Murakami Haruki – È il racconto a scrivere se stesso

Intervista di Dario Olivero a Murakami Haruki uscito per Repubblica l’8 novembre 2011.

«Credo che uno dei compiti più importanti di uno scrittore sia attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato. Per farlo è necessario spostare in posizione On alcuni interruttori che si trovano sul pannello della coscienza. Se si riesce, quei territori di solito addormentati lentamente si risvegliano. I romanzi − cioè i buoni romanzi − hanno questo potere. E se tutto va bene, attraverso quel passaggio segreto che siamo riusciti ad aprire, possiamo mettere piede in un mondo che non siamo abituati a vedere. I miei romanzi mostrano il percorso per arrivare a quel mondo interiore, un percorso che è una metafora che provoca una reazione. Insomma, strutturalmente, ciò che viene narrato dentro il racconto è la sua funzione stessa».

Come e quando si preme il tasto “On”?

«La leggera alterazione di certi dettagli, senza dare nell’occhio, prepara mentalmente il lettore all’arrivo di un “grande mutamento”. Questa è una delle strategie che si usano quando si scrivono romanzi, ma al tempo stesso è il fondamento del mio modo di vedere il mondo. Ogni cosa si manifesta attraverso dettagli percettibili, che si sviluppano e confluiscono fino a creare un’unica grande vibrazione. Una vibrazione che diventa l’asse portante del racconto. Il Moby Dick che è presente in ogni racconto».

I mondi paralleli che lei descrive sono sempre assurdi, ma le sue descrizioni sono così accurate e le logiche così coerenti che diventano appunto più realistici della cosiddetta realtà. Ma se tutto è nel non A, che cosa resta in A?

«Non ho riflettuto profondamente su quelli che vengono chiamati “mondi paralleli”. Ma che il mondo in cui viviamo sia stato scelto per caso tra infinite possibilità e sia soltanto qualcosa di provvisorio è un fatto reale e indiscutibile. Ad esempio, se l’attacco dell’11 settembre non avesse avuto un successo così totale, il mondo con ogni probabilità non sarebbe diventato quello che è attualmente. È un pensiero che mi dà sempre una sensazione strana. Il suolo su cui mi trovo, pur essendo dotato di una massa ben reale, può darsi che in quanto realtà sia qualcosa di inadeguato. E probabilmente non sono il solo a provare questo disorientamento».

Lei dice in 1Q84 che quando si scrive, l’io dovrebbe scomparire. Se la letteratura è funzione del reale, quali conseguenze ha questa scomparsa nelle sue relazioni personali? 

«Più che scomparire, si può dire che l’io sale su quel veicolo rappresentato dal racconto. Non ho più bisogno di pensare, di giudicare. Perché è il racconto a svolgere al mio posto queste funzioni. In un certo senso, questa è una condizione molto comoda. Ma appena smetto di scrivere, devo tornare nel mondo reale. E assumermi di nuovo il fardello di analizzare e di giudicare. In quanto scrittore professionista, sono abituato a questo andirivieni quotidiano. Ma se qualcuno, una volta preso il via, non riesce a tornare indietro, può darsi che finisca col trovarsi davvero nei guai».

Come si riflette questa visione della coscienza individuale nella politica? Lei scrive in 1Q84: “La maggior parte della gente non crede nella verità, ma in quello che vorrebbe che la verità fosse”. Questo è uno dei riferimenti più forti al 1984 di Orwell. Invece di parlare di un big brother, lei parla di little people.

«Quando ho pensato ai little people non volevo attribuirvi alcun tipo di significato. Semplicemente mi piaceva il suono delle parole “little people” (ho usato l’espressione inglese anche nel testo originale giapponese). Queste parole sono un semplice suono, un concetto. Il lettore può interpretarle come vuole. È qualcosa che è dentro di te, e al tempo stesso fuori di te. Qualcosa che ti rode dall’interno e al tempo stesso qualcosa che ti opprime dall’esterno. Le sue dimensioni e il suo aspetto variano di minuto in minuto. Può darsi che in certi momenti addirittura non abbia né dimensioni né forma. Per questa ragione è qualcosa che non posso descrivere concretamente».

