Le collaborazioni di Milo Manara con Fellini e Jodorowsky

Estratto di un’intervista di Alessandro Busnengo a Milo Manara per  “Mangialibri”

 

[…] Com’è stato lavorare con Federico Fellini?
E’ stata tutta un’altra storia. Con Hugo Pratt il “regista”, o per dirla alla francese “quello che metteva in scena”, ero io: lui mi scriveva la sceneggiatura ma alla fine ero io che davo una forma al lo scritto. Nel caso di Fellini invece il regista era lui! Io ero un semplice strumento, dato che lui faceva gli storyboard di tutte le vignette e poi io dovevo fare una prima elaborazione in brutta copia. Quindi si discuteva sulla “brutta” e io cambiavo quello che c’era da cambiare, sempre però con una spiegazione molto precisa da parte sua. Per fare un esempio: in una delle sue storie c’è un aereo che atterra davanti alla cattedrale di Colonia. Io sono stato a Colonia, ho studiato la cattedrale  anche fotografandola: appare come una montagna di marmo nero, molto annerito, per cui ho disegnato questa cattedrale gotica in maniera abbastanza scura. Viceversa l’aereo, per farlo risaltare, l’ho tenuto molto bianco. Ma Fellini mi dice «ma questo qui sarebbe un po’ come la barca di Caronte  – nella storia dopo si viene a sapere che l’aereo si è schiantato e i passeggeri sono morti – e quindi dovrebbe essere scuro, nero». Allora lavorando un po’ sulle luci ho reso l’aereo più minaccioso e cupo pur mantenendo la cattedrale nera. Parlarne senza avere le immagini davanti è sempre complicato: spero che comunque si sia capito il meccanismo.
 

Se con Fellini vi foste trovati su un set cinematografico, girare e poi cambiare una scena del genere sarebbe stato costosissimo, mentre il fumetto consente degli aggiustamenti repentini e a costo quasi nullo…
Il cinema costa moltissimo, infatti lo sceneggiatore del cinema, a differenza di quello del fumetto, mentre sta scrivendo deve già porsi il problema riguardo la fattibilità e il costo di una certa scena. Anche se ormai con gli effetti speciali di oggi è più facile rispetto ad una volta. Queste innovazioni tecniche hanno permesso le numerose trasposizioni dei fumetti al cinema, mentre una volta accadeva il contrario, ossia si prendeva un personaggio del cinema e lo si trasformava in un fumetto. Ad esempio Ken Parker si rifà dal protagonista di Corvo rosso non avrai il mio scalpo di Sidney Pollack. Comunque un film che non abbia un budget illimitato deve essere programmato già in fase di sceneggiatura: se si scrive “carica di cavalleria” metterla in scena ha un certo costo! Nel fumetto per uno sceneggiatore è facile scrivere “carica di cavalleria”, dato che non aumenta il costo del disegnatore, anche se in termini di fatica è sicuramente impegnativa da disegnare. Per questo nelle mie storie cerco sempre di non metterle (ride – ndr), anche se poi ne ho disegnate tante ai tempi della Storia di Francia della Larousse o della Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi. A tal proposito penso di avere attraversato in lungo e in largo il fumetto in tutte le parti. E infatti non ho voluto privarmi neppure di lavorare sui super-eroi.
 

Questi lavori che hai citato peraltro contraddicono abbastanza l’etichetta di un Manara autore di fumetti esclusivamente erotici…
Nel mondo di oggi venire etichettati in qualche modo penso sia inevitabile. Del resto sono talmente tante le cose che vengono fatte che alla fine per identificare meglio qualcuno si preferisce sintetizzare affibbiandogli una certa etichetta. Poi disegnare una ragazza o un uomo per il disegnatore è sempre lo stesso. Dietro la ragazza poi c’è uno sfondo, c’è una finestra eccetera…alla fine bisogna disegnare anche tutto il resto, non solo la ragazza, altrimenti la storia sarebbe noiosissima. Anzi, se si vuole che scatti il meccanismo dell’erotismo bisogna avere molta cura dei dettagli, altrimenti il disegno diventa meno seduttivo. Se uno si limitasse a disegnare gli organi sessuali non avrebbe senso, dato che se ne vedono già tanti nei gabinetti pubblici.


