Lettera di una trentenne sul lavoro in Italia

di Maura Gancitano

Coetanei trentenni e giovani under 30,

continuo a domandarmi quale sia il nostro rapporto con il lavoro. Non mi pare che sia uguale a quello dei nostri genitori, men che meno a quello dei nostri nonni. I nostri nonni sono nati quasi tutti in una condizione di miseria o di stenti, e in poco tempo hanno vissuto un cambiamento straordinario. Per i primi 20-30 anni della loro vita non hanno avuto il frigo, la televisione, la lavatrice, a volte neppure l’acqua corrente, figuriamoci una macchina, il riscaldamento. A un certo punto, d’improvviso, hanno avuto tutto questo, hanno vissuto il lavoro – che aveva tempi più umani, ritmi sostenibili – come un’occasione di costante realizzazione di un progetto familiare. Molti sono emigrati, e nella maggior parte dei casi hanno trovato fortuna. Avevano una visione totalizzante del lavoro, erano identificati con la materialità, la concretezza, la tangibilità. Ancora oggi molti dei nostri nonni nascondono negli armadi riserve di cibo per un bisogno di sicurezza, in ricordo degli anni in cui non sapevano cosa sarebbe successo il giorno dopo.

Molti dei nostri genitori, quelli nati tra gli anni ’50 e ’60, hanno vissuto lotte studentesche, ideali politici, immaginazione al potere, sovversione di alcune sovrastrutture sociali. Oppure, se non si sono trovati immersi nella controcultura, hanno vissuto gli anni ’80, il mito della realizzazione personale, del miracolo italiano, del potercela fare. Molti di loro negli ultimi anni hanno rivelato un po’ dell’immaturità che ci avevano nascosto, tanti edifici sociali sono crollati, la superficialità degli ultimi trent’anni – nella cultura, nell’editoria, nella politica, nelle relazioni – è venuta fuori con prepotenza, eppure trent’anni fa a trent’anni trovare il proprio posto nel mondo, radicarsi, strutturare la propria personalità era un processo meno contorto, e doversi assumere delle responsabilità faceva parte del gioco. Molti si sono resi conto oggi di aver vissuto una vita preconfezionata, ben diversa da quella che avrebbero voluto vivere, perché non erano stati educati a domandarsi cosa desiderassero. Hanno agito in massa.

Noi abbiamo ereditato le macerie. È come se uno scompenso a lungo occultato stesse emergendo prepotente in questa generazione che non accetta più responsabilità, che è nata stanca, che a volte disperde energie e a volte ne regala troppe, senza fare differenze, senza proteggersi, con la speranza che darsi ancora una volta dia maggiori possibilità di trovare il lavoro vero. Una generazione che spesso accetta lo stipendio come una paghetta, che lo spende come una paghetta, o che a volte accetta di lavorare senza stipendio, come se non lo meritasse, o a volte rifiuta tutto in blocco, il bambino, l’acqua sporca, le responsabilità, le soddisfazioni.

Insieme a chi non si alza dal divano e non ha scopo c’è chi si svende, chi mette su ad esempio splendide produzioni teatrali senza budget e, per non trovarsi la sala vuota, fissa un prezzo ridicolo per il biglietto, chi oscilla tra senso di superiorità e senso di inferiorità, iperproduzione e abbrutimento. Si fronteggia da soli il mondo del lavoro, ci si trova di fronte a milioni di strade che sono tutte uguali, si spera nell’occasione di svolta, nel colpo di fulmine lavorativo, e nell’attesa dell’incontro epifanico ci si dà un po’ a tutti, cambiando partner ogni tre mesi, se va bene, e vivendo nella totale solitudine quando manca anche quello.

È un insieme di molteplici fattori che porta ad affermare “Non voglio responsabilità“. Maschi e femmine, del Nord e del Sud, in questo non c’è alcuna differenza. “Non voglio responsabilità ma mi deprimo perché è tutto troppo difficile, perché mi sento schiacciato, perché non immaginavo che fosse così. C’è qualcosa che vorrei fare, ma non capisco cos’è e non so come farlo, e mi sento troppo vulnerabile per un ambiente sociale così feroce”. Allora è chiaro il motivo per cui chi ha meno di trent’anni ha passato l’estate scorsa con in testa il tormentone Andiamo a comandare, no? Al netto dei gusti musicali personali, la canzone intercetta un disagio, l’incoerenza tra qualcosa che cova dentro – il desiderio di imporsi, comandare, forse sopraffare – e ciò che si manifesta all’esterno.

Un disorientamento che porta invidia e astio verso chi è più grande, verso i coetanei che – per chissà quale ragione – sono un po’ più resistenti a questo virus, che si impegnano nel lavoro senza sentire un freno dentro, una voce fastidiosa che dice “Sei ancora piccolo. Non è ancora il tuo tempo. I grandi sono altri”.

Sono una delle trentenni che infastidisce, che vive con meno disorientamento un po’ per indole, un po’ per il Sole in decima casa, molto per sforzo personale, in larga parte per fortuna. Nonostante sia vaccinata – almeno in parte – da questo virus, continuo a domandarmi quale sia la causa del rapporto complesso con il lavoro, del senso di #disagio rovesciato sui social network, di una costante autoironia che in realtà è autolapidazione.

Guardo al passato per rintracciare il momento in cui abbiamo sterzato senza accorgercene, ma vorrei dialogare con chi ha la mia età per sciogliere il groviglio di tendenze e sensazioni che si affastellano rispetto al tema del lavoro. Quella matassa intricata che ci si trova dentro, senza sapere se sia un corpo estraneo impossibile da espellere o qualcosa che fa parte di sé. E mi domando perché anche chi ha un impiego, la tredicesima, le ferie pagate e fa viaggi intercontinentali un paio di volte l’anno abbia in faccia la stessa espressione di straniamento, la stessa infelicità.

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