Pensa che il prossimo totalitarismo sarà un totalitarismo a rete, il potere di una moltitudine di piccoli centri, invece della classica dittatura di uno o di pochi?

«È del tutto concepibile che possa prendere quest’aspetto. Per lo meno, non è qualcosa che si possa vedere con i propri occhi come un big brother. Può darsi che anche la radioattività di Fukushima sia uno degli aspetti che assume».

Quali conseguenze ha avuto questa tragedia sull’inconscio collettivo giapponese?

«Fukushima è un evento che dovrebbe mantenere una profonda cicatrice nell’animo dei Giapponesi. Dal modo in cui questa cicatrice rimarrà dipende il nostro futuro. Non dobbiamo permettere che il nostro animo guarisca facilmente. Come individui e come comunità, dobbiamo fare in modo che la nostra coscienza evolva in maniera chiara. Dobbiamo creare un contesto del dopo-Fukushima. E diffondere quest’idea fra la gente. Una società che tiene conto soltanto del rendimento e del profitto deve cogliere quest’occasione per cambiare. Siamo in molti a pensarlo. Peccato che i governanti non vogliano affrontare questo problema fondamentale. Penso che sia una grave mancanza di senso di responsabilità. Il Giappone sta andando incontro a un periodo estremamente critico».

Anche in 1Q84 lei contrappone il vuoto all’amore. Il vuoto è associato al sesso estremo, violento. L’amore viene nascosto, protetto. Perché?

«Mi piacciono le cose che costituiscono un’occasione per cambiare completamente lo scenario del mondo. L’amore è senza dubbio una di queste. Nei miei romanzi molte delle scene di sesso hanno la funzione di accendere un certo tipo di interruttore sul pannello della coscienza. Per parlare dell’amore è necessario salire il gradino che lo precede. Come per parlare di certi concetti religiosi è assolutamente necessario menzionare la violenza».


La sua abilità nell’accendere questi interruttori ha generato una sorta di venerazione dei lettori nei suoi confronti, quasi un culto. Ma la letteratura, per citare solo Orwell, è antidoto al potere. Come concilia questi due aspetti?

«In quanto persona che racconta, prima di tutto devo conquistare la fiducia del lettore. Poi, possibilmente, anche la sua simpatia. Questo, non c’è bisogno di dirlo, è un dovere essenziale per uno scrittore. E perseguendo ulteriormente quest’obiettivo, è probabile che nasca empatia. C’è un genere di storia che sta in piedi proprio perché c’è empatia. Se lei ascolta otto battute di un’opera di Mozart, probabilmente capirà subito che si tratta di Mozart. Se legge una pagina di un libro di Raymond Chandler, capirà subito di essere davanti alla scrittura di Chandler. Questo è uno degli effetti che produce l’empatia. Dove c’è empatia, nasce un sentimento di comproprietà. Anch’io, nella misura del possibile, desidero creare questo genere di mondo personale. Un mondo in cui chiunque possa entrare liberamente, da cui chiunque possa uscire liberamente. Un mondo che è sì il mio, ma è anche democraticamente condiviso. Se posso dire, qualcosa che si trova all’estremità opposta del mondo del culto».

Come ci si sente a essere un eterno candidato al Nobel? Quest’anno si aspettava di vincere?

«La giuria non ha mai comunicato una lista dei finalisti, è soltanto dalle congetture dei media che ho saputo di essere candidato al premio. Riflettere su semplici congetture non penso sia mio compito. Ho l’impressione di dire e ridire di continuo le stesse cose, ma per me ciò che conta non sono i premi o le onorificenze, bensì i tanti lettori, e l’empatia che loro provano (spero) nei confronti delle mie opere. Non c’è una sola cosa al mondo che meriti di essere data in cambio».

 

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