. In Savitri Sri Aurobindo dice che questo avverrà come un ladro di notte a silenziosi passi, che entrerà in casa senza che tu te ne accorga.»
Mi pareva evidente che la maggior parte delle domande non servissero e che la maggior parte delle risposte non sarebbero bastate a spiegare meglio quel desiderio di futuro ancestrale. Mi venne in mente solo una domanda stupida: se si sentisse più ladro o più attore. Pensai che il ladro è per forza di cose un grande attore, perché deve mascherare i suoi furti nella vita quotidiana, mentre l’attore è necessariamente anche un ladro, perché nel prendere su di sé le vite degli altri non chiede quasi mai il permesso ai Riccardo III o alle Mirandoline.
«È una domanda che mi inchioda», disse stupendomi. «È davvero difficile risponderti. Castaneda attua nei suoi scritti una sublime arte dell’agguato attraverso il mondo di metafore che presenta al lettore. Quel ladro o quell’attore non sono altro che il sognatore e il cacciatore. Sognatore e cacciatore sono due modalità insite nella profondità del nostro essere. La metafora più sublime è che per Castaneda siamo tutti Nagual, cioé una mescolanza di queste due cose. Abbiamo tutti la possibilità di forare la bolla e di perdere la nostra rigidità, ossia l’idea che abbiamo di noi. Sono gli unici due modi per accorgersi della necessità del risveglio. Lui lo fa mettendo in scena don Juan, don Genaro e tutti gli altri. C’è il pericolo di rimanere completamente coinvolti dalla messa in scena, tanto da contornarsi di donne dell’est o dell’ovest da cui ti fai chiamare Nagual. Ma se invece – senza pensare – ti lasci lavorare da queste metafore, ti accorgi di quanto Castaneda sia stato un portatore sano di conoscenza, in grado di sedurre quella parte di te sempre pronta al risveglio, la tua coscienza più profonda.»
Non avevo nessuna idea di come proseguire il discorso, e neppure di quello che aveva in mente Pava. Diverse volte cercai un indizio nei suoi movimenti, o almeno un suggerimento, sul come procedere per individuare un punto in cui sentirmi forte e a mio agio. Insistei e insinuai che non avessi nessuna idea di ciò che intendeva véramente perché nessuno poteva concepire il problema. D’un tratto, mi ricordai di aver portato con me La ruota del Tempo, una sorta di best of di Carlos Castaneda. Chissà, magari partendo da lì si sarebbe aperto un qualche spiraglio di senso, dissi. Il signor Labrea si tirò indietro con il busto, cominciò ad arrabbiarsi e mi accusò di non dargli retta, suggerendo che forse non volevo imparare. Dopo un poco si calmò e mi spiegò che non tutti i libri erano buoni per tirarci fuori qualcosa, e che nei limiti di quel libro in particolare c’era una sola pagina che era unica, in cui c’erano tre righe perfette per proseguire l’intervista. Distinguerlo da tutte le altre pagine era compito mio.
Il concetto generale era che io dovevo ‘sentire’ tutte le duecentosettantasette pagine del testo fino a che potessi determinare senza ombra di dubbio quale fosse quella giusta. Aprii a caso a pagina 70. Anche il signor Labrea fece lo stesso con la sua copia, e portò la mia attenzione sulle ultime tre righe, che dicevano:
Don Juan sosteneva che l’unico essere capace di attraversare quel ponte era il Guerriero: silenzioso nella sua battaglia, irraggiungibile perché non ha nulla da perdere, efficiente perché ha tutto da guadagnare.
«Splendido», sospirai.
