Ngozi Adichie – L’editoria africana

Intervista di Maria Teresa Carbone a Chimamanda Ngozi Adichie pubblicata su Africa News il 18 febbraio 2009.

 

Ritiene che le tradizioni orali abbiano in effetti condizionato la sua scrittura?
Essendo cresciuta in una città universitaria, ho cominciato molto presto a leggere. Certo, mia nonna e mio padre amavano raccontare storie, quindi potrei dire di essere stata influenzata anche dalle loro narrazioni. Tuttavia i continui riferimenti alla tradizione orale quando si parla di autori africani mi infastidiscono, sono frutto di una visione «romanticizzata» della nostra letteratura. Tutti, non solo gli africani, raccontano e ascoltano storie, e ne sono condizionati. Personalmente sono curiosa, mi piace conoscere i dettagli della vita delle persone con cui entro in contatto. Quando raccoglievo la documentazione per Metà di un sole giallo, ho letto tanti libri sulla guerra in Biafra, ma questi materiali non mi erano sufficienti, volevo saperne di più, soprattutto sulla vita quotidiana di quel periodo. Così sono andata in giro a interrogare chi aveva vissuto quella esperienza, e nella elaborazione del romanzo questo ha contato di più rispetto a una astratta «tradizione orale» africana.

A cosa ritiene sia dovuto questo tenace stereotipo?
Tutto nasce dall’idea che l’Africa sia fondamentalmente diversa rispetto al resto del mondo e pare che dall’esterno si sia sempre in cerca di dati che avvalorino questa ipotesi. Di continuo mi vengono rivolte domande sulla cultura africana «autentica» e incontaminata, trascurando il fatto che i rapporti commerciali con i portoghesi, per esempio, risalgono al quattordicesimo secolo, e che – come in ogni parte del mondo – ci sono stati scambi culturali che hanno portato a una costante evoluzione. Ma quando si parla di Africa, forse perché qui ha avuto inizio il genere umano, tutto questo viene dimenticato, e si idealizza una presunta «primitività», quanto vi è di «selvaggio» e di «puro» nella nostra cultura.

Nel suo primo romanzo, «L’ibisco viola», il padre della protagonista, con la sua adesione fanatica alla religione, incarna una visione dura e conservatrice, ma al tempo stesso è il simbolo di una rottura con il passato, perché per il cristianesimo ha rinnegato la fede tradizionale. Nell’ideazione di questo libro si è richiamata a «Things Fall Apart» di Achebe, che ruotava appunto intorno ai traumatici cambiamenti culturali legati alla colonizzazione?

Nell’Ibisco viola alcuni critici hanno in effetti visto un «seguito femminista» di Things Fall Apart, una lettura che mi rende orgogliosa, anche se nella elaborazione del romanzo non c’è stato da parte mia un tentativo consapevole in questa direzione. Certo Achebe rappresenta per me un punto di riferimento essenziale, e mi interessa il tema della colonizzazione, non tanto dal punto di vista economico, ma per gli effetti che essa ha avuto sulla mentalità delle persone. Sono stati in molti a convincersi, come il padre di Kambili nel romanzo, che il loro passato e la loro cultura erano cattivi, e che in nome della religione dovevano rinnegare i loro padri. Quello che mi preme capire è come tutti noi abbiamo interiorizzato questo processo, tanto più interessante perché, accanto agli evidenti aspetti negativi, ha avuto lati positivi, che nel personaggio si concretizzano nella sua sete di giustizia e di libertà.

 

In «Metà di un sole giallo» il tema centrale è la guerra del Biafra, avvenuta quarant’anni fa, quando lei non era ancora nata. Per quale motivo ha deciso di ritornare su questo conflitto, già trattato dallo stesso Achebe e da altri autori nigeriani come Ekwensi e Saro-Wiwa?
La guerra del Biafra mi ossessiona da quando ero bambina: i miei nonni sono morti durante il conflitto, e in particolare la figura di mio nonno paterno, che ho conosciuto attraverso le parole di mio padre, mi coinvolge e mi emoziona. Scrivere questo romanzo ha significato per me interrogarmi sulla mia storia, su un’eredità importante che avevo ricevuto, ma non conoscevo direttamente. In questo rappresento forse la mia generazione, che della guerra del Biafra ha sentito parlare solo in termini vaghi: ancora oggi è un argomento controverso, che non viene trattato nei libri di scuola, perché molti dei protagonisti di allora sono ancora attivi. Quando Metà di un sole giallo è uscito in Nigeria, il mio editore temeva che ci sarebbero state reazioni violente. Invece, accanto a coloro che hanno dichiarato pubblicamente di non voler neanche prendere in mano il libro, in molti mi hanno ringraziato per averlo scritto. E mi piace pensare che questo sia dovuto al fatto che nel romanzo non c’è spirito di propaganda: mi interessava solo il lato umano, e anche se il libro ha evidenti simpatie per il Biafra, come è naturale, essendo la mia famiglia biafrana, ho evitato di dare a quella esperienza un alone romantico, che troverei ingiustificato.

L’unico personaggio bianco del romanzo, l’inglese Richard, deciso inizialmente a scrivere un libro sul paese in cui vive e che ama, rinuncia al suo progetto, e sarà poi Ugwu, il giovane servitore, a farsene carico. Potrebbe essere una metafora di quello che sta accadendo in Africa e nel mondo?
Non credo che questo passaggio sia avvenuto, ma di certo è quello che auspico. In effetti, attraverso il personaggio di Richard (un personaggio peraltro positivo) ribadisco che la storia dell’Africa deve essere scritta dagli africani, mentre Ugwu rappresenta l’enorme potenziale di cui dispongono le persone quando vengono offerte loro opportunità concrete. All’inizio Ugwu è povero, non ha un’istruzione, ma è intelligente e perciò coglie con prontezza le occasioni di crescere e di migliorare che gli vengono offerte dai suoi datori di lavoro Odenigbo e Olanna. In un certo senso è lui il vero eroe del romanzo, e mi sembra giusto che sia lui ad assumere il ruolo del narratore di quanto è accaduto.

Nell’«Ibisco viola» come in «Metà di un sole giallo» ci sono degli intellettuali, osservatori critici della situazione politica e sociale in Nigeria, che alla fine vengono sconfitti o decidono di andarsene. Pensa che non sia possibile nessuna alternativa?
Fra le poche cose che il regime militare è riuscito a fare bene in Nigeria c’è stata la sistematica distruzione della vita intellettuale, del dissenso. Pur di sopravvivere, molti intellettuali si sono visti costretti a umilianti compromessi, hanno scelto di collaborare, accettando incarichi governativi, o comunque la loro dignità morale ne è stata danneggiata. Rispetto agli anni Sessanta, quando la vita culturale in Nigeria era molto vivace, il clima è oggi decisamente meno stimolante. Ma ci sono segnali che lasciano intravedere un cambiamento. La fine della dittatura ha allentato la tensione, e fuori dal paese gli editori sembrano pronti a scommettere sulla nostra letteratura. Quando nel 2002 cercavo una casa editrice per L’ibisco viola, ho avuto molte difficoltà, tutti pensavano che un romanzo ambientato in Nigeria non avrebbe interessato nessuno. Ma il successo del libro ha dimostrato che era possibile raccontare l’Africa di oggi dall’interno, rivolgendosi anche a un pubblico internazionale. Dentro il paese, poi, nascono nuove imprese editoriali indipendenti, e aumenta il numero delle persone che scrivono: ai laboratori di scrittura che organizzo a Lagos, per esempio, sono arrivate centinaia di candidature. Qualcosa, insomma, si muove.

 

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