Maurizio Ferraris – Il web è per noi ciò che il fuoco era per gli antichi

Intervista pubblicata su La stampa il 25 luglio 2016.

I mezzi tecnologici come stanno cambiando la nostra vita?  

«In modo radicale, come è sempre avvenuto. Il fuoco è tecnologia tanto quanto il web, e ha introdotto nella vita dei nostri remoti antenati una trasformazione incalcolabile. Stesso discorso per la ruota o la scrittura».

Ci sono dei rischi?  

«Non si scherza col fuoco, né col web».

La filosofia come ci può aiutare?  

«Riflettendo. Non sono sicuro che siamo davvero riusciti a capire cosa sia il web. Si pensa sia un mezzo di comunicazione, quando è molto di più: un sistema di registrazione, un archivio e un sistema di costruzione della realtà sociale».

Secondo la ricerca di Daniele Marini confrontiamo di più le nostre vite. Vale per la vita privata, ma anche tra popoli e favorisce l’emigrazione. Che ne pensa?  

«Il confronto è ovvio, ma non credo che ci siano popoli, a questo punto: solo individui. Il web frammenta e le comunità, se si formano, non si costituiscono più su base territoriale. Ed è un bene: nessuno mai potrà convincere i tedeschi che è giusto invadere la Polonia, al massimo dei pensionati tedeschi troveranno conveniente andare a vivere in Polonia e dei polacchi cercheranno lavori qualificati in Germania».

Qual è la malattia del pensiero più pericolosa oggi?  

«L’imbecillità e non da oggi, da sempre, perché è connaturata all’essere umano».

Come dovremmo pensare per superare le incertezze del nostro tempo?  

«Non dovremmo pensare».

In generale, bisogna essere pessimisti sulle sorti italiane? O la filosofia può aiutare a sperare?  

«Una filosofia che aiuti a essere ottimisti sulle sorti dell’Italia o di un qualunque altro paese mi sembra una follia. La filosofia non serve a sperare, ma a capire e, possibilmente, a cambiare».

In questi giorni si è pessimisti anche per i tanti fatti di terrorismo e economici negativi, ma se si guarda alla Storia in passato non mancavano episodi ancora più gravi. Dovremmo recuperare più senso di prospettiva o è giusto preoccuparci tanto oggi?  

«La prospettiva aiuta moltissimo. Il terrorismo è la forma attuale della guerra, e per tragico che sia non è paragonabile, per ora e anche per le popolazioni civili, a quello che si è visto nella Seconda guerra mondiale».

E le sorti dell’uomo in generale? Questo essere umano sempre più tecnologico verrà sopraffatto dalla macchina o saprà gestirla?  

«L’umano è tecnologico dall’origine e ha sempre gestito molto poco la tecnica. Ma se si pensa che miseria è l’umano senza tecnica (una vita breve, debole e violenta), meglio la tecnica».

I social network sono influenti, ma da un altro lato sembrano stancare. Così come gli smartphone. Sono mode o tendenze durevoli?  

«Ci si può stancare di un social network o di un tipo di smartphone, ma l’apparato da cui dipendono – la Rete – non è una moda, ricorda appunto più il fuoco o la scrittura che non i calzoni a zampa».

Spesso sui social si discute animatamente, come lo spiega?  

«Gli umani litigano al bar, nelle riunioni di condominio, in ufficio: ovvio che litighino anche sui social».

Qual è la scoperta degli ultimi anni che più ci ha cambiato?  

«Alla luce di quanto abbiamo detto sinora, il computer e la Rete».

E la più grande scoperta che l’uomo deve ancora fare?  

«La propria debolezza e dipendenza. Bisogna partire di lì per essere liberi».

 

 

 

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