Madda sulla Luna – L’incontro con Pedro

«Durante tutta la tua esistenza terrena dovrai stare sempre con un piede di qua e uno di là, anche a costo di perdere una scarpa o entrambi i calzini. Un alluce nel visibile e uno nell’invisibile, purché siano ben lavati. Questo è il segreto», mi spiegava Pedro, un cantastorie mezzo indiano e mezzo sudamericano un po’ mago. E aggiungeva: «Mai solo di qua, mai solo di là. Non capirò mai perché la tua gente inventa sempre modi diversi per interpretare i sogni ma non si sogna mai di interpretare la realtà. Di guardarne i segni nascosti! Che poi è così semplice: basterebbe leggerla come si legge un sogno. Ti sarà senza dubbio chiaro che la realtà non è altro che una rilettura di episodi vissuti nei sogni» «Mi segui?», continuava a chiedermi. No, non lo seguivo, e quasi sicuramente non lo segui neanche tu, caro lettore, ma dopo quasi cinque anni di addestramento con Madda comincio finalmente a capirci qualcosa. Prima di salutarmi per ripartire verso Madrid, dove viveva in quel periodo, Pedro mi strinse il polso destro e, guardandomi fisso negli occhi, concluse con tono minaccioso: «Non è l’immaginazione a dipendere dalla realtà, ma la realtà a dipendere dall’immaginazione. Visto che ti piace l’idea di giocare, perché non fermi le persone in strada e chiedi loro di darti dei numeri su cui puntare nei sogni? O un consiglio, un abbraccio, vedi tu». E ancora: «Quant’è che non guardi il cielo di notte, birbante? Un cielo stellato, intendo. Quant’è? Non sentite più freddo, voi adulti, barricati tra i vostri termosifoni, ma vi ammalate perché siete asiderati, perché non guardate più le stelle. Soltanto i bambini hanno ancora il coraggio di guardarle, le stelle! E, come se non bastasse: «Voi adulti, per non sentirvi più responsabili, avete deciso di non essere più infiniti. Leggete in cielo le costellazioni! Sono racconti tracciati di stella in stella!». Alla parola costellazioni aveva infilato la mano destra, rugosa e dalle lunghissime dita, nella sua riñonera, una specie di marsupio verdastro che ai miei occhi non era altro che la versione maschile della borsa di Mary Poppins. Ne aveva tirato fuori un cilindro marroncino dalle estremità rosse e, dopo avermi spiegato che si trattava di un bansuri, mi aveva detto: «Vedi, Andre’, questo è come il vostro flauto. Noi lo usiamo per spiegare ai giovani padri come si fa a crescere bambini belli e veri. Krishna e Ganesha sono maestri nell’arte del flauto perché sono maestri nell’arte di educare. Pensa che il signor Krishna lo portava sempre con sé e, quando lo suonava, le persone svenivano dalla bellezza! Ma soltanto la sua amata, la mandriana Sri Radha, riusciva a sentirne davvero il suono, attraverso cui Krishna era solito chiamarla e a cui un giorno ne rivelò il segreto: “Se qualcuno vuole gustare la dolcezza nettarina delle mie labbra, deve svuotare se stesso del suo egoismo, così come il bansuri si svuota velocemente, in modo che io possa riempirlo con la mia musica e tenerlo sempre vicino alle labbra”».

«Pedro, parla chiaro! Io così non capisco niente!» «L’importante è che capiscano quelli a cui lo scriverai!» «Scriverò cosa?» «Niente, niente, te lo spiego in un altro modo, d’accordo! Sappi innanzitutto che qualsiasi strumento musicale è figlio del bansuri e che tutte le emozioni umane possono essere espresse con il bansuri. Pensa che in certe isole si crede che l’umanità intera discenda da uno stelo di bambù, che è il materiale di cui è fatto il bansuri! «Guarda l’imboccatura: non devi soffiare da un’estremità all’altra, come fate con i vostri flauti. Voi siete convinti di suonare uno strumento, mentre invece si suona insieme a uno strumento. E così è con i figli: non si cresce un bambino, si cresce con un bambino. Guarda la posizione con cui si suona: dall’alto verso il basso e dal centro verso il lato. Sai perché?» «Lo sai che non lo so». «E infatti te lo dico io. Immagina tuo figlio come il suono che fuoriesce dal flauto: non deve mettersi davanti a te a guardarti tutto il tempo negli occhi: sai che barba! Così sarebbe soltanto una tua copia, un vero spreco d’energia. «Il suono nasce al tuo fianco, in basso, così che possa crescere felice accanto a te. Guarda il suono: come nasce, secondo te?» «Soffiandoci dentro, dai, è ovvio». «No! Il suono nasce quando il soffio si spezza nell’orlo del buchino chiamato mukharandra (per ricordatelo pensa a una mucca con il tuo nome). Immagina tuo figlio come se fosse quel buchino: non devi soffiarci dentro con forza, non devi imporgli le tue idee. Ricordati sempre che l’educazione è quella vibrazione che nasce tra il soffio dei genitori e il cuore dei figli. Ora guarda i buchi, poi basta: quanti ne vedi?» «Uno è il mucca… muccandrea, o come si dice, poi ce ne sono altri sei per le dita» «Perché?» «Come perché? E io che ne so? Va bene, provo a ragionarci: Perché così c’è sempre almeno un dito libero». «Quindi?» «Quindi niente, è libero». «Ah, che testa dura! Io non te lo dirò, pensaci tu, o chiedilo ai tuoi lettori. Poi ci sono molti altri segreti nascosti in questo flauto, ma dovrai scoprirli da solo. Tieni, te lo regalo: io devo proprio andare». E dopo un momento di silenzio: «Ti lascio in un bel pasticcio!»

Andrea Colamedici

Madda sulla Luna

Edizioni Tlön

€ 12,67

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