«Io invece trovo tutta questa roba disgustosta», disse ridendo. «Per me don Juan non regge minimamente il confronto con Castaneda. Tutti siamo stati innamorati di don Juan. Al massimo si sceglie tra don Juan e don Genaro. Io invece li trovo insostenibili, e trovo l’incapacità del primo Castaneda o il casino del Castaneda delle biografie stroncanti straordinario. È facilissimo dire e essere quella frase che ho appena letto. È come parlare dell’Ipod o del nuovo Mercedes. Sul piano spirituale applichi quel lessico, disponendoti in un modo specifico. Ma non cambia mai nulla, perché continui a confermare te stesso. Quella che in India viene chiamata la dimensione sattvica, in cui sei perfetto su tutti i piani. Mère, a novantasei anni, pregava i suoi discepoli di non essere sattvici, luminosi, con una grande coscienza. Bisogna piuttosto essere sfigati, bugiardi, e mescolarsi completamente alla materia. Stare qui, senza separarsi. Cosa fanno nella metafora castanediana don Juan, Silvio Manuel e tutta quella generazione di ricercatori? Bruciano dal profondo, cioé abbandonano questa terra e se ne vanno. E allora? Cos’hanno fatto? Cos’hanno ottenuto? Castaneda, con tutto il rispetto possibile, dice: quella è merda. Lui invece guarisce. Sembra che sia don Juan a guarire, con queste grande frasi. Ma è Castaneda a guarirti, sotto il velame delli versi strani

 

Mi chiese di confrontare il fare di don Juan con quello di Castaneda. Per la prima volta mi venne in mente che probabilmente non potevo spiegare il mio ribrezzo che avevo sempre provato per quel bruciare. Quasi con un atteggiamento di sfida mi esortò a immaginare su di me quel fuoco dal profondo che dà il titolo a una delle ultime opere di Castaneda. Per una qualche ragione inesplicabile avevo effettivamente repulsione per quel bruciare, e non riuscii a prenderlo su di me. Mi infastidii e buttai in avanti la testa, sbuffando. Il mio sguardo si posò sul dorso di un grande libro blu, su cui c’era scritto: Bringing down the light – Mother Meera. Ecco! Solo uno stupido poteva non sentire la differenza tra il portare giù la luce di Castaneda e il salire verso la luce di tanti altri! Comunicai immediatamente questo strano pensiero – che a livello razionale aveva per me pochissimo senso – al signor Labrea, che disse:
«Esatto. Conosci questa signorina? Meera ha una cinquantina d’anni e non fa niente, è un’indiana che vive in Germania. Quattro giorni a settimana riceve in una grande sala qualche centinaio di persone. Sta seduta ad occhi bassi. A turno tocca le tempie dei partecipanti, li guarda per due o tre secondi e nient’altro: questa è l’unica cosa che fa nella vita. È andata nella parte opposta di Castaneda, abolendo tutta la messa in scena: “se c’è qualcosa, te lo posso dare così”, dice. Lei lo chiama Paramatman, ciò che sta oltre, che è situato nella zona del risveglio, della supermente (super nel senso aurobindiano del termine: oltre, che viene dopo). Nella mente c’è lo spirito, la religione, tutto l’essere immensamente pieno di luce. C’è il mondo degli dèi. Oltre quel mondo si sono spinti in pochissimi, e quasi nessuno ha provato a portarlo giù. È già difficile portare su questo piano quello che c’è nella mente! Lei lo fa così, guardandoti per due o tre secondi. Tu puoi scegliere se sentire che il tuo cuore si strugge, vomitare tutto il giorno o non sentire niente. Comunque, dal suo incontro non esci indenne. Da lì a poco la tua vita cambierà.
«Cosa si può ottenere collegandosi al supermentale?»
«Questa domanda non ha senso. Se fai agire qualcosa che ti supera non puoi porre condizioni, perché non sai come avverrà. Idealmente puoi dire che ti piacerebbe farlo, ma non sapere fa terribilmente paura. Se poi questo intento di offrirsi permane nella vita diventa un bel problema, perché non si sa più dove si stia andando né cosa si stia facendo, né come stia avvenendo. Invece dal basso verso l’alto è tutto ipercodificato, perché chiunque te ne ha parlato: come devi fare, quante ore devi meditare, a quale santo devi votarti… Per me Castaneda ha a che fare con l’accesso a questi livelli per un semplice fatto: perché ti diverte. Il contatto con lui è gioioso, ti risveglia un piacere, una curiosità che ha a che fare con qualcosa che è oltre te, che è dappertutto, anche giù in fondo nella materia, in un atomo e in una stringa. Pervade tutto. Ovunque puoi trovare quell’oltre, quasi mai però siamo lì. Quasi sempre qualcosa ci spaventa, ci annoia, ci addormenta, o non s’addentra. Stiamo diventando noi stessi degli anticorpi. »
Mi erano sempre sembrati una cosa bella gli anticorpi. In quel momento mi sembrarono quanto di più raccapricciante potessi mai diventare nella vita: un anti-corpo, un qualcosa che è contro l’estraneo fluire. Mi venne in mente l’immagine nitidissima della mia insegnante di scienze, con i suoi grandi occhiali neri e la sua erre moscia, intenta a spiegare la funzione degli antigeni. Vidi chiaramente i contorni marroncini della lavagna e quelle strane ypsilon disegnate all’interno che mostravano la forma esatta degli anticorpi. Quella che al tempo mi era sembrata una straordinaria forma di protezione del corpo mi appariva ora come un’agghiacciante metafora del sistema di controllo che ci vincola ad essere ciò che si è.