Indubbiamente bisogna creare anche l’atmosfera giusta per certe storie…

Certo, anche se poi c’è sempre qualcuno che crede che l’erotismo sia una cosa facile da trattare. Molti anni fa, ai tempi di Craxi per intenderci, il giornale dei socialisti, L’Avanti, mi aveva accusato di disegnare storie erotiche solo per arricchirmi: all’incirca i tempi di Miele. Allora mi invitarono ad una trasmissione tv che c’era all’epoca, intitolata Diritto di replica e condotta da Sandro Paternostro, in cui io mi difesi dicendo «se avessi voluto arricchirmi mi sarei iscritto al partito socialista». In realtà ci si arricchisce facendo l’erotismo come ci si arricchisce facendo il noir o l’avventura: è una questione di lavoro. C’è una frase splendida di Andrea Pazienza che dice «Io ai soldi ci penso. Ma sempre prima o dopo, mai durante», ovvero mentre disegnava. Ognuno fa le cose che più gli piacciono, sperando che possano piacere anche agli altri. Non esistono successi preparati a tavolino inserendo un po’ di culi, un po’ di tette e un po’ di pistole: non ho mai visto niente che, programmato in questo modo, abbia avuto successo.

Tra i tuoi numerosi lavori c’è una storia in particolare di cui vai più fiero?

Ce ne sono diverse, ma per vari aspetti potrei dire che una delle mie “medaglie al valore” sia l’aver disegnato due storie per Hugo Pratt, perché questo vuol dire che la prima gli era piaciuta a tal punto da volere farne un’altra, senza contare che ne avevamo in cantiere una terza. Questa è una delle cose di cui sono più orgoglioso, perché sono l’unico disegnatore, non solo tra i viventi, che abbia disegnato delle sceneggiature di Hugo Pratt. E questo non è poco, anche perché quando scompare un grande uomo spuntano amici da tutte le parti. Comunque anche aver lavorato con Fellini è una cosa che mi inorgoglisce perché è stata una scuola enorme per me, proprio per le difficoltà avute per il fatto che era incontentabile in quanto aveva già nella testa le sue immagini. E finché le immagini che io disegnavo non combaciavano esattamente con quelle che aveva in testa lui bisognava continuamente rifarle. Un po’ come accadeva quando girava i suoi film: faceva spesso ripetere più volte le stesse scene.
Quando pensi che uscirà in Italia il terzo capitolo della saga I Borgia che hai realizzato insieme ad Alejandro Jodorowsky?
Questo è uno dei tanti misteri italiani, dato che il libro è già uscito più o meno in tutto il mondo. Comunque la saga è nata originariamente come trilogia, solamente che l’ultimo volume, ovvero il terzo, Jodorowsky l’ha scritto un po’ più lungo rispetto agli altri due. Così mentre stavo facendo la suddivisione della pagine mi sono accorto che ne sarebbero uscite fuori più di novanta. Allora con l’editore Glenat abbiamo pensato, anche per non allungare i tempi, di suddividere il terzo capitolo in due libri da una cinquantina di pagine: così infatti il terzo volume è uscito all’estero. In Italia sembra invece che la Mondadori voglia mantenere la suddivisione originaria in tre libri. Ma poiché il quarto volume non l’ho ancora finito, ho chiesto alla Mondadori se non fosse il caso di fare come hanno fatto all’estero. Adesso loro decideranno, ma queste sono politiche editoriali su cui io non posso entrare più di tanto. Se comunque permane il progetto di editare la terza parte in un unico volume, penso che qui in Italia non uscirà prima del tardo 2010. Stavolta poi mi sto occupando personalmente dei colori e questo comporta sicuramente un allungamento dei tempi di lavorazione.
A questo punto mi sembra d’obbligo chiederti anche come ti sei trovato a lavorare insieme ad un personaggio eclettico e affascinante come Jodorowsky…
Jodorowsky è una persona molto affascinante e strana. Ha questa passione per i tarocchi e per un certa stregoneria, che lui chiama “Psicomagia”, quindi parlare con lui è come parlare come una specie di psicanalista: ti tira fuori anche cose di cui non avresti minimamente sospettato di nutrire il tuo terreno. Contemporaneamente però è una persona con cui puoi parlare di qualsiasi argomento senza nessun ritegno perché assorbe tutto. Passando alla sua sceneggiatura, sul piano storico potrebbe anche non essere condivisibile, in quanto è un’invettiva scatenata contro la Chiesa. Ovviamente soprattutto quella dell’epoca dei Borgia, dato che oggi le cose sono un po’ cambiate. Anche se poi la pratica della doppia morale – ovvero della doppia legge, una per i potenti e una per tutti gli altri – che proprio con i Borgia è stata istituzionalizzata, se guardiamo con più attenzione anche alla storia recentissima non è che sia davvero scomparsa del tutto.

 

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