L’italia ti spezza il cuore

Abbiamo tradotto questo articolo nel 2013, cioè 4 anni fa, e possiamo dire che purtroppo la situazione non è cambiata. Continua a sembrarci utilissimo osservare il nostro Paese dalla prospettiva di un “alieno” americano che, in giro per le nostre strade, si innamora di noi, delle nostre identificazioni, dei nostri limiti, dell’ostentata e lamentosa opulenza. D’un tratto, l’alieno si domanda: finirà così anche la mia razza? (Maura Gancitano e Andrea Colamedici)

ROMA – La mia prima notte in Italia, nel corso di una cena a Milano, ho guardato e ascoltato una coppia di successo di ultraquarantenni tracciare la propria fuga da un paese che amano, ma in cui hanno totalmente perso fiducia. Hanno sparecchiato la tavola e, aprendo un portatile, hanno iniziato a controllare le offerte immobiliari di Londra, dove a uno dei due era stato offerto un trasferimento. I prezzi facevano paura, ma non si sono scoraggiati. Hanno un figlio di 10 anni e temono che l’Italia, con il 40 per cento di disoccupazione tra i giovani e un’economia la cui apatia sembra la nuova normalità, non possa promettergli un futuro particolarmente luminoso. Due giorni dopo, a circa 200 km a sud est di Milano, c’era una donna italiana più anziana – sulla settantina, direi – che cantava il lamento del proprio paese. Ero a pranzo su una montagna nelle Marche, con una salsiccia di cinghiale di fronte a me e un castello sulla testa, e avrei potuto convincermi d’essere in paradiso. «Un museo», mi corresse. «Sei in un museo e in un orto biologico». Questo è ciò che l’Italia è diventata, ha detto. Ogni anno il paese perde sempre più grinta, sempre più rilevanza.

Dal momento che ho avuto la fortuna di vivere qui una volta e di tornarci spesso, mi sono abituato al pessimismo teatrale degli italiani, al loro talento per le lamentele. È una specie di sport, una specie d’opera, eseguita con ampi gesti e intonazioni musicali e, in passato, con la comprensione che non c’era davvero nessun altro posto in cui avrebbero voluto trovarsi.

Ma l’aria è diversa, stavolta. L’intero stato d’animo è diverso. Chiedete agli studenti italiani cosa li aspetta una volta laureati e alzeranno le spalle. Chiedete ai loro genitori quando e come l’Italia girerà l’angolo e otterrete la stessa espressione di sconcerto. Sentirete più spesso parlare di migrazioni in Gran Bretagna e negli Stati Uniti di quanto si faceva dieci o anche cinque anni fa. Sentirete meno la fede nel domani.

Tutto questo mi ha sorpreso. Anche spaventato, perché sono arrivato qui immediatamente dopo il blocco del nostro governo, e ho osservato il malcontento dell’Italia attraverso il filtro dei guai dell’America, ricevendone un chiaro ammonimento. L’Italia è ciò che accade quando un paese sa benissimo quali siano i suoi problemi, ma non può invocare la disciplina e far leva sulla volontà di risolverli. È ciò che accade quando la disfunzione politica macina ancora e quando un buon governo diventa un miraggio, un mito, uno scherzo. L’Italia procede per inerzia grazie ai propri doni fenomenali invece di costruire qualcosa su di essi, e in questo modo perde forza in un’economia globale in cui ci sono concorrenti più spinti. Vi suona familiare? C’è così tanta bellezza e tanta grazia qui, e così tanto spreco. L’Italia spezza il cuore.

E non è tutta opera di Silvio Berlusconi. La sua recente condanna penale per frode fiscale, insieme a un’interdizione dai pubblici uffici per diversi anni, non ha prodotto il senso di liberazione e di nuovi inizi che ci si potrebbe aspettare. Ha invece costretto gli italiani a riconoscere che, mentre sperperava tempo, le cose peggioravano e lui diventava un cartone animato, una distrazione buffonesca, i demoni del substrato roccioso del paese – regolamenti eccessivi e una burocrazia rococò che soffoca le imprese; un sistema chiuso di favoritismo che sventa ogni iniziativa; la corruzione e il cinismo che si riproducono – e che lo trascendono.

Nel secondo trimestre del 2013, il debito pubblico in Italia è salito al 133 per cento del suo Prodotto Interno Lordo: il secondo più alto della zona euro, dietro soltanto alla Grecia. Il calo del PIL italiano di circa l’8 per cento dal picco pre-crisi è peggiore di quello della Spagna o del Portogallo. Non c’è ancora stato alcun recupero significativo, anche se una crescita modesta potrebbe finalmente manifestarsi verso la fine di quest’anno.

Ma non c’è bisogno di numeri per misurare la deriva dell’Italia. Basta scendere dal treno ad alta velocità (che è fantastico) o uscire dall’autostrada e percorrere le strade secondarie inferiori, cadute in rovina. Oppure provare a gettare la vostra coppetta di gelato vuota in una delle pattumiere della capitale, Roma. Sono sempre piene o traboccanti. Quella che ho visto una notte vicino alla Camera dei Deputati non veniva svuotata da così tanto tempo che le persone vi lasciavano i propri rifiuti attorno, creando un ammasso di rifiuti rosa: l’ottavo colle di Roma. In una città il cui bilancio stressato e le inefficienze rispecchiano il paese, la spazzatura è diventata un problema enorme, un sintomo della salute incerta del corpo politico.