Sulla parete alla sinistra del signor Labrea, come in una proiezione cinematografica, distinsi chiaramente la possibilità di transizione di cui parlava Sri Aurobindo sotto le sembianze degli antigeni. Questi venivano riconosciuti dalle sentinelle del sistema, le immunoglobuline, che li segnalavano subito all’istinto di conservazione della specie, le plasmacellule. In un attimo le plasmacellule lanciavano sugli antigeni gli anticorpi: quella fu la scena più tremenda. Questi dannati antigeni stavano permettendo alle questioni della vita ordinaria, i fagociti, di mangiarseli tutti, rendendo in questo modo inoffensiva la nuova possibilità evolutiva. Va detto che gli anticorpi erano, in questa bizzarra visione, delle magliette su cui stava scritto: “Si fa così”. La cosa incredibile, oltre al fatto che queste immagini durarono in fondo pochissimi secondi, fu la schiacciante sensazione di dover ringraziare Castaneda per quella proiezione privata.
Facendo finta di nulla – più per vanità che per vergogna – chiesi al signor Labrea quale potesse essere il ruolo di Castaneda per le generazioni future. Non ebbe un attimo di esitazione. Disse che Castaneda era finito, che aveva già svolto la sua funzione (vogliamo chiamarla karmica?) di risvegliare due generazioni intere, seriose e noiose, divertendole; una sorta di virus nel loro mito di conservazione della specie.
«L’intervista mi pare che sia terminata, ed è anche ora di pranzo», dissi. «Dovrò chiedere all’editore qualche pagina in più, c’è tanto da trascrivere.»
«Mi hai chiesto di parlarti di Castaneda», disse. «In conclusione vorrei dirti che per parlarne c’è bisogno di innamorarsi, di avere il coraggio di essere coinvolto. Sin da bambino si ha la necessità di amare chi ci sta di fronte, ma ci si accorge di non saperlo fare. È uno di quei pensieri che rimuovi continuamente, perché il condizionamento generale ti dice invece che sai amare, e che quasi mai lo sai fare. Ti accorgi che ami una persona quando ti confondi con lei, quando non c’è più differenza, quando sei così fuso e confuso che c’è finalmente libertà. Non hai più bisogno di traduttori, di trasformatori, perché sai cosa avviene lì e lei sa cosa avviene qui. Tutto è molto più veloce, molto più concentrato.
E può capitare con chiunque, a volte contatti delle parti di te presenti in qualcun altro e in quel momento ti vengono le lacrime agli occhi, e senti una specie di coinvolgimento compassionevole. Sei così felice di averlo e averti ricontattato! Lì ti confondi, in quella misteriosissima parte di te che si svela nell’altro. Dentro qualcosa che non sai a chi appartiene.
Castaneda ha fatto un po’ questo, ma con tutti noi. Ne ha anche pagato un prezzo: non ha “realizzato” un bel niente, non ha bruciato dal profondo, ma è servito a tutti. Ha servito tutti, come in un gioco divertente. All’inizio si gioca: con il peyote, con il potere, con il Nagual, con l’intento, con il sogno. Sempre con cariche massive di gioco. Poi, ad un certo punto, si resta così intrappolati che o si ritorna alla vita quotidiana e si dimentica, oppure ci si accorge di non poter più tornare indietro. Si capisce che quel corpo di finzioni vuole, ora, diventare vero. Si sente un brivido. O si torna indietro o si buca dall’altra parte. E dall’altra parte ci si va con degli strumenti terribilmente inadatti. Per dirlo alla Castaneda: ci si è tesi un agguato.»
«Come fai a bucare un muro con un cucchiaino?»
«Facendo ciò che farebbe ogni vero prigioniero: scavando. Si consumerà? Si romperà? Può darsi. Ma non c’è alternativa. È per questo che è così importante che la via abbia un cuore. La mente viene così poco in aiuto che occorre svolgere quell’ultimo passaggio con il cuore, con quella follia controllata di cui parla Castaneda. La mente non conosce l’ignoto, e praticarlo è follia. Ma se qualcosa in te lo fa, d’un tratto ti volgi indietro e dici: o mamma, non c’entro più con quello che ero!
Se ci si fa sedurre dall’ignoto l’ignoto feconda, perché il cuore si apre. »
«L”ignoto mi sembra che agisca come l’applauso in teatro: quando non c’è, lo spettacolo ha funzionato.»
«A me piacerebbe moltissimo un teatro o un concerto in cui si sceglie di non applaudire. L’applauso è un simbolo della trappola in cui viviamo. È l’antivirus per un concerto di Mozart: è in grado di entrarti dentro… ma poi applaudi e lo rimetti a posto. Se soltanto lo lasciassi lavorare…in silenzio».
Soddisfatto mi alzai.

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