Martedì scorso ho visitato il medico del caso. Il suo nome è Ignazio Marino. Nel mese di giugno è stato eletto nuovo sindaco di Roma, battendo l’incombente conservatore, sostenuto da Berlusconi, con una percentuale del 64% dei voti, che suggerivano il desiderio degli italiani per qualcosa di nuovo. Marino, 58 anni, è entrato in politica solo sette anni fa, e ha trascorso la propria vita professionale, prima di allora, come chirurgo specializzato in trapianti di fegato (anche se lui si dilettava di reni e pancreas) vivendo per la maggior parte del tempo in Pennsylvania. Mi ha detto che la marcia per Roma non era diversa da una delle sue operazioni. «Un’emergenza controllata», ha spiegato. Ha il miglior ufficio del mondo, in un palazzo rinascimentale in Campidoglio, una piazza in cima a una collina disegnata da Michelangelo. Un balcone vicino alla sua scrivania si protende come la prua di una nave affusolata sulle antiche colonne e gli archi del Foro Romano. Lì, ai tuoi piedi, c’è il luogo in cui Marco Antonio presumibilmente parlò dopo l’assassinio di Cesare. E lì, a portata di mano, c’è il Tempio di Saturno. È una vista affascinante, ma anche una provocazione, un ricordo di glorie passate, di una grandeur ormai lontana. Ci siamo affacciati su un’altra finestra dell’ufficio di Marino, lì dove parcheggia la bicicletta con cui va a lavorare tutti i giorni, anche per incoraggiare un nuovo mezzo di trasporto in una città con troppo traffico e povera di trasporti pubblici. Sembrava terribilmente solitaria. I romani preferiscono lo scooter. Ma, mentre il miglioramento delle situazioni dei trasporti e della spazzatura sono nella sua lista delle cose da fare, c’è un elemento più sfumato in alto: la pratica di amministrazione trasparente e orientata ai risultati, che contraddice l’idea attuale del fare impresa in un’Italia che lui, come tanti italiani con cui ho parlato, afferma essere basata su interessi personali, debiti contratti e tempi di servizio più che sul merito. «Se cambiamo questo, il denaro e gli investimenti arriveranno», ha detto, aggiungendo che è tornato in Italia per compiere un’esperienza fortunata al Senato nel 2006, avendo capito che era ora di smettere di lamentarsi dei mali del paese e che bisognava iniziare a trattarli. Medico, cura la tua patria. Gli ho chiesto lumi circa la condizione del paziente, cioè Roma. Una lunga pausa giudiziosa. «È salvabile», ha detto. Ho chiesto quale fosse l’eredità di Berlusconi. «Il danno è la cultura che ha creato», ha detto Marino. «La responsabilità non è più un valore». Berlusconi ha fatto sembrare la vita italiana una festa tra adolescenti, un infinito rope-a-dope1 con le regole secondo cui ciò che fai importa meno dell’averla fatta franca, e il bottino va al più evasivo. E ora, la sbornia. La chiamata di risveglio. Sul quotidiano La Stampa di due settimane fa, l’editorialista Luca Ricolfi si scusava per non aver scritto nulla negli ultimi tempi, ma spiegava che non c’era niente di nuovo da dire. Per 20 anni, l’Italia non si era mossa. «Tutto è immobile e congelato», ha scritto. Sul Corriere della Sera della settimana seguente, il giornalista Ernesto Galli della Loggia deplorava «anni e anni di paralisi» del paese, durante i quali una sorta di gerontocrazia aveva impedito qualsiasi vera meritocrazia. Era attento nel notare che, sebbene l’Italia si stesse «lentamente disfacendo», non era ancora «precipitata nell’abisso». A un numero abbastanza grande di italiani resta sufficientemente comodo l’aggrapparsi allo status quo, conservando ciò che ha ora. Ma tutto ciò accentua soltanto l’incertezza su ciò che avranno tutta la linea. Il futuro, dopo tutto, è costruito sulla flessibilità e sul sacrificio, sull’attraversare le onde più che sullo stare a galla. Eppure, galleggiano. In questo, hanno la buona compagnia dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti.

«È incredibile», ha detto Paolo Crepet, psichiatra e docente italiano che ho incontrato in questo viaggio. «Siamo un popolo creativo. Siamo conosciuti in tutto il mondo per la nostra creatività». Ma ciò che rileva nei suoi pazienti e nel pubblico non è il dinamismo; è l’impotenza. «Sono in attesa di qualcuno che li conduca fuori», ha detto. «Stanno aspettando Godot». Ascoltandolo, sentivo il mio stomaco stringersi. È il fatalismo ciò che arriva dopo troppi anni di pessimismo? È a questo che l’America è diretta?

Per la mancanza di direzione in Italia, ho trovato una metafora fin troppo facile e conveniente: i segnali stradali che non potevano più essere letti, perché le piante incolte e i rami non tagliati li oscuravano. Zippavo le meraviglie del passato, zoomavo attraverso lo splendore. Ma non avevo la più pallida idea se stessi davvero andando da qualche parte.

 

1. La strategia utilizzata nella boxe con cui un lottatore finge di essere in difficoltà così da far uscire dalla posizione di difesa l’avversario, potendo così agevolmente contrattaccare.

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